Il segno di

di Davide Rondoni

"Il mostro è vivo". Si chiude con queste parole il breve, aspro libro di Emilio Zucchi, Transazione eseguita, edito da Passigli.
Sono riferite a qualcosa di mostruoso che il poeta avverte in questa epoca e affronta e, di più, ingloba nel suo dire. Ne assume fin dal titolo la lingua, fatta di terminologia oggi corrente (da "tasso variabile" a "microchip inseriti nel cervello" a "server" ) per fissarlo. Zucchi vive e lavora a Parma e un narratore delle tradizioni di quelle parti mi raccontava di cacciatori che per forre e boschi andavano armati di un pezzo di specchio per catturare lo sguardo di folletti malevoli e demoni. Così che lo sguardo auto-riflesso ne annullasse l'esistenza. Si tratta di leggende che hanno radici antiche e universali. Ecco, qui Zucchi fa lo stesso, piega lo specchio della sua poesia che già ha dato vive prove di attenzione alla riflessione sul mistero della storia (ma non è questa una costante parmigiana, da Bertolucci a Riccardi?) e lo posiziona con scarti e azzardi perché lo sguardo del mostro resti per così dire impigliato nelle sue pagine. Il mostro è la riduzione dell'umano a economico, è la "transazione eseguita" da una vita abitata dal sentimento, dall'anima, dalla passione, a una esistenza abitata dalla nevrastenia del denaro, della prestazione e del banale intrattenimento (o turismo). I testi sono composizioni di tale linguaggio della transizione, abilmente costruiti, straniati.
Ad esempio: "Server, voragini dove precipitano/ intere vite, silicio virale/ sopra il libero arbitrio: decisioni/ negli algoritmi a vertigine, baratri/ che si richiudono".

La capacità compositiva di Zucchi è tirata allo stremo, in un atto che giustamente nota in prefazione Giuseppe Conte, ha il carattere raro dell'insorgenza del poeta contro la propria epoca. Carattere raro, appunta Conte, in una consuetudine di poesia spesso ridotta a pallida cronaca sentimentaloide individuale, senza respiro, senza consapevolezza e dunque banalmente consolatoria. Zucchi consolatorio non è. Ci sbatte in faccia, facendo riemergere come testimoni o meglio figurae del presente orrore anche i fantasmi del conte Ugolino e di stragi del passato più o meno recente (Vietnam, battaglia della Meloria), il persistente mistero del male, cosa praticata dai grandi poeti della modernità, da Leopardi a Baudelaire a Eliot. È una riflessione in versi raffreddati e taglienti sul mysterium iniquitatis che ci abita, in una sorta di strenua difesa del vero che sempre motiva ogni genuino insorgere, ogni non illusorio impegno. Il vero, sembra dire Zucchi sulle tracce di Leopardi, l'arido vero di un presente non consolabile con le promesse di "magnifiche sorti progressive" è motivo del persistere di speranza che, seppur sembra tacere tra le pagine di Zucchi, ne è invece la interna ragione e motivo di esistenza. È frontale l'assalto che il poeta nudo e disarmato, se non di parole, porta al linguaggio e dunque allo spirito di un tempo ammalato di svendita dell'umano all'economia. Ma, dice il poeta, "l'economia è il delirio di un'ombra", è "credito esecutivo e insonne", chiede "nuove bombe esplose e nuovi morti".
In questo assalto frontale, ma portato con tutta la perizia dell'arte poetica, sa che nessuno è puro. Si appella alla necessità morale di avere rimorsi, non rimpianti. Di non sentirsi salvi.

Libro che si apre con la presenza di qualcosa, un "pipistrello" (evocazione dantesca) e con la confutazione di una idea profonda e con radici teologiche profonde ma spesso banalizzata, ovvero "Esso non è privazione di bene". Una affermazione di esistenza di qualcosa, di un ente, pipistrellesco e vivo, che chiamiamo male o non sappiamo come chiamare. Zucchi non ha paura delle parole e per questo non ha timore del tempo, né di viverlo e di attraversarlo. Perché solo l'uomo che non sa, solo l'uomo che si inganna, ha paura.

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