ENRICO MARCUCCI – Inchiesta sulla poesia contemporanea.

Breve presentazione dell’omonima tesi sperimentale di Enrico Marcucci.

Per quanto si siano sviluppate diverse scienze del linguaggio e altre parallele, nonostante questo il rapporto fra la parola e la cosa, quando si ripristina veramente all’origine, nel senso più profondo e fresco, è un mistero, è qualcosa che colpisce come un bene indescrivibile e non circoscrivibile.”  (Mario Luzi, Il genio discreto della poesia, 1993)

 

Se Francesco Napoli principiava le sue “Conversazioni critiche sulla poesia contemporanea”, “Novecento prossimo venturo” (Jaca Book, 2005), con questa citazione esatta di Mario Luzi, era evidentemente perché sapeva bene che ogni lavoro di indagine critica comporta sempre un necessario ripristino, un doveroso ritorno all’origine che non può lasciare spazio in nessun caso a facili etichette o risapute  catalogazioni di mestiere. Un ritorno necessario  per ritrovare le radici dell’attuale condizione della poesia italiana e tracciarne le venature, le sinopie, ma ancor più per “ritrovarsi”, per muovere verso la via diritta, collocarsi fin dalla partenza, dalla separazione, nella prospettiva della riconquista del luogo, del ricongiungimento con l’origine. Nella diversità delle vicende individuali è dato riscontrare un portato della storia , un collante che si configura di volta in volta come attenzione , come resistenza, come cura e ogni volta il poeta sosta davvero sulla soglia del silenzio, in attesa di poter rifare le parole, di farsi in esse dono di consapevolezza.  Si deve poter risalire lungo le radici comuni che si diramano nei grandi mali dell’uomo, dei popoli, delle società, per ricondurne le parole veritiere, sommesse, mai compiaciute(L.Bressan). E’, quello di Napoli, un volume con il quale non ho potuto fare a meno di confrontarmi, trovandomi a svolgere un’inchiesta, cioè un’indagine di valore, che muovendo dal dialogo stesso con gli autori, miri a delineare: tensioni e tendenze che hanno maggiormente caratterizzato il panorama della poesia italiana dagli anni Settanta ad oggi; dove questa riponga le sue radici più salde;come si sia modificata la divulgazione e la fruibilità della poesia nel corso delle ultime decadi; quali siano state le riviste e i “maestri” che hanno maggiormente contribuito al suo rinnovamento e accompagnato i singoli percorsi dei poeti da me scelti; quali, nello specifico, siano i presupposti per poesia “contemporanea” e quali i connotati precipui di questo aggettivo;come, in fondo, la poesia italiana abbia sempre allontanato dai suoi orizzonti ideologie categoriche, sperimentalismi o risaputi avanguardismi,preferendo piuttosto spingersi verso un incedere discorsivo del testo lirico, più dialogante e tendente alla prosa-in cui l’esperienza non si dimostra, ma si mostra nella sua purezza e datità assolute, mantenendo comunque quel melos che segna le distanze tra poesia e narrativa. Per compiere questo genere di percorso, indispensabile si è rivelato l’incontro frontale con le opere e le esperienze individuali di poeti particolarmente preziosi in quanto cronologicamente e qualitativamente “eredi”, nella propria innovatività e singolarità, dei padri della poesia italiana del Novecento (quali Ungaretti, Luzi, Caproni, Sereni, Montale, Bertolucci, Betocchi, Pasolinied altri ancora),eancor più per l’inesauribile attenzione con cui hanno sempre posto l’uomo, il mondo e lo spirito del tempo presente al centro della loro ricerca formale ed escatologica.

