Non finirò di scrivere sul mare

di Flaminia Colella

Giuseppe Conte, Non finirò di scrivere sul mare, Mondadori 2020

Dal titolo si rimane impressionati, come da un canto o una nenia che non si vuole smettere di ascoltare. Lo si guarda ipnotizzati, abbacinati dal biancoazzurro della copertina, che non ha nulla di casuale. Non finirò di scrivere sul mare. E quando si giunge al primo verso si intuisce subito che il libro, un meraviglioso poema d’amore, lacerato, dissanguato e salvifico, non è altro che un inno, un alleluia, un grido incessante di meraviglia e disperazione, di chiamata, di orfanità e terrore. Perché al mare, abisso insondabile come noi siamo, noi poveri mortali e abissali, non si può che continuare a guardare, e non si può fare altro che tornare. Tornare a lui, ogni stagione, come una fede che risorge sempre fulgida e splendente, un faro nella coda dell’occhio che anche nel più estremo punto della terraferma richiama l’udito e la vista al suo ondeggiare, al suo essere perpetuo moto naturale. Forse le onde del mare ritmano qualcosa che il nostro sangue conosce, forse il cielo ci ha pianti insieme nella gioia feconda della genesi, scrive il Poeta. “Noi mare, siamo uguali” eppure “No, siamo così diversi”.

Il mare che non ha confine e non ha spiegazioni, non ne dà e anzi ne toglie, è l’amante prediletto dei dispersi, dei cuori senza pace, degli ubriachi di vita, di sperdimento e ricongiunzione, di chi non smette di sentirsi in balìa, trasportato dai venti e dalle correnti, con gli occhi fissi sul moto dei pianeti. Forse, di chi non desidera altro che perdersi e naufragare. “Tu di niente hai paura/ né la terra né il fuoco/ possono attaccarti in natura/ e se ti avvelenano gli uomini/ rispondi con onde anomale/ di maremoti e tsunami./ Non conosci la quiete e la rinuncia./ Chi ti ama lo sa./ Vedi le navi e vedi i naufragi/ come facce della stessa realtà,/ ti è indifferente la nostra vita/ e ci dici che vale solo quando/ si svergina e si rinnova amando/ e cura la sua ferita/ natale navigando,/  solcandoti, mio mare”. C’è una via, una via nascosta, come il relitto che scompare lento tra le onde in tempesta, una via che sta dentro di noi; vena pulsante della nostra fame, del nostro delirio, della nostra passione, della nostra insondabile solitudine. Molti la lasciano sepolta per anni, sotto il quotidiano soffocante, tanto da dimenticarsene. Altri, con anima viva e cuore che batte, ne sentono fortissima la presenza. Mentre si guida, ad esempio, con la pianura che scivola davanti agli occhi, o mentre si cammina per strada a guardare monumenti. “Dove sei, dove sei, orizzonte, dove ti trovi, dove sei Tu che sempre mi assali, Tu che non mi riguardi e mi riguardi, Tu immensità violenta e carezzevole, Tu in cui io vorrei morire – come unica morte meritevole – cercando il tuo fondo, Tu assoluto infinito che incanta e chiama il mio, Dove sei?”

Si torna da Lui, perché in Lui il nostro animo imperfetto trova assenso, mai pace. Solo assenso e combustione. Si torna al mare perché a lui si possono consegnare pene, sventure, tradimenti, la pochezza misera del nostro io, la nostra eroica volontà di scoperta. Tutto questo sì, si può offrire a un tuono che mai cessa, che ulula la notte o canta come una sirena, che inghiotte vite e le deposita a riva con dolcezza, con violenza, con assurda verità. E punisce gli uomini che tentano di sopraffarlo. Li distrugge, con onde anomale e tsunami. La verità è assurda e dilaniante. Non c’è questione, se amarla o non amarla, ruggisce come il tempo che in eterno scandisce in mondo. È lei, ancora, che germina dal mare, lui non ama che lei, la sua brutalità, la sua sincerità. Lui sa e non sa di noi, delle nostre piccole esistenze, per questo è disperante amarlo, è un dolore felice, eternamente vagheggiato. E piangiamo davanti a lui perché sappiamo di avere paura, di non essere adatti alla vita. Nessuno di noi lo è veramente. Eppure non si può che continuare, che durare, cercare l’orizzonte, il fuoco del sole che muore tra le onde. Gli uomini dopo pochi anni in vita iniziano a conoscere la morte, la vivono attraverso quella dei propri cari. Iniziano a temere la propria. Questo è un dato, si nasce e si muore, e forse prima della nascita, come scrive qualcuno, due grandi, infiniti silenzi. Alcuni tra noi cedono all’illusione ipnotica dell’invincibilità, fabbricata con armi seducenti da uomini ciechi, nei secoli passati. Altri invece guardano la vita in faccia e sanno che non è eterna. Ma sanno anche che in Lei c’è un segreto e una rotta da percorrere. Dunque iniziano a navigare la tempesta, a cercarla, a decifrare con le mappe i segni luminosi e oscuri che si incontrano lungo il cammino. Iniziano a cercare il Destino: “ti amano i visionari, gli avventurieri/ tu non sei per chi è statico e appagato/ ti amano i disperati tenuti prigionieri/ da un sogno che non si è mai avverato.” E non possono altro, non vogliono altro, che scoprirlo e viverlo. Non possono far altro che cercare il mare.

0 Condivisioni

Lascia un commento