Elisabetta Motta su “Dei pensieri la condensa”

Dei pensieri la condensa di Davide Ferrari (Manni, Lecce, 2015)

   di Elisabetta Motta

 

Tra i giovani poeti contemporanei spinti dal desiderio di operare uno scavo nel mistero del tempo, della morte e della lingua, Davide Ferrari si distingue per la sua speciale voce. Il libro è scritto in dialetto pavese, la lingua imparata da Ersilia, la sua balia, la maestra senza scola a cui ha dedicato il libro. Ha scritto nei ringraziamenti: «Devo alla sua onestà e intelligenza questa lingua meravigliosa che mi ha insegnato nei primi anni di vita, e lo ha fatto bene, preferendola a un italiano che riteneva non padroneggiare allo stesso modo». Una lingua dunque appresa senza regole e imposizioni ma amorevolmente, lasciandosi guidare dalla magia dei suoni prima ancora che dei significati. Il dialetto costituisce per Davide Ferrari una grande ricchezza: è una lingua palpitante e viva, concreta, legata alla natura, fatta di terra e sudore. Nello stesso tempo è estremamente intuitiva e costituisce una specie di setaccio che trattiene solo le cose essenziali, facendosi veicolo di una saggezza e di una cultura popolare che è in grado di esprimere concetti anche molto difficili in modo semplice.

I testi sono preceduti dalla prefazione di Franco Loi, il quale spiega che il titolo si riferisce al fatto che la poesia è per natura contro ogni ideologia e pregiudizio, essa misteriosamente si «condensa» di fronte agli occhi in qualcosa che il poeta stesso non poteva prevedere e che sfugge anche al suo personale giudizio. Scrive Davide Ferrari:

«I parol so no mi fän a gnim in tésta,/ si vegnan me un paracadute e la so grassia/ giù dal ciel o tamme i sass ad l’ünivers,/ cun determinassion.» («Non so come fanno a venirmi in testa le parole,/ se vengono come un paracadute e la sua grazia/ giù dal cielo o come i sassi dell’universo,/ con determinazione.»)

Proprio come in Voci d’osteria di Loi, Davide Ferrari dà voce e lascia spazio e scena a una pluralità di personaggi, dal detenuto al sacrestano, dal bevitore d’osteria al  contadino, ritratti nei vari luoghi che frequentano: la cella, la chiesa, l’osteria, i campi, i cimiteri, le strade. Essi si confessano, discutono, raccontano le loro storie  e il loro tormentato rapporto con il mondo con un linguaggio spesso scurrile e osceno.

In questo gioco teatrale prospettico, disseminata fra le varie voci vi è anche quella del poeta, che non disdegna di porsi come interlocutore o come  ipotetico compagno di viaggio o di bevute attorno ad un tavolo d’osteria. Nei discorsi affiora il  desiderio di orientarsi, comprendere quanto si può capire del mistero della vita, interrogandosi sui nodi irrisolti dell’esistenza: il tempo, il  rapporto fra l’umano e il divino, la morte.

A questi temi corrispondono le tre sezioni in cui è diviso il libro: Al temp, I Sänt, La mort, tutte precedute da  citazioni tratte dai Quattro quartetti di Eliot.

La meditazione sull’origine del tempo e sulla modalità  secondo cui esso si rigenera ricombinando le scansioni (passato, presente, futuro), rendendo tale tassonomia inutile o inefficace a raccontare la condizione umana, è condotta a partire da una citazione tratta dal Primo dei Quattro quartetti: «E la fine e il principio erano sempre lì/ prima del principio e dopo la fine./ E tutto è sempre ora.»(I Tempo).

In una vita sempre uguale a se stessa, in cui a dominare è spesso la tristezza  o peggio ancora la noia, in cui l’orizzonte appare incerto e da negoziare costantemente, la sola sicurezza è quella del dubbio, il non cessare mai di farsi domande, il cercare di comprendere quel poco che c’è  dato di sapere.

