Dialogando con Pozzani.

INTERVISTA A CLAUDIO POZZANI Genova, 25/10/2016

Di Valentina Colonna

Claudio Pozzani lo si riconosce, mentre arriva in stazione, elegante, con il suo abito grigio. Alto, con due occhi azzurrissimi e uno sguardo fermo, determinato: è riconosciuto in Italia e all’estero per la sua vita spesa per la poesia. Durante il nostro pranzo genovese mi racconta dei suoi incontri con i grandi poeti, dei viaggi per la poesia, della poesia in Sud America: si viaggia in poche ore in Paesi lontani, nella bellezza con i suoi ritmi diversi.

Il destino di un nipote di emigranti, quello di Pozzani, che ha nel sangue lo spirito del viaggio, dell’esplorazione, dell’oltre. Si è concretizzato nelle sue poesie tradotte e performate in tutto il mondo e nell’ideazione e conduzione di eventi internazionali di successo.

Claudio Pozzani, sei poeta e direttore del Festival Internazionale di Genova e di altri prestigiosi eventi legati alla poesia in Italia ed Europa. Come ti identifichi tu, Claudio?

Ho cominciato come poeta, poi come cantante rock. Grande amore, oltre alla poesia, è stato per me infatti molto presto la musica, nato col primo disco dei Pink Floyd ascoltato a 12 anni, The dark side of the moon. Dall’altra parte amavo Leopardi e D’Annunzio tra i banchi di scuola. Queste due dimensioni, musicale e poetica, hanno convissuto sempre in parallelo nella mia vita.

Quando hai capito che la poesia sarebbe stata un destino di vita?

Il primo shock poetico è stato da bambino, guardando in televisione gli sceneggiati, tipici degli anni ’60, su Dostoevskij e gli altri grandi della letteratura. Ricordo anche una riduzione dell’Odissea, tuttora imbattibile come realizzazione, e Ungaretti che leggeva i passi di Omero: vederlo anziano e arrabbiato (io pensavo che fosse lui Omero), mi lasciava sempre a bocca aperta. La scrittura di poesia però è avvenuta, dopo le prime filastrocche a 9/10 anni, solo dopo la lettura di libri con immagini sull’esplorazione subacquea. I mostri marini mi impressionavano (e in particolare una piovra che aveva catturato un marinaio affondandolo): proprio da lì iniziai a scrivere, con una poesia sulla morte. Era Natale e io avevo detto a mia madre di avere scritto una poesia, così al pranzo fui costretto a leggerla nel totale imbarazzo. L’immagine delle facce sorridenti che si facevano sempre più cupe con le bocche che si inclinavano è ancora vivissima nella mia mente. Fu lì che capii che mi piaceva l’idea di spiazzare il pubblico, ribaltando le sue aspettative. Ed è diventata una scelta di vita.

Cos’è lo spiazzamento nella tua poetica e nell’arte?

Quando facevo rock andavo in scena in giacca e cravatta, non borchiato. E la gente che mi vedeva non pensava che mi rotolassi per terra o prendessi a calci le cose, perché non ero vestito da rockettaro. Quando si guarda una persona uno è facile indovinare cosa faccia: io mi “ribellato” agli stereotipi. Quando ho iniziato a scrivere poesia, dopo l’interregno della canzone, da subito volevo leggere in pubblico (nonostante fossi e sia ancora una persona estremamente timida): così andavo alla ricerca di posti dove leggere e, una volta conquistato lo spazio, l’obiettivo era sempre aprirlo ad altri poeti. Questo è ciò che poi in realtà ha fatto nascere il festival: l’idea di mischiare i pubblici tra poeti e anche tra arti. Il festival stesso è stato pensato come realtà in grado di accogliere poesia in tutte le forme (non solo un tipo di poesia a differenza di altri), tenendo ben salda sempre la qualità e il rapporto con le altre arti e gli altri sensi, che hanno avuto sviluppi anche in altre dimensioni europee. A Parigi, ad esempio, ho ideato Poesir: i cinque sensi della scrittura, un festival in grado di fare incrociare i sensi, coinvolgendo giovani profumieri di talento, tra cui il giovane Roudnitzka, figlio del creatore di alcuni tra i più famosi profumi al mondo (come Eau de sauvage di Dior, che è anche il profumo che preferisco). Il titolo stesso, come crasi tra poesia e désir, racchiude il senso del lavoro, che metteva in relazione una composizione di profumo con una poetica e una musicale.

