Domenico Brancale, Per diverse ragioni

Nota di lettura di Melania Panico

Domenico Brancale, Per diverse ragioni, (Passigli, 2017)

La poesia di Domenico Brancale è una poesia di confine, il cui segno di passaggio è la parola. Tutto è ferita e respiro: “nei muri il respiro dei malati apre le crepe/ tutto, prima o poi, si dischiude/ fuoriesce dentro il sempre”. È una lunga riflessione sulla parola come strumento di comunicazione ovvero sulla perdita di validità della suddetta parola come semplice strumento e la finalità a questo punto è dare valore e voce al silenzio, in uno scarto necessario vita/poesia.

Se è vero che la poesia è una grande bozza che viene continuamente modificata dall’autore e dal lettore, ed è comunque cosa viva, questo libro di Brancale si apprezza più volte per quante volte lo si rilegge. Eppure la parola non è un posto sicuro, non salva dalla storia o dalla fatica dei ricordi. Da questa parte della barricata ci siamo sempre noi, mandanti, nemici noi stessi: “ferita e dolore/ non sapevo cosa fosse venuto prima/ si appartengono come non si appartiene nessuno/ prima e dopo/ si riproducono insieme/ si contendono la superficie”. Il confine dentro/fuori è spesso scandito da un verso che richiama alla corporeità innanzitutto come necessità: “nel sangue il corpo mantiene la sua promessa”, in secondo luogo e forse soprattutto questo, dalla scrittura come resistenza e ricerca di una integrità, riscatto da un fallimento, testimonianza di un passato, di una storia che è ferita e spasmo.

“Il cuore è perfetto in ogni battito dell’imperfezione”. Ciò che colpisce di questo bel libro di Brancale è che non ci sia ansia di comunicazione ma allo stesso tempo la necessità di trovare una tregua, negare l’oblio, e nell’ultima sezione del libro “Tu è la parola”, diventa tutto molto chiaro e essenziale: “una parola entra nel nostro silenzio./ entra come chi sta per uscire dal respiro/ con nient’altro che il suo fiato”. Ed è una parola viva. Il tu che aspettavamo.

Voltarsi verso la notte in persona
è così che andiamo nell’assenza
le mani strette intorno al fiato
un cieco col bastone porta il tempo della vista
l’orecchio porge la mano al silenzio

non ci sono ore nel sonno, non peso
né condivisione
il buio trapassa le bocche

fuori
nel sangue il corpo mantiene la sua promessa

chi rimane conta ancora
il numero degli addii è insopportabile

Tutto è aperto, tutto lascia trapelare l’avvenimento

dai polsi si levano steli di sangue
il mio occhio raggiunge il tuo occhio
nella pupilla si staglia il segreto
dalla croce discende il destino
le ore fanno i conti col buio

levarsi dal proprio corpo

è tempo che il silenzio riaffiori

Una parola entra nel nostro silenzio.
Entra come chi sta per uscire dal respiro
con nient’altro che il suo fiato.
Mai.

Dall’orecchio fino alla bocca si ritrae
dal buio della cronaca
dalla scrittura della terra.

Fino allo splendore.

Come se fosse mai esistita.

Tu la raggiungi.

Domenico Brancale è nato nel 1976 a Sant’Arcangelo in Lucania. Vive tra Bologna e Venezia. Ha pubblicato: Cani e porci (2001, Ripostes), L’ossario del sole (Passigli, 2007), Controre (Effigie, 2013), Incerti umani (Passigli, 2013). Ha curato il libro Cristina Campo In immagini e parole (Ripostes, 2002), e tradotto Cioran, Michaux, John Giorno, Claude Royet-Journoud, Victoria Xardel.

 

Photo: Héloïse Faure

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