Sono pienamente convinto che le nuove linee di ricerca debbano incentrarsi su pretesti occasionali, su mappe di ricognizione, su caratteri distintivi, non su fondamenti predefiniti e immodificabili che non appartengono più alla vastità dei fermenti in corso (A.Moscè). Ai fini di un’analisi più dettagliata ho perciò deciso di prendere in esame nella mia inchiesta autori per questioni anagrafiche e societariepiuttosto distanti fra loro, al di là dei propri anni d’esordio. Dopo aver passato brevemente in rassegna le vicende salienti dei primi sei decenni del secolo scorso e i suoi più significativi rappresentanti, ci sposteremo direttamente negli anni Settanta, dove, dai più adulti Franco Loi e Giampiero Neri (poco più che adolescenti durante il flagello della Seconda guerra mondiale),toccheremo il centro della contestazione studentesca con Giuseppe Rosato e Umberto Piersanti (già apparsi sulla scena rispettivamente negli anni Cinquanta e Sessanta), Maurizio Cucchi, Giuseppe Conte,Lucetta Frisa, Milo De Angelis e la sua“Niebo”, fondamentale per il rinnovamento della poesia in quegli anni d’uscita dai detriti della “schizofrenia” avanguardista. Ci appresteremo in seguito all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro, per condurre agli anni Ottanta e aValerio Magrelli,a Gianni D’Elia e al più defilatoGuido Garufi, fondatore insieme a Remo Pagnanelli della rivista “Verso”;proseguendo oltre la metà dello stesso decennio con Davide Rondoni e Gianfranco Lauretano, fondatori della stessa “clanDestino” (ex “Forum Quinta Generazione” lasciata in “eredità” dall’editore Giampaolo Piccari) e Filippo Davoli, fondatore in seguito delle riviste “Ciminiera” e “Quid Culturae”.Un sentiero che attraversando le esperienze individuali di Silvia Bre, Antonella Anedda, Massimo Morassoe Giancarlo Sissa, comparsi sulla scena poetica nel corso degli anni Novanta, giunge adAndrea Ponso, Riccardo Emmolo, Gianluca D’Andrea e Marco Ercolani, usciti con le loro opere prime alla soglia del Ventunesimo secolo.In questo percorso è possibile individuare una frattura che  distingue la generazione dei nati durante la guerra o subito dopo, all’in circa intorno agli anni Quaranta, da quella più giovane dei poeti nati nel decennio successivo, gli anni Cinquanta. I primi hanno vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza le difficoltà del dopoguerra, sono cresciuti insieme allo sviluppo economico, alla rapida modernizzazione dell’Italia, hanno sfiorato l’esperienza della Neoavanguardia; si sono incontrati nel momento più intenso della loro giovinezza con il Sessantotto e con i rivolgimenti a cui quel particolare momento della storia recente ha dato il via.  I  poeti nati negli anni Cinquanta invece, possono aver sfiorato il Sessantotto solo nell’adolescenza, hanno sviluppato tutta la loro esperienza all’interno del boom economico, sperimentandone prima la crisi, poi il rilancio; sono pienamente e totalmente partecipi dell’era postmoderna essendosi formati dopo il tramonto delle ultime avanguardie. Similmente i poeti nati negli anni Sessanta e Settanta, che faranno le loro prime uscite dagli anni Ottanta ai Duemila, si trovano pronti a riattivare criticamente il passato letterario quanto a superarlo dal suo interno, in un decennio in cui ormai sembra essersi modificata la comunicabilità del messaggio poetico. E’ infatti terminata la stagione dei festival e dei meeting (che avevano contraddistinto anche la fervente stagione degli anni Settanta); è terminata certa critica militante “impegnata”; sono sorti nuovi conflitti civili e mondiali; è mutata l’attenzione della stampa quotidiana e periodica nazionale per la poesia, unitamente alla chiusura di riviste e spazi collettivi. Ci troviamo di fronte a poeti colti, che nella maggior parte dei casi hanno ricevuto un accurata istruzione, intransigenti e pronti a fare proprie le esperienze più disparate provenienti dai molteplici campi del sapere, per scavare camminamenti in tutte le direzioni. Sono spesso e volentieri anche critici, ricercatori, editori o traduttori che si servono del proscenio cittadino per mettere in forma le proprie letture e che guardano direttamente alle esperienze formali della generazione precedente, dalla quale sono ben accolti e sostenuti. Inoltre