Si arriva nudi via terra

di Davide Toffoli

Gabriele Galloni, L’estate del mondo, Saya Editore, 2019

Dopo essersi già fatto notare con alcune pubblicazioni di indubbio valore, il ventiquattrenne Gabriele Galloni ha sfornato di recente una ulteriore prova di grandissimo livello, L’estate del mondo (Marco Saya Editore, Collana Sottotraccia, diretta dall’ottimo Antonio Bux). La prima sezione porta lo stesso titolo del libro e si apre “nel parcheggio del centro commerciale” con un io e un tu già in dialogo profondo (“Mi raccontasti poi di come aperti / all’onda i cieli aprissero sentieri / mai apparsi prima, neanche agli occhi esperti”). Galloni è dotato di voce chiara ed è quasi taumaturgico nella sua rara capacità di creare mondi, di aprire cieli inattesi, tirandoli apparentemente fuori dalla quotidianità più profonda e tranquilla. C’è una tangibile percezione di ascolto profondo nei versi di questo libro, ispirato e delicatamente poetico. C’è una facilità spiazzante del verso, fluido ed onirico, assolato e sempre musicale, misurato e modernamente ancestrale. Il mare è l’orizzonte naturale, come “le corse a perdifiato tra i canneti; / l’eco pomeridiana e l’eco a notte. / L’animale brusio e le sue interrotte / chiamate; e certi libri di poeti”. Come del resto lo è la Luna, maiuscola, nuda, “coperta di cenere / dal capo ai piedi”, Luna-luce “troppo grande per queste nostre mani”. Presenza in controluce, assenza pesante, attraversano luoghi enigmatici seppur finemente localizzati e localizzabili (dalla Magliana Vecchia “a Fiumicino, / tra i Dioscuri e le case popolari”. Ed ecco che il tu del dialogo sembrerebbe il cielo, occhi chiari, Luna di luglio sopra il mare. Ma è un sogno, o uno svegliarsi da esso, lo splendido e crescente dialogo tra la Natura (Sole, Luna, Stelle) e l’io del poeta. “I bambini, giù in strada, a fare il bagno // nelle pozzanghere come piscine”. La Luna, soprattutto, come avamposto per comprendere il Cielo, riconoscendolo come tela o come spazio infinito. “Sabbia di Luna”, da coltivare nei luoghi riconoscibili e indefiniti, “giù a Ponte Galeria”. Una Luna sulla quale l’ultima parola spetta al più piccolo che così si esprime: “La Luna è questa duna senza attesa / di mare; è l’autostrada che da Piana / del Sole porta fuori le città / di tutto il mondo”. E Luna e Sogno si alternano nei paesaggi indimenticabili di questo toccante lavoro, che evoca trasparenze di insetto sul vetro, “porta che si apriva / sul mare”. Camaleontico e vitalizzante, come un bacio dato in assenza di Luna. “Una Luna di polvere / sopra le case di via Ventimiglia”, quasi si sgretolasse nelle profondità del sogno, ma già predisposta a riformarsi ogni volta e senza fine. E quasi ossimorica, di fianco all’indeterminato del sogno, del mare, della Luna e delle maree, ecco la presenza ingombrante e fisica di Corviale, del Serpentone. Galloni insegue il filo capace di riavvicinare “Le stelle l’una all’altra”, insegue lucciole, raggiunge lo spazio dalla riva del mare. L’estate, come cuore pulsante della vita, è sogno, amore e memoria e caleidoscopica muta forma assecondando la corriera che si ferma “in mezzo ai campi / di Maccarese”, in un poeticissimo alternarsi di apparizioni e sparizioni, tra abissi e secche, “in case grandi come il nostro sonno”. “Radunare ogni notte i sassi sparsi / per il giardino; disporli in tre file / mimando i pini la spiaggia la Luna”. L’estate di Galloni è un atto superbo d’amore, dietro Fiumicino, “tra la testiera del letto e il cuscino”, o “nell’ombra fonda dell’armadio”, perché “La spiaggia era un disegno a occhi chiusi”, sotto “Luci di insegne da spiaggia o lampioni; di nubi / attraversate da aerei stranieri”. C’è il sapore delle estati romane, tra Torvaianica, Focene, Fiumicino e Maccarese, il gusto della memoria futura, l’enigma del sogno, con “maree su maree di conchiglie”, nell’eco umanissima di un dialogo costante.

