Una terrestrissima mistica della luce

di Davide Toffoli

Giuseppe Todisco, Si prega girati di schiena, Marco Saya Edizioni, 2020

 “Si prega girati di schiena” di Giuseppe Todisco, pubblicato per la collana Sottotraccia della Marco Saya editore, diretta da Antonio Bux, è un libro immediato ed essenziale, che dimostra un profondo rispetto di ogni singola parola e che difatti non ne spreca, puntando sempre al centro del bersaglio. Si apre con l’immagine potente del “forarsi”, per vedere cosa c’è oltre. Perché tutti siamo fondamentalmente muri, barriere, impedimento, pareti di separazione, persino da noi stessi. E questo “forarsi” non sembra neppure una scelta, bensì un accidente, un’opportunità inattesa. Perché “Capita di praticarsi un foro / per capire se dall’altra parte / si può stare senza”, come capita di essere chiamati ad assaporare la necessità del confronto, a entrare subito nel cuore della ferita: non serve guardare le stelle o i girasoli per sorprendersi, è sufficiente scavarsi dentro. Si procede in uno splendido “spaccare in due la pietra”, in questi versi saggiamente scolpiti, “e dalla metà / che cede / tu sei la sola cosa persa” oppure “e dalla metà che cade / sei tu l’unica cosa che resta”. Bisogna, per giunta, prendere atto che non è sufficiente essere trasparenti, per non essere limitanti o limitati da un confine: “Ma di che morte vivono gli acquari?”, dove “tutti i pesci / sembrano mio padre / branchia dopo branchia / ad imparare il vetro”. È un confronto dialettico serratissimo, tra finito e non finito, fatto di gesti e di sguardi, dove “tutto il mio infinito mare / è in bocca”. Tutte le 49 poesie di questo lavoro sono scrigni preziosi e terreno di indagine, ma nel quarto testo fa la sua enigmatica comparsa Irene, creatura femminile sospesa tra spessore del mito, che la vuole dea della pace e della giustizia, e profilo personale terrestre: “Forse non sai, Irene / che si prega girati di schiena / e per sopravvivere bisogna amarsi / come i preti amano le ostie”; versi che strappano via paesaggi mentali, costringendo ad una fisicità sensibile (“ti guardo”, “vorrei leccarti”) e suggeriscono prospettive (vorrei “spedirti chissà dove / ignorando confini e carte coloniali”; oppure “Lasciami qualcosa di tuo, Irene / perché verrà il regno / quando saremo tutti uguali / e allora non potrò distinguerti / come nel corpo di Cristo / non si distinguono le ossa”.

Quella di Todisco è poesia che fornisce la curiosità di scoprire la vita occulta, nascosta sotto ogni semplice pietra, prospetta l’idea di sottrarci alle barriere che ci confinano, senza sottrarci affatto dalle necessità del sensibile (“ecco perché adesso devo annusarti / e scoprire dove tieni nascosto / un altro finale”). Ogni voce umana è molto più di un semplice sussurro, perché “A certe latitudini / ogni creatura è un grido” e si tratta sempre, come i Santi nelle loro nicchie, di “venire fuori dai muri”. Nel dilaniante “ventre di terra” che abitiamo, incombe del resto sempre il rischio di una luce troppo grande, ma nel desiderio, nella prospettiva dell’io, si racchiude qualcosa che è disposto a spingersi costantemente oltre, anche a costo di cadere, perché “Sono stato io, / non quell’altra parte che di me / si è arresa al nome, / ad aver tentato il salto / prima di fallire il volo”. La parola di Todisco e colore rappreso, odore e sudore, fisica e vitalizzante, meravigliosa nello scolpire versi essenziali: “Quando non visti / i bambini giocano / al perdono. / A guardarli, / lievi rovesci, / si possono già / dire pioggia”. I suoi versi facili, ma dall’anima profonda, hanno il guizzo giusto di chi riesce a proporre l’immagine adatta. “Come le gazze” cui non sono state concesse ali più grandi, ci chiama nell’analogia, ci attira, ci ammalia e, senza quasi rendercene conto, ci ritroviamo da lettori con le spire attorno al collo, stretti in una morsa spietata che ci costringe a terra. È impossibile uscirne, se non scegliendo consapevolmente di stare al gioco. Ed ecco il bisogno di tornare ad essere “ponti”, quando invece le nostre storie inesorabilmente “ci percorrono / come ringhiere”; di tornare a immaginare Artemide “viva tra i rami”, consapevole e padrona solo di ciò che accade nel suo Bosco Sacro, e scoprirla “eterna tra i rami” quando “l’età degli uomini / coincide con gli occhi”. Ogni parola, ogni accostamento di aggettivo, non è mai banale. C’è semmai una facilità versificatoria, leggera nella forma e spiazzante nei contenuti che hanno il coraggio di sfidare “il peso atomico / dei cornicioni”. C’è la naturalezza del quotidiano e delle sue profondità anche remote. C’è un’idea costante di moto sul quale si osserva, insistentemente, “il mare / schiaffeggiare / le banchine”. Se da una parte parrebbe ovvio che “Le mantidi sanno / che per amare / bisogna resistere / ai morsi”, dall’altra troviamo anche versi visionari, nei quali il bianco dell’osso sembrerebbe essere il padre duro da sconfiggere.

