La potenza ferita di Davide Romagnoli

di Davide Rondoni

Davide Romagnoli è poeta di grande forza. Lo dimostra, anche con i suoi difetti, El silensi d'i föj druâ (Il silenzio dei fogli consumati) il suo libro, edito da Marco Saya, in un dialetto milanese continuamente riscoperto e reinventato, come quello di Franco Loi, nume e riferimento di questa ricerca di voce nella Milano di nuovo millennio inoltrato.

Oltre a una vastità di percezione, spesso notturna, soffocante, micidiale, m'hanno colpito la energia viva e vera e la sincerità su un blocco esistenziale, la necessità di una confessione di impotenza che sembra vanificare ogni sforzo di contatto con il reale, quel che pur si vorrebbe dire, onorare, penetrare coi versi. Anche l'intuizione, richiamata da Antonio Bux in una nota partecipe che cita Einstein e la sua idea di rapporto "empatico con l'esperienza", finisce in una specie di ripetizione, di coazione a ripetersi e a fallire. Romagnoli con una sincerità che spesso manca ai poeti e anche ai suoi coetanei che scrivono mette in scena questo "deficit" di reale, di vera relazione con il mondo. Ma non basterebbe, e pur lo fanno in diversi. È che tale Relazione non è surrogata né dal senso di gremito, che abita queste pagine senza essere il "contrario" del vuoto, né dalle possibilità di repliche e virtualità. Né dalla stessa poesia, la cui rovina qui viene messa in scena continuamente.
"Vöj. Cume el surîs de nissön mal (Vuoto. Come il sorriso di nessun male...)" dice uno dei versi a più alta temperatura di Romagnoli, il quale sente divenire anche l'alternativa bene/male insensata in tale vuoto di esistenza, di realtà.

Si tocca qui, in un comporre versi quasi violento, che il dialetto non addolcisce con veli di nostalgia, uno dei punti vivi dell'epoca nostra, epoca finale di una crisi di rapporto con il reale che già negli anni Cinquanta - anche ma non solo per le mutazioni da una società che da agricola passava a industriale e cittadina - taluni, come Pasolini, Ungaretti, Giussani, Del Noce, vedevano sotto le spoglie di una cultura e di una società italiane che parevano proseguire identiche nei propri riti politici, sociali e religiosi. Stava invece cambiando tutto, e ora i nipotini di quegli anni lo sentono e annaspano, perché a essere messo in questione non era un assetto morale o politico della società - come presumevano errando poi i Sessantottini, o meglio, i più superficiali e ideologizzati tra loro, che "finirono il lavoro" iniziato dai loro padri in quella crisi degli anni ‘50. Andava infatti in crisi la possibilità di sentirsi in rapporto con la realtà. L'io staccato da una certezza circa il proprio appartenere al reale, risulta ormai una sorta di palloncino volante e mai certo di toccare terra e in cerca spasmodica di rassicurazioni… Oltre a essere sezionato e preda di furie autoanalitiche - come mostrano anche i testi di Romagnoli che a volte hanno il clima dell'insonnia descritta da Francis S. Fitzgerald nel suo scritto sulla depressione - l'io poetico diviene ossessionato dall'atto medesimo di scrivere e dalla sua vanità. È un libro dove si parla continuamente di fogli e parole buttate, morte, impotenti, sfinite.
"E la realtà la resta ben luntana dal vela cantada (E la realtà resta ben lontana dall'averla cantata)"
Una grande ombra di impotenza che ha una sua radicalità (non paia strana la parola) religiosa. Infatti, a differenza di altri che testimoniano la stessa paresi di rapporto con il reale, Romagnoli non si rifugia nel mesto idolatrare la letteratura come consolazione o unica morale possibile. Anzi ne canta continuamente la impotenza. In tal senso, nella medesima dichiarazione mai compiaciuta di impotenza dell'arte, si apre, quasi come un indicibile, un tabù per quest'epoca nostra, quel che già Pasolini indicava come necessità del sacro, di uno sguardo nuovamente religioso (capace di legame profondo tra io e mondo, a un livello che solo il sacro custodisce come sempre nuova possibilità).

Il libro di Romagnoli, poeta randagio e lombardissimo, giovane e antichissimo, è nella sua potenza ferita visitato da questa urgenza indicibile, da questa sconcia povertà dell'epoca - come avevano capito in quei decenni filosofi e poeti. Ci offre, dal cuore buio-lucente di una lingua presente e assente, il grido affranto di una necessità, di una urgenza, questa sì, vitale per la poesia, più di ogni onore o riconoscimento sociale o letterario.

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