Francesca Mazzotta – La ferita e la salvezza

Di Valentino Fossati

    Reduci o redenti, il libro d’esordio di Francesca Mazzotta (fiorentina, classe 1992) uscito alla fine del 2016 per CartaCanta, si distingue nel panorama della nostra giovane poesia in quanto, a differenza di altre opere prime pure buone di autori della sua generazione o giù di lì, è sostenuto da un disegno già riconoscibile e nitido, da una precisa idea che lo informa e che va oltre una semplice, e a volte vaga, continuità stilistica e tematica dei testi.  Si può dire, per cominciare, che i versi di Francesca sono caratterizzati da un’alta temperatura lirica. È il tipo di poesia che personalmente prediligo, tendenzialmente ‘verticale’ e gnomica, con punte di vertigine anche nei momenti più raccolti e meditativi. Inoltre la sua poesia va nella direzione di una poesia colta e stratificata, ricca di riferimenti letterari, ma non ‘letteraria’ in quanto proprio il suo tessuto, ricco, composito, variegato, che va dal frammento al poemetto di matrice eliotiana (ma che ricorda, negli innalzamenti di tono, anche Conte e soprattutto e prima ancora il Montale della Bufera) reagisce fortemente con dati brucianti e drammatici di vita, di esperienza, riuscendo spesso a oltrepassare, a scavalcare il semplice dato confessionale. Da veri e propri grumi quasi allucinati, a sequenze più confidenziali e distese, quasi narrate, ma non meno forti, talvolta violente. In Reduci o redenti, infatti, si mostra, si denuda apertamente un io originariamente ferito, lontano, separato, un io ‘reduce’ appunto, che si aggrappa a una residua gioia di vivere per riscattarsi, per redimersi rispetto a questa stessa separazione. Questa paradossale ‘gioia’ dell’esiliato è quella che in tanti testi, anche della nostra tradizione più o meno recente, si può ritrovare: da Amelia Rosselli di Serie ospedaliera – anche in certe cadenze musicali – al Milo de Angelis di Millimetri.

Il filo rosso che attraversa quest’opera prima, proprio sulla scia delle Occasioni montaliane, è quello della tensione verso il nome che ‘agisce’, alimentato da quella radicale “impazienza del nome” da cui sembra germinare tutto. Quel nome che congiunge intimità e cose a partire dall’infanzia stessa, separati dalla quale “più acuto è lo stacco / tra l’indice e l’oggetto”, dopo la quale si viene come gettati nella separazione, nel difetto di memoria fino all’emblematica Disnomia che dà titolo alla prima sezione. Quel nome che può definire un io che è “grumo / risparmiato alla tritura”. Quel nome cercato – invocato – in un percorso conoscitivo che getta un ponte da una poesia all’altra, da una sezione all’altra, fino allo scioglimento finale, mitico e provvisorio al tempo stesso. Un percorso febbrile che tende progressivamente ad individuare il valore salvifico della memoria, dal fondo della memoria personale fino all’innalzamento verso il ‘noi’. Un disegno ampio quindi, direi pure giustamente ambizioso, dove già si intravede, anche al di là della tenuta dei singoli testi, di certe inevitabili acerbità, un’autentica e soprattutto necessaria ragione di poesia. In questa ricerca di riappropriazione, in questo cercare il nome coscienti della sua lontananza, diventa tesa come un arco la capacità percettiva, la ricerca spasmodica di un senso pieno, della nudità essenziale delle cose, quindi della possibilità di un canto originale. Anche dove il drammatico deficit della memoria rivela una ferita originaria, quella stessa lontananza che si vorrebbe colmare, la sofferenza che nasce dal non poter mai raggiungere un approdo sicuro, quel nome che spesso non giunge.

 

Sembra sempre di tornare a casa

prima che un’altra partenza rinnovi

il mestiere dell’ospite per poco

una frase lasciata a metà.

