Giulio Di Dio, “Trame del silenzio”

di Pietro Cagni

La poesia di Giulio è la traccia di un’emergenza, di anni attraversati dalla fame di rendere vita la vita. Spezzare il silenzio assurdo del quartiere, con le voci e gli strumenti. Togliendo le ore al sonno, trovando il tempo e la voglia di ritrovarsi, perché se hai provato anche una sola volta un’amicizia senza risparmio, un incontro pienamente umano («la vita, amico, è l’arte dell’incontro»), la misura si spalanca, non puoi più tornare indietro. Tutti i volti che Giulio ha incontrato in questi “anni affamati” si trovano nel bianco delle pagine, ed è impossibile rendere conto di tutte le fiammate e delle schegge che lo hanno attraversato. Alcuni nomi, però, sono così cari a molti di noi che è semplicemente bello scriverli qui: Davide Rondoni, ogni volta che la sua danza incessante si fermava in Sicilia, Paolo Lisi per e nonostante la sua dura obbedienza alle parole, Angelo Scandurra, editore della raccolta e poeta che ci richiama, senza stanchezza mai e per grazia ricevuta immeritata, alla verità della nostra poesia. Così, insieme a innumerevoli altri, Giulio ha trovato quell’ordito segreto che ha trascritto come Trame del silenzio. Ne leggo una poesia.

«Eleonora bruciava»: è l’abbrivio che dà il tempo. Ogni verso successivo, con misure eccedenti o inferiori, modula la fiammata di questo primo settenario e del nome che vi ha preso spazio (ed è come se già conoscessimo Eleonora, ma non è così). Però “bruciare”, nonostante l’apparenza del verso, è verbo transitivo. Ed è sempre così, si brucia sé bruciando le cose: i bicchieri uno dopo l’altro, le notti nelle strade buie della città, le sigarette... Senza portarle alla bocca, come fa ciascuno di noi: ma addosso, come a far penetrare nelle vene la luce, quell’ultimo senso di luce nell’estremità accesa. È una poesia di nascita e di lode, agli sconfinati margini della fecondità di donna, e pure si apre con un gesto cieco, d’annichilazione:

 

Eleonora bruciava
la sua ansia
spegnendo sigarette sulle braccia

 

Il tormento che può portare «nell’area 51 dell’ospedale» noi non lo conosciamo. Bisogna entrare in silenzio nel travaglio di quei corridoi, come ha dovuto fare il nostro poeta nei suoi anni di università. Essere svegliati in piena notte da urla impossibili da assegnare, la mattina dopo, alla donna che ti accarezza i capelli. A noi è negato quel tormento che ha reso «pianto» il «sonno» di Eleonora, innestando come una serpe nel suo andamento biologico, dentro il funzionamento minimo del suo corpo, incidendole la pelle del viso:

 

grandi ombre di sonno
le scendevano dagli occhi
e sul viso tatuati
ritmi circadiani di pianto.

 

Eleonora è una visione, un’epifania. Un fenomeno oscuro che in un voltoluce si fa chiaro, sensibile. Nella sua voce, che chiede «solo paracetamolo». Questa parola, così davvero impossibile in un libro di poesie (e oggi velata dall’ironia per via di una canzone) e ben due volte ripetuta per di più in fine verso, scandisce la richiesta di non provare, almeno, dolore. Non per quelle braccia rovinate, perché sono per lei come un’offerta, ex voto impossibili o «abluzioni di fuoco», con l’intensità e la forza che il commento non conosce, non per quelle braccia, ma per la dispersione del sangue, per il distacco ciclico e necessario, intimo spegnimento e, insieme, misteriosa riaccensione della fecondità:

 

Noi guardavamo le sue braccia
quelle abluzioni di fuoco
ma Eleonora ci chiedeva solo paracetamolo
blando antidolore
per il suo ciclo mestruale.

 

Una trasfigurazione. Dell’esistente, nella sua natura di ferro e ruggine, oppositiva, refrattaria. Il passaggio di Eleonora vivifica la materia, la rende organismo, la costringe in una curvatura vitale, per quanto segnata dalla più indigente fragilità: occorre vedere, occorre dire «che la vita scorre ancora / dallo stelo delle grate». Eleonora non avviene, appena, “al di qua” di quel dispositivo di contenzione applicato alla finestra. I tubi conficcati nel cemento rispondono al suo arrivo e possono fiorire:

 

Scoprimmo allora a Psichiatria
nell’area 51 dell’ospedale
che la vita filtra ancora
dallo stelo delle grate.

 

In questo avvenimento bisogna soltanto stare, rimanere: tornare ogni giorno nelle stanze spoglie, sedersi di fronte al letto nell’ora delle visite, guardare il sonno, il torpore indotto. Fino a scoprire innaturale e superflua ogni analisi ogni diagnosi, per sostenere la scoperta della distanza abituale dalle cose («Le mie mani, cosa sono le mie mani? La distanza incommensurabile che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da essi per sempre», Sartre). Più grande di questa amarezza, però, è la conquista: l’evento costringe a un’accensione degli occhi, uno spostamento verso una nuova comprensione delle cose. Questo sperdimento della mente è un’«ubriacatura sobria», nella pagina più delicata e deflagrante del bellissimo primo romanzo di Daniele Mencarelli, La casa degli sguardi. Parole e gesti che non stordiscono l’addetto alle pulizie dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù: «non riesco a capire, decifrare. Ho visto qualcosa di umano e al tempo stesso straniero, come un rito proveniente da una terra lontanissima, non riesco dentro di me a rintracciare strumenti per tradurlo nella mia lingua. Nessuna lettura riesce a colmare la distanza tra quel che ho visto e la mia logica»:

 

Rimanemmo noi
fra le mani di lattice
la diagnosi maniacale

 

Avviene una nascita. Insperata, e ben più grande: dentro Eleonora viene alla luce il mondo intero. È quello che accade in lei, nel segno che è lei, che è la sua contraddizione inconcepibile: quella bruciatura d’esistenza, quella ragazza che soltanto possiede il nome del proprio battesimo e del farmaco che chiede, e braccia rovinate, è lei a concedere la grazia del modo infinito: «concepire». Due sono i doni: il «giardino» di ciò che nasce e la nostra autocoscienza, la consapevolezza che a noi è data la possibilità di dirlo. Le «grandi ombre», la malattia, sono trasfigurate, fino a scoprire che non coincidono salvezza e guarigione. Daniele Mencarelli ha trovato queste parole, che ci aiutano a capire: «non serve capire, comprendere. Serve accogliere l’umano con tutta la forza che ci è concessa. Arrivare alla bellezza che non conosce disfacimento, nucleo primo e inviolabile»:

 

nel giardino dei fiori tristi
che per concepire
non era necessario
rinsavire.

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