sono poeti, in particolare per ciò che riguarda la generazione nata negli anni Settanta, che si trovano a fare i conti direttamente con le nuove tecnologie, con l’avvento del computer, di Internet e dell’ informazione veloce.Basti pensare all’avvento deibloge deisocial network, che se da un lato presentano maggiore velocità nella reperibilità dell’informazione, spesso ne danno un contenuto non autorevole né obiettivo. Gli stessi e-book, ad esempio, sempre più intrapresi per una maggiore distribuzione dal crescente mercato editoriale italiano, negli Stati Uniti sono stati abbandonati già da tempo. Molte riviste, nel corso degli ultimi decenni, si sono trovate ad abbandonare definitivamente la propria versione cartacea in vista del loro inserimento nel web. I maggiori centri culturali,se è vero che vi è attivismo letterario dove troviamo benessere economico e presenza dell’industria, restano comunque quelli di un tempo, Roma, Bologna e Milano, dove confluiscono spesso e volentieri le collaborazioni di voci e riviste sorte dalle periferie della nazione. Firenze nel frattempo vede lentamente venir meno la propria centralità, in special modo in seguito alla morte del suo maggiore protagonista, Mario Luzi. Come accennato sopra, i poeti da me presi in esame,oltre ad aver accolto per questioni linguistiche, formali e anagrafiche, cheindagheremo a tempo debito, l’“eredità” dei padri della tradizione lirica del Novecento, hanno contribuito, dopo la deriva del Gruppo ’63 e delle sue fallaci riorganizzazioni successive,al recupero della tradizione, rinnovandola attraverso una rigida semplificazione linguistica, più colloquiale e tendente “al parlato”, tentata da architetture diremmo quasi “romanzesche”, che non ha potuto fare a meno di confrontarsi con il testo narrato. Una discorsivitàlirica che trova le sue radici nei singoli  percorsi di formazione dei “maestri”della poesia del Novecento,quali Montale, Luzi, Sereni e Caproni. “Maestri” -anche per l’attività maieuticasvolta nei confronti dei poeti più giovani-che da opere prime strettamente legate all’ambiente ermetico, Ossi di Seppia,La Barca, Frontiera,Come un’allegoria, hanno mostrato finoa quelle più mature,Satura, Nel Magma,GliStrumenti umanio Congedo del viaggiatore cerimonioso ed altre prosopopee, un graduale avanzamento verso l’oralità, verso un registro lirico“prosastico” che tende a riadattare ogni forma del significante alla struttura del significato e a fondere insieme diversi linguaggi e stili, alto e basso. E si trattò di un fenomeno che colpì in profondità la lirica proprio sul piano di quell’immediatezza espressiva e di quella libertà formale che avevano costituito il fondamento della sua tradizione (Villalta).Sono questi tra i “padri” della poesia del Secondo Novecento, che per primi scelgono di tornare a guardare alla grande tradizione lirica senza condividerne più la tensione integrale, il nesso dominante tra poesia, teoria e critica, ma confrontandola piuttosto con un orizzonte più ridotto, con un mondo che per loro sembra restringersi, ridursi alla misura limitata di una parola che, anche quando vuol essere lacerante e aggressiva, resta sempre come “fioca”, in tono minore, mentre la comunicazione esterna si dilata a dismisura e i linguaggi del reale si moltiplicano irreprensibilmente. Linguaggi che hanno fuso insieme, nelle maniere più eterogenee e singolari, i due “assi” lirici alla base della poesia italiana, quello intimistico, soggettivo e monostilistico, che da Petrarca conduce verticalmente a Leopardi, e l’altro “corale”, plurilinguistico, mosso “a più voci”, in cui si fondono insieme più linguaggi, secondo una lezione che da Dante attraversa  l’Ottocento e approda in Pascoli. Nel primo caso ci troviamo di fronte ad una poesia in cui è l’“io” stesso  del poeta a parlare in una sorta di monologo o dialogo interiore con se stesso o con elementi e voltidirettamente riconducibili al suo stato d’animo o alla sua condizione esistenziale.Centrale è  in Leopardi:  “Io mi ricordo”, “Sempre caro mi fu”, “Tu lieta…”, eccetera. Nel secondo caso, invece ci troviamo di fronte ad una poesia che interroga la realtà da molteplici angolature, mescolando le esperienze, presentando una drammaticità mossa da una pluralità di voci, come