Enrico Gatta e la sua “officina fiorentina”

di Davide Rondoni

I miei incontri con Enrico Gatta, giornalista a lungo operante sulle pagine del Quotidiano Nazionale, sono stati rari, cordiali, segnati da parole misurate e silenzi. Lo chiamai a presentare un mio romanzo dedicato alla figura di Francesco Baracca, l'aviatore. E lui trovò parole giuste per leggere l'opera e i suoi intenti, più grandi di quelli consapevoli in me. Poi forse un lampredotto con l'amico Ulivi, un caffè, qualche altro fuggevole incontro. Ora che ci ha lasciato, mi trovo tra le mani il piccolo intenso libro che ha curato, Infinite tracce, edito da Edizioni della Meridiana. Il libro, come spiega introducendolo lui stesso, nasce come raccolta di materiali (con qualche aggiunta) provenienti da un sito web, con lo stesso titolo, che finì ingoiato dal mare magnum del web e si perse. Così, già per questo motivo, il tema della traccia, considerando la scomparsa di Gatta, la provenienza del libro da una scomparsa, si intensifica di senso e di mistero.

Sono tracce di lettura, essendo il sito nato per la comune passione a essere "lettori attivi", dove per attività si intende la “disponibilità” a lasciarsi interrogare e cambiare dalle letture. E, conclude quella presentazione, sono tracce di “amicizia”. Il libro, dunque, sorge come traccia di quel repertorio perduto e porta nuovamente a galla una ricca serie di interventi (con nomi significativi, da Rosita Copioli a Margherita Pieracci Harwell, da Luca Giachi a Lorenzo Bertolani, e molti altri, compreso le foto dello stesso Ulivi, tra i fondatori di clanDestino) che danno il senso di una strana “officina fiorentina” forse sfuggita ai radar della pubblicistica culturale più in voga e altezzosa del Paese, ma che documenta i suoi riferimenti e le sue linfe tutt’altro che esaurite. Ne sono testimonianza non solo il pezzo della Harwell dove si rammemorano Cristina Campo e Gabriella Bemporad - della prima annotando intorno a un pezzo scritto ancora con nome Vittoria Guerrini apparso sulla pagina culturale di un quotidiano di Lodi, Corriere dell'Adda, che per iniziativa di Gianfranco Draghi, aveva creato una pagina culturale fiorentino centrica – ma anche altri pezzi come l'omaggio di Rosita Copioli a San Miniato al Monte, luogo emblema ieri e oggi, di un certo sguardo sul mondo.
Di quella officina diventa in queste pagine il fuoco nutriente della figura di Luca Giachi, poeta e intellettuale scomparso troppo giovane, amico anche mio, che nei ricordi di Bertolani e in alcuni suoi testi è qui presente con la forza del pensiero aperto di lato al deserto e all'infinito.
E se Giovanna Fozzer dedica belle pagine a Un'autrice lasciata nel segreto, Margherita Guidacci, Lorenzo Bertolani si sofferma sulle sue letture di Mario Tobino e di Dino Campana, su cui scrisse un saggio che recensimmo, mentre Carlo Donati, a lungo responsabile culturale de Il Resto del Carlino e grande conoscitore della Via Emilia dedica un lungo e sapido ritratto a Bellocchio e alla vicenda dei Quaderni Piacentini, rivista faro nel '68 italiano, di cui pare non rimanere traccia. Insomma, il libro ci offre (mi perdonino gli autori degli altri, tutti interessanti, interventi) una vera e propria traccia di una “officina fiorentina” attenta al farsi intero della cultura italiana di cui Enrico Gatta è stato umile, colto e generoso tessitore. E quando un uomo di cultura lascia la traccia di tali letture intelligenti e appassionate, e lascia la traccia del sapore della amicizia, adempie meravigliosamente al suo compito. Siamo grati a Enrico per queste tracce visibili e riemerse, e per le tante belle e invisibili che ha lasciato e continuerà a lasciare.

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