La poesia di Francesco Giusti: l’esclamazione del profondo

di Davide Rondoni

Francesco Giusti, Quando le ombre si staccano dal muro, Quodlibet 2019

Ignoravo l'opera di Francesco Giusti, se non per nomea e per alcuni giudizi positivi raccolti nel ramingo mio andare per poesia e poeti. Poi in una sera riccionese dedicata a Ghirri, l'editore di Quodlibet, Manuel Orazi me ne parlò e mi annunciò l'invio di questo libro. Che, dico subito, è bellissimo della bellezza che hanno solo certi libri di poesia: spiazzante, sfuggente, densa. Esclamativa, verrebbe da dire, riferendomi al bel saggio sulla esclamazione come figura, anzi come natura del gesto della lingua-filosofia del Giusti, l'esclamare che, come dice bene in quelle pagine Elenio Cicchini, è qualcosa che nel linguaggio "grida e chiama" prima del dire. Del resto, nella nota di introduzione, Giorgio Agamben, curatore della collana, indica perché questa poesia si rivolge "all'uomo immemorabilmente scomparso e tuttavia incessantemente avveniente". Il dialetto di Giusti dialoga e si intreccia con l'italiano tra versioni e semiversioni, e, per dirla con il Zanzotto citato dallo stesso Agamben, ha in sé "una goccia del latte di Eva".
Ho trovato in Giusti una "lingua-cose", una speciale forza poetica che traversa le apparizioni dei segni del tempo, della madre, delle case, dell'amore, dell'inverno.

Basterebbe un esempio come:

 
[...]
"Nudo, indecente nell'artrite, contorto sarà il ramo. Non
si farà sentire, ambasciatrice dell'altro regno,
la, di solito, loquace, civetta. Ma, pur sempre, dalle travi tarlate
scenderanno gli antenati a enfiare, inanellandoli, di rantoli, il sonno"
[...]

(da "Nel silenzio un fragore")
 

Molte le pagine segnate, i versi sottolineati, in un'opera che procede già dal titolo inseguendo una sospensione. Ma non appena una sospensione del tempo, o della dinamica delle immagini. Bensì una sospensione del dire le cose, quasi chiamando la dizione a ritroso, verso quella esclamazione, appunto, che al modo biblico del chiamare, sta a ridosso dell'inizio. Lo accompagna essendo connaturata.
Di tale inizio si danno, tra memorie e visioni, molti segni ed emblemi nell'opera (tra gli altri la neve, o il sonno, o lo specchio) ma innanzitutto si dà, per perizia ritmica e abbandono, il "movimento". Intendo che Giusti nel suo scrivere lavora certo per accumuli, sospensioni, balbettii nascosti e a volte emersi, ma appare soprattutto intento a una specie di ascolto assoluto. Molte le poesie, infatti, dedicate al dire medesimo, alla sua possibilità.

 
"[...] E spaura,
intenerisce, il verso rimasto nel niente.
scalpita e geme, voce di un bianco
sempre più bianco, smarrito fiocco
sempre più fiocco, sempre più neve."
 

Come se il dire poetico avesse la possibilità dell'inizio-fine contemporaneamente, quella cosa che chiameremmo, se ne fossimo ancora capaci, meno smarriti in vanità di elucubrazioni o meno determinati da un sentire obbligatorio, destino.
Per questo la poesia di Giusti apre vie inconsuete rispetto alla poesia che più viene valorizzata oggi, poesia di sentimento e di facile moralismo sociale, innocua e speciosa. È fatta di quotidiano e incandescenza, inquieta come sono state quella di Zanzotto, Luzi, Caproni, intorno alla scoperta della sua stessa possibilità - e di quella possibilità in un certo senso guerriera e felice.
Perché esiste uno spazio sottratto al dire morto, al dire ideologico, al dire senza la luce nuda dello stupore. Qui ce ne sono pagine e momenti. E s'ha da ringraziare, paradossalmente, la nostra ignoranza viandante e povera che ci permette scoperte così.

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