GIUSEPPE NIBALI conversazione con Tiziano Fratus

Intervista a Tiziano Fratus

La Feltrinelli torna a pubblicare libri di poesia. Lo fa nella collana in eBook ZOOM Poesia, e con due bei nomi: Gianni Marchetti con La voce dei grandi edifici e Tiziano Fratus con Un quaderno di radici. Fratus, Bergamo, classe ’75, è già autore, tra gli altri, di L’Italia è un bosco, Feltrinelli e Homo Radix, Edizioni Marco Valerio, 2010. Lo abbiamo incontrato.

– Caro Tiziano, il tuo ultimo libro, Un quaderno di radici, edito La Feltrinelli, è un vero e proprio viaggio nei luoghi della memoria personale, ci si trova la nostalgia degli affetti estinti e la consolazione data dagli alberi. Dando anche solo una rapida occhiata al tuo curriculum e alle tue pubblicazioni è facile vedere come il tema arboreo sia predominante, la mia prima curiosità è appunto questa: Quanto conta, oggi che le città sono invivibili, oggi che il cemento soffoca i boschi (in barba alle leggi vigenti e alle campagne degli ambientalisti), quanto conta l’albero, nella sua forma e nella sua sostanza?

Il mio caso è rappresentativo di qualcosa che è capitato alla mia generazione. Quando eravamo ventenni e si iniziavano a bazzicare le prime redazioni, si imbastivano le prime raccolte, si iniziava a fare le prime comparse nei festival e ai reading, è successa una cosa interessante: ci siamo guardati per alcuni anni, ci siamo studiati, ci siamo intrecciati e confrontati, poi è partita la gara all’editore importante. I pochi ma presenti critici specializzati hanno iniziato a distinguere i poeti bravi da quelli scarsi o reputati tali. Io ero sicuramente nell’elenco dei secondi. Ma ho continuato a scrivere, a pubblicare, a vivere di poesia. Teste di legno i Fratus, tradizione ultrasecolare. Durante i viaggi negli Stati Uniti per promuovere le mie piccole raccolte tradotte ho incontrato le sequoie millenarie e lì è nato il concetto di Homo Radix che ha fertilizzato molti libri, accompagnandomi nel corso degli anni alle soglie degli editori di primo piano: dapprima Feltrinelli che mi ha pubblicato, quindi Laterza e Giunti, per la prima ho iniziato una trilogia mentre i rapporti con la seconda sono sfumati, ora Mondadori. Al contrario di quel che spesso si sente teorizzare non ho mai creduto nella distinzione formale e ritmica che distinguerebbe, nei nostri tempi, fisicamente, concretamente, il continente della lirica e quello della prosa. Quando ero poeta mi dicevano che ero troppo prosastico, ora che scrivo libri in prosa mi dicono che la mia scrittura è poetica. Non sono mai contenti, quelli che giudicano, quelli che sanno… lo dico ovviamente con un pizzico di autoironia. La mia narrativa è densa di poesia, senza poesia non sarei stato in grado di fare nulla di quel che ho fatto. E infatti, una volta acquistato credibilità grazie alla scrittura e ai libri del ciclo “Homo radix”, ho dato nuovamente spazio alla versificazione e ne è sbocciato Un quaderno di radici. Ma per me, ribadisco, è la stessa identica matrice, come dire, è sempre la stessa radice. Come i due innamorati vagabondi nelle leggende giapponesi, costretti a girovagare eternamente legati da un filo che non si può spezzare. Per quanto riguarda la visione ambientale non concordo con una visione pessimistica, l’uomo ha sempre usato il legno e gli alberi – mio padre era un falegname, sono cresciuto con l’odore del legno nelle narici e il rumore delle seghe circolari che tagliavano rimbomba nella stanza dei ricordi. Le città crescono ma anche il numero degli alberi in città aumenta. Mai come oggi, anzi. Il problema semmai sta nella gestione di questa coabitazione, spesso viziata da una non-educazione della nostra specie a pensare che quelle geometrie che fogliano e fioriscono sono vive e non semplice arredo urbano. Come scriveva Gregory Bateson i maggiori problemi del mondo nascono dalla «differenza tra come agisce la natura ed il modo in cui pensano gli uomini».