Se dovessi definire, o meglio descrivere la poesia, come la descriveresti?

Un essere fisico. Una bestia. Un essere mitologico, metà donna metà cavallo, con un cervello ma anche un corpo. Tutti pensano che la poesia sia cerebrale: la poesia invece è sangue, corpo, sudore. È qualcosa di molto carnale.

Cos’è per te il silenzio e che ruolo gioca nella poesia e nella tua vita?

Il silenzio è la componente forse più importante. Anche nel sentire, il silenzio fa rimbombare maggiormente le emozioni, permettendo di viverle più a lungo, sia nel caso del dolore che della gioia e del desiderio. Questo accade anche nei suoni e nella parole: messi nel silenzio hanno un’altra valenza. Silenzio e buio sono difficili da avere e sono le dimensioni necessarie: non sono l’assenza di rumore e di luce ma le parti fondamentali, come in musica le pause, che hanno la loro durata. C’è una disciplina del silenzio e non tutti i silenzi sono uguali. Anche nei rapporti tra due persone il silenzio ha una valenza importante e ambigua: quando due persone non si conoscono spesso il silenzio viene inteso come negativo, mentre può rappresentare la gioia e l’emozione dell’incontro con una persona. C’è la paura del buio e tuttavia l’arte se ne nutre.

Beccaria scrisse, riguardo alla lettura ad alta voce del verso, che essa «è libera e non predeterminata dal testo, e che un qualsiasi elemento del ritmo () è tutto in potere di chi recita, non già insito nel testo», convenendo con la teoria per cui la lettura poetica più fedele al testo è quella “monotona”. Cosa pensi tu della musica della poesia e della sua lettura?

Forse c’è una musica del poeta, che ognuno trova e riconosce come propria. Ci sono “macrosfere” di poeti, con un loro tono generalmente simile, ma sicuramente trovo che anche all’interno dello stesso poeta ci sia la potenzialità di una varietà di suoni con un suo comune denominatore, tale da connotarlo e renderlo riconoscibile. Per questo è bene sfruttare tutte le sfumature possibili: anche sulla mia poesia opero in questo modo, non scrivendo ad esempio tutte poesie ritmiche, per quanto ne abbia prodotte diverse, ma mantenendo comunque un fil rouge in tutto il mio lavoro. La musica del poeta accoglie la musica di ogni poesia.

Il tuo ultimo lavoro è discografico: La marcia dell’ombra (CD con poesie di Claudio Pozzani e musiche di Fabio Vernizzi, con annesso il libretto coi testi, Produzioni Clapoz), realizzato anche nello spettacolo La realtà della speranza. Raccontaci qualcosa su questo tuo progetto e del tuo rapporto con canzone e suono.

Sono state raccolte in questo lavoro poesie che sono state realizzate diverse volte e qui diventano “canzoni parlate”. Le ho vestite di musica ma, se questa viene tolta, esse restano vive come poesie. In ogni testo si trova anche una finestra solo musicale: la musica non è tappeto ma crea piuttosto con la parola un dialogo e un cammino comuni.

Come ti collochi nel panorama contemporaneo con il tuo ritmo rapido, vivace e il lirismo tenue al contempo?

Mi considero un cane sciolto. Electrone libre, come dicono i francesi. Amo viaggiare e questa mia libertà ha fatto sì che il 90% delle mie letture siano all’estero. Non mi colloco esattamente in uno spazio: per alcuni sono troppo sperimentale, per altri troppo lineare.

Sei un poeta che ha fatto della voce il segno riconoscibile della sua poesia, portando le sue letture anche in giro per il mondo. Quanto è importante l’uso della voce per un poeta?

È importante per un poeta ascoltare altri poeti, musica, performance di artisti. Avere un orizzonte vario. Purtroppo i poeti sono tra gli artisti quelli che si chiudono di più. Io non mi considero un performer perché il performer fa della performance la priorità: io voglio dare a un testo già scritto una dimensione orale, fornire qualcosa in più al pubblico. La cosa più importante resta il testo, perché i testi esclusivamente sonori (privi di contenuto) possono essere interessanti ma non sono poesia. La poesia è anche soluzione verbale, significato e suono. Nel momento in cui si decide di leggere in pubblico è sicuramente importante curare l’oralità del testo, perché è necessario, nei pochi momenti a disposizione che si hanno nelle letture, far passare chi si è. A me piace il poeta che assomiglia alla propria poesia: quando ciò non capita sento odore di artefatto.

