Emanuele Andrea Spano, “La casa bianca”

di Alessandra Corbetta

Che La casa bianca (Puntoacapo Editrice 2018) sia un’opera prima è notizia da premettere poiché, leggendo le poesie che si susseguono al suo interno, parrebbe di trovarsi di fronte a una conferma di esperienza poetica.
La musicalità di ogni componimento, la calibratura del verso, l’accuratezza nella scelta dei termini lascerebbero infatti supporre che l’autore si cimenti con una ennesima produzione, già arricchita di confronti, spunti, pareri; invece, ripetiamo, Emanuele Andrea Spano è alla sua prima pubblicazione di poesia.
Dell’esordio, come bene sottolinea Salvatore Ritrovato nella prefazione, Spano conserva l’atteggiamento interrogativo sul destino da compiersi, con uno sguardo tutto rivolto a un passato sinonimo di origine, di casa, locata in un Meridione non ben precisato, ma facilmente individuabile in un qualsiasi immaginario collettivo. Casa-appartenenza/Casa-concretezza/Casa-assenza: questa la triade su cui si snodano i versi della raccolta nella quale, a prevalere, non è la necessità di ricostruire un memoriale di volti e di storie, quanto quella di presidiarsi all’interno di un vissuto realmente esistito e testimoniato, prima di ogni altra cosa, dai muri e dalla calce. L’esistenza del luogo casa (a tratti tana, a tratti nido, a tratti gabbia) diventa la conditio sine qua non per la dipartita del ricordo da una parte, dall’altra per discernere il giusto e lo sbagliato di ciò che è e sarà; perché, sebbene l’impatto emotivo generato da Spano sia potente, lo è altrettanto la lucidità con cui l’autore non si immedesima nel detto, rimanendo seduto sul non detto, da cui contempla e analizza, piangendo e rimpiangendo la casa e le sue persone, incastrate in un tempo che non può divenire se non nel verso, dove pure la morte – tremenda assenza – può conficcare le sue basi strutturali e farsi anch’essa casa.
Con riferimenti imponenti, che vanno da Antonio Riccardi a Vittorio Sereni, l’opera di Spano si erge al crocevia tra sentimento e pensiero, in un amalgama sufficientemente compatto per garantire fondamenta solide e sicure che consentono di dire, senza dubbi, che ne La casa bianca dimora poesia.

Il bianco dei muri

1.
Rifare l’intonaco una volta l’anno,
che la superficie sia liscia, intatta,
senza un segno che racconti l’usura
o la morte che s’annida dentro.
Ma l’inganno non tiene se la collina
si slabbra, se si gonfiano d’acqua
i muri, se le crepe squarciano
la calce e il bianco non è più bianco
e resta la pietra nuda a confine
del cielo, come la cummersa
che spacca l’azzurro dentro l’estate.

2.
Per rifare l’intonaco dentro
si aspetta che qualcuno muoia
per lavare la malattia dai muri,
rinfrescare le pareti, stanare
la muffa che sale dal pozzo chiuso,
quello murato sotto la camera,
che ho scoperto troppo tardi.

*
Avevamo discusso a lungo se
demolire gli scalini che si perdono
nel vuoto del cartongesso,
se scorticare la volta dalla calce
o aprire la nicchia del comò fino
alla luce fredda della finestrella,
se fare spazio allo spazio, costretto
tra gli angoli e le curve della stanza,
ingolfato di foto, di bomboniere
lasciate alla polvere del tempo, erose
dal tarlo che spacca il legno dell’armadio.
Come se esistesse una mappa, una traccia
da seguire oltre la morte, una geografia
degli affetti da consegnare alla casa.

Altrove
E alla fine siamo rimasti noi a dirci
quanto la vita sia avara per chi resta
quanto il vino non invecchi mai
abbastanza e salga aceto per un conto
di notti che non torna, di come
la città racconti altre vite a chi
impara il respiro del cemento,
la solitudine bianca degli incroci,
il farsi asfalto dell’erba nelle aiuole.

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