Dino Campana, nudo e felice

Intervista a Lorenzo Bertolani

Davide Rondoni e Lorenzo Bertolani

 

D –  Caro L nel tuo bellissimo libro “Felice di essere povero ignudo – felicità e religiosità nell’opera di  Dino Campana” fai il ritratto culturale e personale, non banalmente curioso della spicciola biografia, di un uomo teso a questa felicità assoluta e impossibile. Ci lavori da anni su Campana, sei una specie di “custode” culturale del luogo dov’è sepolto. Una cosa mi ha colpito tra le tante. È l’attenzione che metti su certi particolari di attenzione che Campana in realtà ebbe in vita, nella sua prima parte. Ad esempio, è meraviglioso l’appunto (te lo ruberò) che riservi al piccolo impiegato comunale, il segretario se non sbaglio, che ignaro di cosa si trattasse o almeno del loro valore, si prestò a battere a macchina le poesie di quello strano giovane concittadino. Per pubblicare il quale, ricordi, altri concittadini comunque si tassarono per raccogliere la cifra. E anche all’attenzione riservatagli da critici, riviste poeti amici. Rispetto al quale però, appunto, l’esigenza di Campana era esorbitante, eccessiva, inappagata. Non era ansia di riconoscimento ( quella che oggi ammala tanti poetastri piegati su facebook o su sondaggi, mini antologie, etc) ma uno smisurato desiderio. Chiami tale tensione “religiosa”. Usare questo termine per Campana, ma ormai per tutta la poesia, sembra quasi una bestemmia agli orecchi di parecchi dei presunti “odiernissimi” poeti ( come li chiederebbe Carducci) molto invischiati in un piccolo orizzonte dominato da minimi fatterelli psicologici, giochini linguistici, molti “fatti loro” che rendono la poesia una grigia cronachetta, e che, non a caso, giungono a poca riconoscibilità estetica e stilistica.

Ma cosa intendi, in sintesi, con questo termine, religiosità, accostato al poeta barbaro e visionario?

 

L –  La religiosità a cui mi riferisco è, per dirla con parole citate da Campana ne La Notte, quell’«ansia del segreto delle stelle», che ne caratterizza il cammino; quando scrive «Tutto era mistero per la mia fede», il suo volgersi a un sacro “oltre” è domanda innata nella natura umana, ricerca continua.

Infondo è un tema dibattuto, da Rudolf Otto a Martin Buber, da Mircea Eliade fino a don Luigi Giussani; ma c’è un ulteriore passaggio in Campana ovvero il suo percorso umano e letterario è caratterizzato da temi che si rifanno direttamente alla nostra tradizione cristiana: le immagini sacre, le processioni, soprattutto l’ascendere verso La Verna, un vero e proprio «pellegrinaggio» come lo definisce il poeta, in cui si immedesima col «caro santo italiano» Francesco; e in uno stato di francescane nudità e povertà si ritrova felice. Ecco il passaggio che unisce felicità e religiosità e due testi in prosa dei Canti Orfici, La Notte e La Verna.

 

 

D –  Ricordo che Mario Luzi parlava di Campana come di una esperienza bruciante per la poesia. Ci sono tanti versi in lui cadùchi, calchi, semicitazioni, a volte immagini affastellate. A volte non è un poeta “bravo”, sbaglia o si attacca a cose ritrite.  Eppure è poesia fortissima. Questo cosa indica, secondo te,  rispetto a una idea troppo “artistica” della poesia ? Una sezione del mio futuro libro la chiamerò “poesie sbagliate” anche per reazione a una certa poesia sempre più “carina”  poco violentemente bella.

Dici a un certo punto che poesia e arte furono la religione di  Campana. Non credo che ne fosse in realtà un devoto….o meglio, di certo non gli bastava questa religione estetica. Cercava in questa un surrogato ? Una quiete ? È agostiniano Campana ?