– Stefano Bignazzi di La Repubblica ha parlato dei tuoi libri Homo radix – appunti per un cercatore di alberi e Le bocche di legno come del tentativo, da parte tua, di raccontare una storia lignea del mondo. Partendo da questa considerazione, e guardando alla tradizione del bosco, degli alberi come Tòpoi letterari (da Orazio a Carducci), si nota subito che in te avviene una dislocazione di senso, un rovesciamento: l’albero, da componente paesaggistica, da particolare che si epifanizza, da coprotagonista e senhal, diventa, protagonista assoluto. Come mai questa dislocazione, questo protagonismo? E come ti poni rispetto alla tradizione poetica classica?

Sono anni che mi indago e indago il mondo, che indago il mondo per comprendere quale eventualmente sia la mia natura. Se, addirittura, esista una natura, in quel che sono, in quel che divento ogni giorno. Mentre gli anni passano è vero che si cambia oppure l’uomo è lo stesso da quando ha quindici anni e inizia ad essere formato a quando morirà a quaranta, sessanta o novant’anni? Le persone cambiano davvero o restano, al fondo, sempre la medesima tela grezza che tutt’al più si stira, si buca e si rammenda? Non so dire se l’albero sia il protagonista assoluto della mondo che vado tessendo da oltre un decennio. Certo è una presenza fondante. Intrigante. Un polo attivo che modella parte della materia che finisce nella sua area di attra-zione. Non sento un particolare legame coi tòpoi letterari, tantomeno con le tradizioni della lirica italiana. Per me Leopardi, Carducci, Foscolo, e indietro Orazio o Lucrezio restano degli estranei e le loro opere inaccessibili. Mi affascina e richiama Plinio Il Vecchio, le sue storie naturali dedicate alla natura mi incuriosiscono, proprio come quei libri senza autore ma illustrati e coloratissimi che divoravo da bambino, quando abitavo un mondo di insetti, di farfalle, di coleotteri e di anfibi. Gli animali, erano i miei compagni da bambino.

– C’è un tuo verso, in questo nuovo libro, Un quaderno di radici, che mi sembra particolarmente significativo, nella poesia Autoritratto invernale tu dici che gli uomini radice (primi rappresentanti di questa nuova evoluzione umana che qui tu descrivi e definisci) radicano sul pc, e quindi diventano dei metamorfi, dei trasfigurati. Se il novecento, da Mandel’štam in poesia a Bacon nelle arti figurative è stato il secolo dell’uomo zoomorfo, dell’uomo deumanizzato, reso belva, è il nuovo secolo che ci si è aperto davanti il secolo dell’uomo fitomorfo, dell’Homo radix?

Non saprei rispondere a queste grandi domande. L’università e la critica letteraria tendono a semplificare troppo secondo me, a classificare con formule più o meno efficaci secoli interi, nazioni intere, esperienze multiple e singolarmente irregolari. Il Novecento è stato davvero il secolo dell’uomo zoomorfo? Ma non credo. Sì, per alcuni autori probabilmente, ma per tanti altri niente affatto. Secondo me bisognerebbe ragionare tuttavia per singole esperienze, per singoli autori, gli “ismi” sono utili per l’affermazione e la moda, ma nella carne viva dei giorni ogni poeta è un universo, ogni pittore, regista, drammaturgo o viaggiatore sono mondi a parte.

– Nell’ultimo libro è interessante anche la tua sterzata linguistica, più di un critico ha parlato di una nuova Koinè, una lingua media, innestata con i dialetti nordici, dal ligure al nativo bergamasco, qual è il significato di un’operazione linguistica del genere?

Nostalgia. Nostalgia per una lingua materica che sorpassi le regolarità della nostra lingua nazionale e tanto ben educata. Il dialetto è lingua superiore, che conosce le asperità della vita, che accorcia e allunga, che schiocca e sbatte, che accarezza e protegge. Non è un caso che il teatro dell’ultimo mezzo secolo abbia ripescato ciclicamente il vernacolo come potenza magmatica della lingua viva della scena, e che diversi dei nostri più sapienti poeti siano dialettali, anche se le antologie attestano diversamente. In prosa tento di superare tutto questo col neologismo, in poesia ho tentato di fondare – per mio uso personale – un dialetto che sia unione dei dialetti che ho ascoltato nel corso di questi quattro decenni di respiri.