 

Ma questa tensione può, ancora provvisoriamente, sciogliersi in un attimo significativo, eccezionale,  in cui le cose si tengono e si riconoscono, si ricompongono. Questo il principio della redenzione:

Eppure c’è qualcosa, qualcosa

di rame che si posa in giuntura

ci inebria tra le nocche delle statue

sopra le nuche

delle fontane

 

 

La seconda sezione del libro, Le ragazze del lago, segna la congiunzione del disegno con un momento del destino personale. Nella dolorosa esperienza della clinica (dove il lago è già immagine di separazione, ma anche punto di osservazione privilegiato, come in Sereni) si accavallano le voci delle compagne degenti, e la sua, senza risparmio; si accavallano le storie di chi sembra in un vicolo cieco e non avere più possibilità di riscatto.

 

E c’era Micol c’eravamo tutte c’ero io

 

Poi,

 

Poi c’era la piccola Sara

si faceva chiamare Bianca ma era

la piccola Sara cresciuta nel silenzio

di madre di padre sordomuti

l’amavano come il poeta la parola ma

la sua, di parola

nasceva già morta

voleva urlare

almeno che Dio ne sentisse la voce

almeno che Dio si facesse sentire

 

 

Ma, alla fine, è proprio questa esperienza di ‘discesa’ ad assumere un connotato ambivalente. La clinica diventa sì il luogo dove si manifesta la ferita e una ulteriore separazione, ma rappresenta anche il raccoglimento fetale in una sorta di nido, la tensione a un recupero d’infanzia per quanto artificiale e, non ultimo, quel paradosso del distacco, concreto e di grado elevato, che ci fa sentire profondamente più vivi, più vigili, più in contatto con noi stessi. Il secondo testo che compone un ideale preludio alla sezione dice infatti

 

Nascondimi nei moti di bufera

nel fulmine che sfrangia il tronco

la notte pena.

Concedimi di stare

gomitolo di arterie

ancora un po’ dietro le ante

-c’è un infinito spazio nell’armadio

i gomiti di gruccia fanno il tunnel.

Si ovatta solo qualche passo

di là dalla fessura un pianto

stride di mille madri.

 

Non se la deve nessuno

la renitenza di vivere.

 

 

Una sorta di discesa alle madri, poi la ricongiunzione con la madre stessa, reale, ma incontrata come attraverso un diaframma, uno specchio.

 

Guardami, mamma

io sono qui

dove comincia lo specchio

 

                   volevo fosse i tuoi occhi

 

Guardami, mamma

ché sono perfetta

e non peso, volo

 

 

                            solo per me ti volevo

 

 

Una discesa dove alla fine si accerta comunque la “sanità dell’esserci” e, nuovamente, la possibilità di una liberazione, per quanto drammatica, che si prospetta come ritorno, come nuovo inizio.

 

Potete crederlo dovete farlo dovete

Cominciare a risparmiarvi adesso

Ricominciare qui

Ché si disserra tutto il possibile

Per intero il futuro che non vi è mai esistito.

 

Nel poemetto che chiude il libro, Idrousia – La terra dalle molte acque, modellato esplicitamente sulla Waste Land di Eliot, che presenta forse più rischi dal punto di vista della tenuta, ma che è assai coraggioso e complessivamente compiuto, tutto si ricongiunge. La drammatica vicenda di un uomo colpito da amnesia e ritrovato nudo e steso vicino ai cassonetti di un ristorante, come riportato nella nota iniziale viene come innestata su un triplice livello di voci, tra figure del mito, cronaca e figure della memoria privata: quelle dell’infanzia, quelle ragazze del lago della seconda sezione che ora sfilano illuminate da una nuova luce, acquistando loro stesse un valore di personale mito. E l’immagine dell’acqua, del suo flusso ininterrotto è nuovamente speranza di benedizione dopo le macerie e la distruzione (come in Eliot, ma senza alcun controcanto ironico e senza formulare, anche solo abbozzato, un giudizio storico) di rinascita, di crescita, di superamento della condizione, quella di partenza e non di approdo, per tutti, di esiliati e di reduci.

Torniamo alle macerie, Benjaman

Al suolo di ground zero, ritorniamo

Ai prati stempiati dai laghi,

tra colli spioventi, prega

che un fiume ci sbrigli alla radice

ci limi alla vita gli artigli

prega che qui siamo redenti

che siamo salvi e non più sbagli

non più reduci mal ricuciti

ma riscopri le epoche e la trama

dei tuoi figli.

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