Quello di Todisco è un canzoniere, scarnificato e terapeutico, di indagine spinta, quasi sospeso tra il trascendere l’uomo e l’ingabbiare Dio. Ed è proprio qua che torna in ballo Irene, salvifica e scarnificante, che amplifica e abbraccia l’uomo, lo frena e lo trascende. “Di tutta questa vita / a scendere, l’unica mia fede / possibile resta il naufragio. / Perché di me conservo / soltanto un’onda, ed è per questo / mare così platonico / che mi vedi offrire ai pesci / le parole senza peccato / di un dio rimasto pescatore”. C’è una terrestrissima mistica nei versi di questo libro, c’è un perdersi necessario per non perdere il pretesto di un quotidiano cercare. Come suggerisce l’autore, “quelli come noi, / cresciuti con troppa siepe / addosso, giocano a venire / fuori gridando il proprio nome”. Il volo e la luce sono probabilmente gli assoluti protagonisti di questa mistica, intimamente nutrita di sogni capaci di dipingere mondi e situazioni, di creare contesti adatti ad un atto d’amore come crocefissione, come seme depositato, morto, in attesa di tornare a dare vita, anche nel caos intrinseco del reale. “Così almeno per una volta, / avremo fatto l’amore / da quando ci siamo traditi”. Si avverte una tangibile distanza tra l’io narrante e Irene, e tra loro e tutto il resto, ma tra creato e creatore c’è dialogo serrato perché “Cristo germina / dove sbriciola l’asfalto”. E difatti ci si sbriciola, in un costante perdersi, in un continuo sparire. In poesie assonanti e allitterate: “Io ti sfuggo briciola / dalla bocca / e il tuo beccare asfalta”. C’è molto legno, di alberi e di siepi, in queste pagine, ricorrenti come i muri da scavalcare e “Dio s’è fatto malva / tra i fossi / e le gramigne”. Tra i ciuffi d’erba, tele di ragni in attesa di preda. Qualche fiore, calendule e rose, e un’attenzione privilegiata, olmi, pioppi o betulle, per gli alberi… Perché “invece lo sanno gli alberi che ci vuole / almeno un’ombra, perché la luce esiste / solo quando incontra i rami”. Bianco, di certo, il colore che li raccoglie tutti e un dialogo con la materia che a quel bianco dà vita e risalto, con la notte, col sogno, con le briciole e i baci. Colore del sogno e dell’amore, come forza fisica che lega e che unisce. “Allora verrò / nella tua città / denuclearizzata / per sognare meteoriti, / o per sorriderti / come quando / si fingeva / di essere felici”. Si vive anche dove il buio si affaccia come semplice ipotesi, ma l’illusione di quel bianco sembra sciogliersi nella scissione, dove “io” e “tu” tornano ad essere divisi, tornano quasi a farsi muro. “Io e te, / qualcosa ci avrà / pure spaventato / se abbiamo abbandonato / gli avamposti / per fuggire come cani / dai petardi. / Dunque, io e te / ma soprattutto / cosa?”. E in quel punto di domanda che insondabile chiude il libro, ci scorrono di nuovo davanti agli occhi le tante preziose immagini del viaggio compiuto proprio all’interno di quel foro, praticato in se stessi, per capire se dall’altra parte si poteva stare senza. E quel bianco torna ad essere ossa, ad essere ostia, ad essere troppo, e a ricordarci sempre che “si prega girati di schiena”.

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