La seconda sezione, “Vista spiaggia”, lascia avvertire piuttosto il sentore di una sorta di breve ed intensa preghiera laica. I morti, sempre presenti e vitali in Galloni, “giocano / a fare il vento per chi non lo sa”, perché “Anche questo significa venire / al mondo in piena estate”, “ogni giorno cantare, nel cortile / dei caseggiati popolari, tutte / le orme di gatto, tutte le radici”. Il mare, l’acqua, quasi un liquido amniotico, nel quale ci si prepara al successivo passaggio, sempre all’interno di un eterno camminare.

La terza e conclusiva sezione ha quindi per titolo “Conclusione della passeggiata”: un incontro onirico, dove personaggi e luoghi sembrano fondersi in un abbraccio evocativo impresso a fuoco nella memoria. Le parole, tutte, “dette e ascoltate”, si perdono adesso, mentre i bambini “ridono all’acqua e ai loro genitori”. Curve, tornanti, boscaglia e dune, si infittiscono e rendono difficile il passaggio. Sembrano perfino confondersi spiaggia e cielo, mentre i personaggi restano eternati in un presente perenne, in una qualsiasi estate del mondo. Una memoria, un ricordo, una sensazione diffusa: “Ricorderemo. Non è stato il nostro / tempo. Che cosa importa: abbiamo ancora / mani per intrecciare fili d’erba / secchi o per implorare, da ubriachi, / che il vento asciughi una ad una le stelle / appena emerse dal mare; / siamo giovani / e due corpi portiamo ancora simili”. È ancora un sogno, dal quale non ci si riesce a svegliare, una febbre da fondale marino. È ritorno di tutti i passati possibili e si respira un dilaniante ed insondabile senso di eterno (“Ci sediamo. / Ignoravamo che una volta nudi / saremmo rimasti nudi per sempre”), un’atmosfera sospesa, un intervallo anomalo al tradizionale procedere del tempo (“Abbiamo smesso di parlar; adesso / ascoltiamo soltanto”). Sono versi che scorrono inesorabili come pelle che si rinnova. “Ogni cosa ha il suo tempo sotto il cielo; / sii giovane con me prima che un’altra / corrente ci separi – o ci risvegli”. In questa estate perenne ogni gesto ha il sapore sacro e lacerante di una preghiera, di un profondissimo inno alla vita, alla luce. Una “vacanza al di là della terra”, sotto una Luna di lattice. Un ritorno alle origini, in spiaggia, nell’estate che precede la nascita: “Tu indossi un abito che è identico // a quello che amerai una volta viva”. Torna ad esserci tanto mare in queste pagine e, nel cielo, cavi elettrici come scie di cometa. Case paterne, case identiche, perché “E’ in questa vita un’altra vita nuova / e in questo corpo un altro corpo ancora”. C’è un’aria sottile, una ambiguità feroce e leggera, una costante sfumatura. Nettuno crea un filo che lega mare e cielo. “Le case bianche a perdita / d’occhio; le cancellate / arrugginite. A sfondo // di cartone, sfrondate / chiome di nubi simulano / l’estate del mondo”. All’ultimissima riva si arriva nudi via terra, in una vita che è “l’occhio / di un dio cieco”. “Non costruiremo mai nessuna casa; / dormiremo tra impronta e impronta sulla / sabbia, lasciando che la pelle faccia / di sé insanabile ferita giorno / dopo giorno”. C’è aria di approdo rovesciato nello splendido congedo del libro: “E con gli occhi arrossati ritrovarsi / una mattina, soli, a camminare / lungo un fossato oppure lungo un muro / enorme, bianco”, in un procedere maturo e consapevole verso un mare, laggiù, “che non si vede”.

Galloni, con L’estate del mondo, ha confezionato un lavoro prezioso, sintonizzato sull’onda lunga, di quelli destinati a restare nel tempo, perché non è riuscito semplicemente a confermare le premesse di libri già interessantissimi come In che luce cadranno, ma stavolta si è spinto ben oltre, regalando pagine indelebili, quasi sospese tra sogno e paesaggio, capaci di fondere interiorità e cielo, mare e Luna. E la meraviglia nasce dall’apparente facilità di scrittura, che nasconde uno spessore inconsueto. Uno sguardo giovane, ma già indiscutibilmente intriso di una rara efficacia versificatoria, di quelle che appartengono soltanto a chi già può contare su una riconoscibile voce propria. L’estate del mondo ha il respiro puro di un sentire profondo. Insomma, un libro da non lasciarsi sfuggire. Per nessun motivo.

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