accade appunto in Dante o ancora in Pascoli. Si pensi all’influenza di Dante e Petrarca nella poesia di Amelia Rosselli, o ancora in Pasolini. Ciò non basta. A contribuire fortemente al rinnovamento della poesia tra Secondo e Terzo Novecento sarà pure il recupero della poesia francesea cavallo tra Ottocento e Novecento, dai simbolisti e visionari Baudelaire, Rimbaud, Mallarmèe Varlaine –senza trascurare le differenti esperienze di Valery e Peguy- alla poesia russa di Primo Novecento, da Majakovsij agli “acmeisti”. A ciò vanno  aggiunte l’innovativa portata della lezione di Paul Celan, che si distingue per la matericità espressiva e la concretezza del proprio appello alla Storia e all’esperienza, e la teatrale oralità ritmica mutuata da certa poesia inglese di Primo e Secondo Novecento, da T.S. Elliota T. Harrison e S. Heaney. Saranno questi i presupposti, rimodellati nelle esperienze più singolari e composite, che andranno a formare la nuova poesia italiana di cui gli autori contenuti nella mia “inchiesta” sono oggi portavoce e testimoni. A dettare la scelta dei poeti presi in esame, è stato inoltre il rapporto già intrapreso attraverso incontri ed interviste con molti di loro, e la disponibilità di quest’ultimi a partecipare con entusiasmo a questo progetto. Una ricerca che, dopo aver introdotto i fatti salienti delle decadi che accompagnano l’esordio dei nostri autori, muoverà alla conversazione e all’approfondimento con quest’ultimi delle loro opere, delle scelte tematiche e formali da loro adottate e delle frequentazioni letterarie che su di esse hanno maggiormente influito, del loro percorso di formazione, non che delle loro riflessioni e del loro sguardo sull’uomo e sulla realtà. Una seconda parte dell’inchiesta presenterà invece un questionario riportante dieci quesiti unici per tutti i poeti. Questo mirerà ad indagare più precisamente, oltre ad altre omesse in questo articolo, questioni di carattere storico-letterario sulla funzione assunta dai trascorsi della poesia italiana del Novecento e dalle colonne salde ancorate alla radici  della sua tradizione, quali Dante e Leopardi; inoltre, come ogni poeta si sia posto di fronte alla “contemporaneità” nella sua ricerca formale e linguistica. In conclusione all’ inchiesta, raccolto il prezioso materiale tratto dalla voce stessa dei poeti, che di certo farà sorgere questioni ulteriori fin qui non previste ma pronti ad accogliere con entusiasmo, mireremo ad individuare quali siano i presupposti certi per una poesia tale da essere definita degnamente “contemporanea” e come questa nel corso degli ultimi cinque decenni abbia sempre più consolidato una sua tensione all’oralità, “al parlato”, seppur mescolando al suo interno le frequentazioni e le esperienze più eterogenee, in cui le “universalità” osservate tramite l’intuizione del fenomeno si intrecciano con la singolarità del vissuto individuale. Per terminare questo breve intervento di presentazione di un  lavoro che si prospetta arduo, intenso, avvincente e ricco di scoperte, ma soprattutto privo di pretese di alcun genere, ci tengo a riportarele parolecon cui Roberto Carifi principiava il suo Gesto di Càllicle(1982), in un momento in cui il tortuoso cammino della poesia si spingeva fuori da due decenni a dir poco magmatici:“Non è un mistero che l’universo della poesia si presenta, oggi, costellato di pratiche di scrittura la cui eterogeneità vale da sola a qualificare le difficoltà di un lavoro che pretendesse di renderne conto per intero, casomai con l’ambizione dell’imparzialità e della completezza. Un lavoro del genere sarebbe tutt’al più, una mappa, un almanacco di esperienze a diversi livelli e con differenti esiti concentrate sulla pagina bianca: con il rischio inevitabile di fornire una guida per chi ha voglia di smarrirsi liberandosi del compito ingrato di individuare in una geografia tanto estesa le zone fertili di segni indelebili o comunque destinati a lasciare tracce significative”.Il lavoro, che, nel prossimo anno, sarà materia della mia tesi di laurea triennale in Letteratura moderna, con la supervisione della professoressa Laura Melosi del polo maceratese, uscirà nel prossimo inverno in una sua anteprima cartacea.

 

 

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