 

 

L –  Campana era uomo dall’intelligenza vivissima; ha costruito la sua cultura grazie alla curiosità, alla sete di conoscenza. Durante i suoi viaggi visitava i musei, le biblioteche, le chiese. Leggeva in lingua originale i francesi, gli anglosassoni, i tedeschi. La sua opera è ricca di rimandi pittorici, architettonici, poetici e musicali. Nel 1930 scriveva da Castel Pulci al giornalista e amico Bino Binazzi che avrebbe voluto fare dei Canti Orfici «un piccolo Faust». Faust è «uno che non muore mai; sono io», confessava allo psichiatra Carlo Pariani. Voglio così ricordare una lettura degli Orfici che lo stesso Luzi aveva suggerito: un poema moderno significato da frammenti e che è esemplare della vera arte, anzi, parafrasando Campana, della “pura arte” del secolo appena trascorso; l’immortalità prende forma nei suoi scritti con passaggi vari e a tratti così violentemente belli da stordire; mi piace dire che Campana in certi momenti ha dato voce alla poesia soltanto pensata, quella che neppure il breve e infinito tragitto tra mente e mano può inficiare. Certo, l’inquietudine è una sua caratteristica (quale artista “puro” non lo è?) e non credo che cercasse quiete. In una poesia che non appartiene agli Orfici scrive «Pace non cerco, guerra non sopporto». Sapeva che il raggiungimento di uno stato di quiete sarebbe stato la sua morte artistica (e anche umana, visto che, come scriveva, esisteva in quanto artista). Per questo la ricerca della chiave «del segreto delle stelle» continua senza sosta e tragicamente La poesia non è propriamente una risposta, quanto piuttosto un risultato di questa ricerca, un mezzo, una caratteristica. Campana sa che l’ansia non troverà mai fine eppure prosegue, indaga: la sua Chimera che appare e scompare come Euridice a Orfeo (i Canti Orfici).

 

 

D –  E al Bertolani poeta, questo viaggio – che non credo terminato, vero? – con Campana, cosa lascia? Ci regali una tua poesia inedita ?

 

L – In una intervista che pubblicai in un mio libro del 2007, Mario Luzi mi parlava dell’opera di Campana come di «testimonianza, in un secolo di infedeli, della sacralità che c’è nella poesia». Quello che mi lascia Campana e che mi tiene in lui è proprio una assoluta fedeltà alla vita e alla poesia, una fedeltà sacrificale (il sangue del fanciullo, il suo sangue) mantenuta nella ricerca di una verità irraggiungibile ma che verità si fa nella sua arte; tutto quanto compreso in una umanità commovente: quel suo avvicinarsi ai reietti della società, i matti, gli storpi, i vagabondi che si definiscono nei suoi versi.

Dunque fedeltà, ricerca, umanità: caratteristiche che potrebbe confluire in un’unica parola: speranza, come la sua poesia La Speranza dove ripete nei versi l’invocazione «Per l’amor dei poeti».

 

Negli ultimi anni, come sai, mi sono dedicato alla organizzazione di incontri poetici, alla saggistica, alla scrittura teatrale ma, pur non pubblicando ormai da molti anni, continuo a scrivere poesia. La decisione di pubblicare scaturisce per me da un’esigenza misteriosa che prima o dopo accade; non ho fretta, non smanio, resto in “vigile attesa”.

 

 

***

 

Eppure anche nella morte

Non cade il movimento,

la verità di chi resta e conserva

un lampo che ci riguarda.

A ben vedere il ricordo

è ancor più probante

di un dato di fatto

di una dimostrazione geometrica

dove il vero e il mito

sparge il fronte del vento.

Il movimento dell’amore

sussiste oltre il laccio fisico,

non necessita di resistenza

non s’abbevera all’ardua polla

dell’ansia.

Così naturalmente resiste

                              resiste.

Lorenzo Bertolani, inedito

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