Francesca Serragnoli. La poetessa centrale e scomoda

di Davide Rondoni

Francesca Serragnoli, La quasi notte, MC, 2020

Il luogo che da tempo si sta creando la poesia di Francesca Serragnoli - fin dagli esordi vent'anni fa che la vide insieme a Mencarelli, Leardini, Fossati e Maldini in una piccola antologia che compilai scommettendo su alcune giovani voci, "I cercatori d'oro" - è un luogo al tempo stesso centrale e scomodo della poesia italiana recente. Centrale perché nella voce della Serragnoli, da quegli esordi su per le due raccolte precedenti, non ha mai cercato scorciatoie, chiedendo alla poesia di essere campo della verità, mai contentandosi di essere, come purtroppo accade sovente altrove, esibizione di letteratura o di artisticità. Centrale come lo sono le voci di autrici a lei care, non solo le grandi russe come Achmatova e Cvetaeva, ma anche la sua compagna più prossima e grande, quella Giovanna Sicari che da tempo considero la voce poetica femminile più viva del secondo Novecento italiano e certamente tra i maggiori poeti nostri. E oltre che centrale dicevo scomoda, come a volte è scomodo proprio ciò che richiama al suo centro un fenomeno, sia esso un particolare o la vita intera. Nel dettato di questa ultima raccolta, "La quasi notte" edita per MC editore in una collana diretta da Pasquale Di Palmo che firma la nota, alcuni elementi già presenti (lo spasmo delle viscere senza figlio, la quotidianità visionaria dell'amore, una pietas universale che appunta la sua precisa misericordia su figure - e su se stessi - senza aloni sentimentali) si fanno più radicali e in cerca di una asciuttezza del verso e della visionarietà. I cortocircuiti si fanno più serrati, le scintille che ne vengono più acute e luminose di luce particolare, per nuclei di poesia mai persa nel simbolico ma acmeista per acuto sentire del reale e della sua compresenza in elementi diversi. Ne escono poesie di rara intensità. Come quelle inizianti coi versi "Nessuno mi vuole come madre", "Vivente mio fulmine spampanato", "Il cielo esausto di febbraio, sconfitto" o la finale "Ogni volto ha il suo vento" solo per citarne alcune. Sono queste, come altre e molti versi, esito di quello che in una nota di poetica in appendice offerta con understatement come "Appunti sparsi" l'autrice dichiara essere il lavoro di pestare la poesia "come ha fatto Dante". In quella nota, densa e significativa e apparentemente rapsodica ma con interiore forte logica, la Serragnoli dà alcune ragioni, citando Maritain, Cristina Campo e Ungaretti, della poesia come arte della ricerca della verità. "Non si scrive per essere poeti, per essere bravi poeti [...] si scrive per ritornare bambini", per "imparare a stare su un confine che è solo quello della preghiera, dandosi fuoco perché Dio raccolga le tante scie del nostro finire nudi, nella povertà assoluta". Scomoda questa idea della poesia, come pur si vede nella necessità che Di Palmo ha, con le migliori intenzioni, di usare il vieto stilema di "preghiera laica". Di laico nel senso di non religioso qui non c'è nulla, e non solo per le evidenti linfe teologiche - esibite anche in talune citazioni nel libro - c'è semmai lo scomodo e centrale, dantesco e baudelairiano, radicarsi della poesia in una ricerca religiosa e perciò bambinesca dell'assoluto e del suo contrario, che non è il particolare o il frammentario - come intuì il Luzi de "Per il battesimo dei nostri frammenti", semmai la rinuncia alla esperienza possibile dell'assoluto sempre. Cosa che pare maleducato dire in una letteratura che pensa di sopravvivere come campo secolarizzato, riducendosi così a poco più che intrattenimento. In tal senso, Francesca Serragnoli testimonia una sfida altissima, unita a una fiducia mite e potente, a riguardo del valore della poesia. La temperatura interiore della sua poesia, poco incline a manifestazioni esibitorie, arde di questa mite e suprema fiducia. Cosa che la porta a navigare costeggiando la grande notte del nihilismo del dolore cieco e la grande notte della visione dei mistici e sull'onda che fa incontrare e miscelare le due notti cantare e fissare la sua personale - e a noi offerta - "quasi notte".

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