Sei un poeta tradotto in dieci lingue al mondo e che viaggia costantemente per portare la poesia sua e italiana all’estero. Raccontaci da italiano com’è la situazione della poesia fuori dall’Italia.

All’estero la poesia italiana non è così nota e spesso sono conosciuti poeti meno noti per loro opera poetica in Italia, come Pavese e Pasolini. La situazione della poesia e dei festival in Sud America rappresenta un mondo a parte, con una profonda forza, tale che i poeti rappresentano uno status sconosciuto in Italia. Il poeta viene effettivamente riconosciuto come artista. In Italia invece l’equazione poeta uguale artista non esiste, e neanche i poeti si reputano artisti. In Europa era particolarmente interessante il panorama orientale, anche se attualmente il poeta ha perso la sua funzione sociale che aveva e la parte araba invece vede tuttora nella poesia un ruolo ancora prestigioso. Assistendo a vari festival nel tempo ho notato che molto spesso i poeti italiani non sono i migliori a darsi al pubblico, a leggere, e questo perché spesso questa è una poesia che deriva da intellettuali e non da artisti. Non c’è niente di più distante tra un intellettuale e un artista, anche se spesso questo viene viene confuso. Pensiamo già solo che a un poeta spesso viene chiesto di parlare non in merito alle sue poesie ma a molti argomenti, finendo per  parlare di tutto, mentre a un pittore, a un musicista, questo non capita. Il poeta in quest’ottica diventa un “tuttologo”. Inoltre essere italiani e parlare l’italiano, che è considerata la lingua più bella del mondo, sono due fattori che creano notevole interesse verso i poeti italiani, sebbene questi non siano ancora sufficienti a spingere i poeti a valorizzare una parte orale, che è invece importante. La lettura del testo equivale a scrivere la poesia una seconda volta.

Qual è il punto di forza di un festival come il tuo?

Il festival internazionale di Genova è il festival internazionale di poesia più antico, giunto quest’anno al ventitreesimo anno, ed è anche il più grande. Ha anche battuto il record di longevità nella storia d’Italia. Suoi punti di forza sono la passione, la capacità di rinnovarsi e la visione. Alla base vi è una volontà di ricostruzione poetica dell’universo: attraverso la poesia e il linguaggio si può arrivare a cambiare il mondo.

Qual è la situazione della poesia al giorno d’oggi e quale è la strada per farla vivere?

Come tutta l’arte la poesia è immortale. La scuola insegna a odiarla, poiché la maggior parte degli insegnanti di letteratura non amano la poesia, la insegnano male e quindi arrivano a farla detestare anche agli studenti. Quando non hai una passione non puoi trasferirla a un’altra persona. È fondamentale agire sulle nuove generazioni, a scuola e non. L’altra colpa è quella dei poeti noiosi che fanno capire perché la gente odia la poesia: sarebbe opportuno cercare codici comuni alle nuove generazioni, per continuare il dialogo.

Che importanza ha la performance della poesia nella storia e nella prospettiva attuale?

Se l’aspetto performativo è prioritario rispetto al testo non è buono, ma il modo in cui si presenta è certamente molto importante. È molto importante l’oralità. La poesia è sempre stata trasmessa per via orale: nei festival ad esempio ci sono tanti spettatori ma si vendono pochissimi libri. La dimensione vera della poesia è proprio quella orale: il poeta che però si forma solo sull’aspetto sonoro non è un gran poeta.

Quali sono stati i tuoi maestri, le persone che hanno segnato il tuo percorso di vita

I miei genitori, la mia famiglia, i miei nonni, che mi raccontavano dell’America, dell’Africa dove avevano vissuto: mi hanno creato un immaginario notevole. Dai nonni ho preso lo sguardo oltre i confini. Da mia madre ho imparato la grinta e da mio padre il vedere sempre una via d’uscita, che mi ha permesso di realizzarmi e avere la tenacia oltre i problemi. Incontro illuminante fu con un mio professore del liceo, che mi fece conoscere il futurismo, regalandomi un libro su Marinetti, che non mi piacque subito ma poi mi ci appassionai moltissimo. Un personaggio che incontrai una volta soltanto ma ha segnato la mia vita è stato Alvaro Mutis, più famoso come narratore che poeta, che mi colpì per il modo di affrontare la vita: nella settimana che era rimasto qui a Genova mi sembrava di vedere una proiezione di me nell’anzianità.