Segue dunque la sezione I Sänt, che comprende, secondo la definizione eliotiana, tutti coloro che sono occupati a «comprender/ il punto d’intersezione del senza tempo/ col tempo» (V Tempo). Per capire appieno il significato di questa citazione  bisogna in realtà spingersi oltre nella lettura dei versi di Eliot, il quale aggiunge: «E nemmeno un’occupazione, ma qualcosa ch’ è dato/ e tolto in un annientamento di tutta la vita nell’amore … » La vera conoscenza infatti non può avvenire attraverso la scienza o la tecnologia ma solo attraverso l’amore, in un rapporto simpatetico con l’esperienza A tal proposito Davide Ferrari scrive: «La tecnulugia, ’l prugress, l’infurmassion/ i cüntan un queicoss,’s pö dì insì,/ma la cunuscienza l’è par quei/ ca sän riparà l’anima e la ment.» («La tecnologia, il progresso, l’informazione/ contano qualcosa,  si può dir così,/ ma la conoscenza è per quelli che sanno riparare l’anima e la mente».)

Non deve stupire dunque che fra I Sänt vi sia anche la figura del poeta, che non può immaginare e vivere il problema dell’incarnazione (ovvero l’incontro fra la presenza di Dio nel creato e la sensibilità umana nel e del tempo), se non attraverso la parola. Egli infatti può dirsi veramente tale solo se avverte nella modalità dello scrivere una esperienza del divino, quando realizza di essere dantescamente un veicolo o per usare le parole di Rimbaud un posseduto:«Ti t’sé vün, ma mi g’ho dentr’un altar/ ca’l ma möva a mövam no./ Al ma dis quel ca g’ho da dì/ sensa dì gnent e gh’è nänca un not/ ca ’l dorma e ca’l ma lassa chiét./ E mi am fo in quatar par truà la vöia/ ’d levà sü dal let e dig da lassam stà./ Ma intänt che mi do i urdin / l’ha giamò finì ad detà» («Tu sei uno, ma io ho dentro un altro/ che mi muove a non muovermi./ Mi dice  quello che devo dire/ senza dire niente  e non c’è neanche una notte/ che dorma e mi lasci quieto. / E io mi faccio in quattro per trovare la voglia/ di alzarmi dal letto e dirgli di lasciarmi stare. / Ma intanto che io do gli ordini/ ha già finito di dettare.»)

Scrivere  per Davide Ferrari  è qualcosa di più che conservare la voce profonda della vita, è, come ha scritto nel componimento intitolato Ersilia, «fa l’anima incarnà/ in d’la memoria d’un queicoss» («fare l’anima incarnata/ nella memoria di qualcosa»).

Il desiderio di conoscenza lo porta a operare uno scavo continuo, alla ricerca di un senso: «’l prublema /l’è fidass e trà ’l nas in di rob, giù/ in prufundità./ E püssè ‘l büs l’è prufund/ e men al temp al fa fadiga a fa/ ’l so curs.» («Il problema / è fidarsi e mettere il naso nelle cose, giù / in profondità. / E più il buco è profondo / e meno il tempo fa fatica a fare / il suo corso.»)

Mentre il poeta è impegnato in questa operazione assidua di ricerca, i personaggi che vivono al suo fianco, avvolti nel medesimo mistero, sperimentano la loro incapacità di misurarsi con esso. Il ritratto che si “condensa” di fronte ai nostri occhi, per bocca e per tramite delle loro azioni  è quello di una società malata, in cui vi è egoismo, assenza di pietas. La povertà fisica si accompagna a quella  spirituale e  la distruzione dei legami familiari, solidali, religiosi lascia il posto alla desolazione o peggio ancora all’inferno. Dichiara uno dei personaggi: «Mi l’infèran la cugnussi: l’è no/tra i dént dal diàul o in d’un mund divèrs/dal noss dumà un po’ püssè cald./ Guma l’nfèran in dla sacocia/ d’i calson, in d’i schegg ad la memoria/ ingarbüià in més ai cuion,/ in dìi occ d’un altar ca’na veda no.» («Io l’inferno lo conosco: non è/ tra i denti del diavolo o in un mondo diverso/ dal nostro solo un po’ più caldo./ Abbiamo l’inferno nella tasca/ dei pantaloni, nelle schegge della  memoria/  ingarbugliate in mezzo ai coglioni,/ negli occhi di un altro che non ci vede.»)