– Infine qual è il significato del ritorno di un gigante dell’editoria come La Feltrinelli alla poesia? Questa collana, la collana Zoom che pubblica solo in eBook può essere un modo interessante di riprendere la parola poetica e veicolarla in modo nuovo? Può insomma, l’eBook, essere considerato come, usando la definizione che Vittorio Sereni diede degli Oscar Mondadori, un libro-transistor, un medium più adatto?

La mia generazione è stata perseguitata fin da giovane dall’idea che se sei uno scrittore vero prima o poi devi approdare ad un editore “di peso”. Ѐ un urgenza che circola in ogni contesto culturale e linguistico ma in Italia oramai è diventata un’ossessione. Così, viste le strettoie che i poeti della mia età hanno incontrato per pubblicare con quei pochi editori rimasti – Einaudi, Mondadori, Guanda, Garzanti – molti si sono accontentati di proseguire ad assaporare il gusto del medio-piccolo o dell’indipendente, parolona quest’ultima oramai frusta. Per me è uno scandalo che un Federico Italiano pubblichi la sua terza raccolta di versi con Aragno e non con Mondadori o Einaudi, giusto per fare un esempio clamoroso. Ma è così che funziona, purtroppo. I nomi che potrei citare sono davvero tanti, tantissimi, e sono davvero stanco, dopo quindici anni di navigazione nella poesia, di constatare sempre le stesse pene. Dal mio canto ho avuto una prima grande occasione dieci anni fa, a trent’anni firmai il contratto con Guanda per pubblicare una raccolta di poesie, poi ebbi un litigio furioso col direttore editoriale e la cosa saltò. Per dieci lunghi anni tentai di liberarmi dal fantasma di quel fallimento, inaugurando un percorso autarchico insieme ad altri poeti della regione in cui vivevo e scrivevo, il Piemonte: mi riferisco al Festival e alle connesse Edizioni Torino Poesia. Fu un’avventura entusiasmante, permise a me e agli altri poeti che aderirono e contribuirono di fare cose che in genere sembrano possibili soltanto se alle spalle hai gli editori principali, o se sei parte di una tribù: la poesia italiana non è una geografia unita, in poesia siamo ancora divisi secondo stati e staterelli, siamo fermi al 1600, non siamo mai arrivati al 1861. Abbiamo pubblicato una quarantina di titoli distribuiti da noi direttamente in librerie fidate (e pazienti), abbiamo realizzato antologie provincia per provincia, siamo stati tradotti in diverse lingue e abbiamo fatto viaggi in Francia, Olanda, Portogallo, Scozia, Singapore e Stati Uniti. Non è da tutti i poeti della mia generazione aver avuto il privilegio di pianificare e vivere l’esperienza di due tournée, per quanto piccole, negli Stati Uniti! Ma sia chiaro, non lo ribadisco per affermare una mia particolare qualità, non ho mai confidato nell’elitismo, al contrario sono esperienze che dovrebbero poter vivere tutti quei poeti, ma anche quei drammaturghi, quei narratori, quegli autori o scrittori che decidono di destinare una parte rilevante della propria esistenza alla scrittura. Esiste quella cosa che un tempo si chiamava vocazione e ho conosciuto diversi poeti che la incarnano. Feltrinelli non crede nella poesia. In Feltrinelli come in qualsiasi altra casa editrice – e mi sento di aprire il paragone con Adelphi, che è un universo parallelo rispetto al resto dell’editoria italiana – si guarda l’autore, non tanto se sia un poeta o un narratore o un giardiniere. Conta la visione di quell’autore, e credo che sia giusto così. Io non sono più per le collane dedicate alla poesia, così come per i festival salva-genere: ritengo che se un editore decida di investire in una persona, in uno scrittore, o in un poeta, lo faccia perché crede in quel percorso, non tanto in quel percorso di poeta che conosce e/o viene consigliato da. Quindi con Feltrinelli ho potuto contribuire a riaprire le porte per alcuni poeti, che sono poeti che secondo me hanno valore, umano e autoriale. Vedremo se la geografia frammentaria della poesia italiana saprà fare tesoro di questa riapertura o soltanto ricorrere alla solita gara di posizionamento, coi critici e i poeti “pesanti” che faranno la voce grossa per promuovere le proprie pedine e spegnere ogni gioia in coloro che sono semplicemente poeti.

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