Eoliè22: tracce d’eccellenza

di Roberta Tosi

Quando entri guarda, ascolta, magari prega ma soprattutto ama. Ama l’evidente e l’altrove, celato nelle pietre narranti, nelle colonne addomesticate da mani coraggiose, nel ritmo cadenzato di un tempo millenario. Ogni cosa reca in sé il mistero di un’assenza, potenza illimitata da colmare in parte con la nostra presenza, il nostro essere fragile e ardito che attraversa spazi, secoli e anime come passeggeri di un treno sempre in corsa.

Eppure nel varcare la soglia del Chiostro Normanno di Lipari bisogna sostare come a una fermata imprevista e improvvisa, subendone l’arresto. Del cuore, certo, ma è come se tutti i sensi venissero incarcerati a quei gesti d’aria e di pietra, come scriverebbe Didi-Huberman, edificanti la storia che qui, proprio qui, ha lasciato il segno di tante labbra oranti.
La luce apre le fenditure del tempo e, senza artifici, crea un luogo in cui alberga una memoria salvifica dove sembra risuonare ancora il canto antico dei monaci benedettini, lo sciabordio inquieto del mare (o forse è il battito sommesso del cuore?) e quello dell’arte mentre viene a ricrearsi come in un’annunciazione, la risposta a una chiamata giunta da lontano.

Cosa vedono, cosa sentono gli artisti? A quale domanda o invocazione rispondono? Il festival-mostra Eoliè ne ha voluti otto tra queste eterne arcate, custodi perfette della loro imperfezione. Otto: un numero che reca in sé tracce d’infinito e di eccellenza, nel suo movimento ininterrotto a uscire fuori dal vincolo che lo àncora all’immanenza. E l’Eccellenza è quella fortemente voluta e ricercata dall’organizzatore e curatore liparoto Francesco Malfitano, pienezza di senso che scuote la polvere delle nostre certezze, e affronta questi poveri e inquieti anni, per farci ritrovare mendicanti, feriti sempre nell’incompiutezza ma pellegrini indomiti cercando la parola inviolata.

Lo sguardo allora depone le armi e si offre nudo di fronte alle opere che recano il sigillo degli artisti presenti: Airoldi, de Martini, Frisoni, Lanza, La Motta, Morales, Pessina, Lamagna.

Un percorso che sorge maestoso sulle antiche pietre e non teme il desiderio nostalgico di un ritorno a casa. Come quello voluto da Guido Airoldi, verso il luogo più intimo: Heimat, nel tempo e nello spazio. Una domus originaria, piccola, intatta che sempre attende e arde in forme essenziali e pure, ossessione da cui lasciarsi colmare per non esserne dilaniato.

E colme sono anche le tele di Valentina de Martini, la vastità le appartiene. Come a voler inghiottire e preservare un mondo, quello animale, nel suo stato di fissità primordiale, quasi fosse un gesto, un rituale e si potessero scagliare ancora le frecce di Lascaux ma solo per custodire e salvare.

Custodisce invece la luce Davide Frisoni. Nel chiostro benedettino le sue opere s’imbevono di quella gloriosa dei secoli ed esse la restituiscono generosa e tremante. Sfida il sublime romantico ma anche le strade che ci appartengono e lì, proprio sulla soglia del buio, della notte in tempesta, ne svela l’apparire, il suo segreto miracolo.

L’arte dello svelamento appartiene ad Alessandro La Motta, ed è quello per i miti in cui scopre radicarsi una bellezza senza tempo. La sua arte la ri-vela, la copre una volta ancora con la sua pittura, con lo sguardo di chi ama un’armonia che trova il suo senso più profondo perfino nelle tracce disperse di anfore molli, le sole emerse dagli abissi del respiro e dello spirito.

Abissi senza nome che restituiscono però anche ferri e relitti da poter forgiare al fuoco di una rinascita, una nuova vita. Giocando tra i vuoti e i pieni, creando infinite tessiture ed equilibri sospesi, Irene Lanza forgia così una materia strappata alle acque, per poterla plasmare con le mani attente e precise di chi non cessa mai di avere cura, anche dell’indefinito, anche del corrotto.

E ha cura dei colori Nicolò Morales, sempre, con una maestria che sposa amabilmente la sua arte di fine ceramista. Il mare e la sua forma gli appartengono, nei riflessi cangianti che percepisce nell’intimo, nel movimento che dà vita alla fertilità delle sue creazioni. Come con la sua Megaptera, danzatrice degli oceani che nella sua fragilità possente, rivela la sua candida bellezza.

Anche le sculture totemiche di Francesco Pessina abitano il candore. Legno, pietra, colore, riflessione, in bilico tra l’orizzonte e la sua verticalità, funamboli sospesi e debitori del vento che li accarezza e li sostiene. A chi incontra le sue opere il dono di farle proprie, svelandone la sensibilità e la tensione umana.

Umana, troppo umana, verrebbe da dire echeggiando Nietzsche, l’installazione di Ernesto Lamagna. Ma solo per quel grido che si crocifigge insieme alle sue opere, alla fine di questo intenso percorso e collocate in fondo, anche fisicamente, all’itinerario espositivo. C’è il crocifisso, ritratto nel baratro più assoluto che tocca la sua estrema kenosis, e c’è la madre altrettanto crocifissa nella sua malattia, su una sedia a rotelle. L’uno è di fronte all’altra: dolore lacerante, struggimento dolcissimo. «Amare il prossimo - scriveva Simone Weil - vuol dire semplicemente essere capaci di domandare “Qual è il tuo tormento?”».

Risuonano allora i versi potenti della poesia di Davide Rondoni, le ultime parole, in realtà anche le parole ultime, che guidano i nostri passi a prendere commiato da queste calde pietre e dall’eccellenza, dal merito, dal talento, incontrati in questo chiostro, spingendo lo sguardo in quella fessura stretta stretta tra la terra e il cielo, quello di Lipari e di ogni orizzonte.

Cosa io di più

di lui

che chiuso nella branda ospedaliera
nel sudore si ribagna.
Cosa io

di più

di lui

che ha lo sbaglio, che ha la sera

(che ha lo sbaglio)

in volto
e la carne cagna…

Ora che qui la luce

è senza grazia, è ferro,
scherno, buca,

a che immagine, Dio,
a che intera somiglianza…

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