L’uomo, che a causa del progresso e della tecnologia si è allontanato dalla natura, non sa più interpretarne i segni né seguirne i ritmi e vive in affanno continuo. In un componimento in cui è evidente il richiamo a Leopardi,  la luna lamenta il fatto che gli uomini per darle un’occhiata trovano tempo sì e no una volta all’anno e dice con un po’ di pena: «È passà insì tänta temp,/ mi son sempar chì/ e chi por diaul, ca ien insì brav a cur,/ han namò capì un bel gnent/ dal mutur ca möva al mund.» («È passato così tanto tempo, / io sono sempre qui, / e quei poveri diavoli, che sono così bravi a correre, / non hanno ancora capito niente / del motore che muove il mondo.»)

C’è chi sottolinea il fatto che le prediche dei sacerdoti sono così tirate per le lunghe che si perde il senso del discorso e quel che resta è l’intraducibile silenzio. Un altro dichiara: «Mi drövi i pagin ad la Bibbia/ par netàm al cü./ Ièn insì fin ca m’pias./ Ma certi volt gh’è una parola/ o un’altra un po’ trop értiga,/ e mi so no’l parchè,/ chi certi volt, m’fa un po’ mal./ Però non in dal cü,/ da un’altra part.» («Io uso le pagine della Bibbia/ per pulirmi il culo. Sono così fini che mi piace.  Ma certe volte c’ è una parola / o un’altra un po’ troppo spessa,  e io non so il perché,/ quelle certe volte, mi fa un po’ male./ Però non nel culo / da un’altra parte.»)

Di fronte dunque alla partita  finale, quella con la morte, affrontata nell’ultima sezione, La mort, l’uomo non sa trovare le  parole  per parlarne,  perché  non sa utilizzare il linguaggio della preghiera, l’unico possibile.  Solo i morti sanno farlo poiché, come scrive Eliot: «La comunicazione / dei morti è avvolta  in lingue/ di fuoco al di là del linguaggio dei/ vivi» (I Tempo). C’è chi allora tra i vari personaggi di fronte alla morte cerca di ingannarla, ricorrendo al fatto che, come ci ricorda Jung,  “si è tanti in uno”.«Mi son vün che vün me mi gh’né mia/ parchè m’inventi un num divers un dì/ par l’altar,che quänd, ad nott, la mort la/ m’ciama, la tröva sempr’un altar/ in dal mè pigiama.» («Io sono uno che non c’è un altro come me/ perché mi invento un nome diverso un giorn/ per l’altro, che quando, di notte, la morte mi/ chiama, trova sempre un altro/ dentro il mio pigiama.») C’è chi tenta di ricorrere alle tante facce che abbiamo, scomposti in una molteplicità che ricorda l’avanguardia cubista: «I tò facc ien bei fintänt ca tàsat./ Ma quänd una parola la t’vegna föra no/ e t’la négat déntar, i to facc/ piän piän i möran.» («Le tue facce sono belle finché taci./ Ma quando una parola non ti esce e te la neghi dentro, le tue facce/ piano piano muoiono.») Qualunque escamotage si trovi, la morte incombe sempre e fa paura, per questo i protagonisti del componimento che chiude la raccolta, ambientato in un cimitero lituano, credendo di vedere la morte in faccia, se la danno a gambe in ritirata.

Solo giungendo ad una nuova visione della morte e delle vita, non più in contrasto ma basata sulla coincidentia oppositorum, così come nel finale eliotiano dei Quattro quartetti («quando le lingue di fuoco si incurvino/ nel nodo di fuoco in corona/ e il fuoco e la rosa siano uno»), si può giungere alla salvezza in virtù dell’amore.

Ma ai  personaggi messi in scena da Davide Ferrari sembrano sempre venir meno il coraggio, l’amore e la fede necessari per poter  credere che la morte non è la fine di tutto ma, come nel finale di East Coker, può costituire un nuovo inizio («Nella mia fine è il mio principio.»)

 

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