Da dove nasce la tua ispirazione?

La maggior parte delle poesie la compongo mentre cammino, perché i passi mi danno il ritmo: le continuo a dire e spesso le dimentico anche. A volte una poesia nasce da un refrain, da una frase: molto spesso scrivo quando sono in viaggio, anche se il testo non riguarda il viaggio che sto facendo.

I tuoi poeti poeti preferiti.

Poeti preferiti a seconda dei giorni: Baudelaire, Sbarbaro, Ungaretti, Whitman.

Cosa consiglieresti a un ragazzo che vuole fare poesia?

Consiglio di leggere, partire da un autore, un’opera, un testo che lo appassioni e creare la propria dimensione, il proprio percorso di lettura. È solo leggendo e trovando l’ispirazione, che a sua volta parte leggendo le poesie degli altri e anche la narrativa, che si può scrivere buona poesia. Da una lettura di poesia può nascere tutta un’altra poesia. Essere poeta  vuol dire essere spugna, in quanto si assorbe tutto ciò che c’è attorno, e al contempo essere seppia, perché si butta fuori tutto scrivendo. Non viceversa. Dai 20 ai 35 anni, ad esempio, ho letto tantissimo e da allora non ho mai smesso: è quella un’età catartica in cui si formano le proprie idee. A ciò si deve unire la voglia, grintosa, di cambiare il mondo: se non c’è da ragazzi non ci potrà essere dopo. Anche questa è sicuramente necessaria.

 

Testi:

A MIA MADRE

Claudio Pozzani

 

Ti ho visto in faccia in quella stanza

io sporco di sangue e muco

tu stravolta e curiosa

Ho tentato di dirti che non ero sicuro

di voler restare fuori di te

ma le parole che avevo in testa

nella mia bocca si impastavano male

Avevo appena imparato che tutta la vita

sarebbe stata ipocrisia e paradosso

ti avevo appena fatta soffrire

ti avevo fatto sanguinare

eppure ero io a piangere e tu a sorridermi

Ti ho visto in faccia in quella stanza

mentre mi portavano via

C’era troppa confusione

per dirti quanto fossi felice

di poter finalmente dare un viso

al ventre che mi aveva ospitato

E più tardi con i miei colleghi

si discuteva di reincarnazione,

di eterno ritorno, dei cicli di Vico

ma non vedevo l’ora di rivederti

e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio

dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.

Ti ho visto in faccia in quella stanza

e darei tutto quello che ho per ricordarmene.

*

ARMENIA BLUES

 

Come i tuoi monaci

che raschiavano la roccia

per darsi rifugio,

come le tue pietre

che custodiscono i segreti

dell’alcova della luna e del sole,

come i tuoi monasteri

che sorreggono il cielo

e discutono col vento,

come i tuoi lavash

che avvolgono la tua storia

come un mare sottile e caldo,

così, Armenia,

vorrei che fosse il mondo

attorno a me,

questo mondo

che mi vede ospite non invitato,

questo mondo

che non sa più godere,

questo mondo

che non sa respirare lo spazio

né mangiare il tempo,

questo mondo

laido

che scompare quando inizio a sognarti

al di là del sonno

al di là del suono

al di là di ciò che sono.

*

BREAKING NEWS

 

E’ una frullata di muri acciaio e cristallo

ciò che bevono i miei occhi

Nell’aria ballano ancora

vibrazioni oblique

e vespe cattive

che vane cercano l’Itaca al loro volo

e stanche si lasciano cadere

tra i roveti neri

Tu sei nel tuo soggiorno di mogano chiaro

sette fusi lontana

sorseggiando Verlaine e vino rosso

ma quaggiù

amore mio

è una flora rugginosa

di tondini fuori dal cemento

come bucaneve d’inferno

Non accendere la TV,

non infliggere alla quieta stanza

le grida azzurrine

che spaccherebbero il tuo sorriso

che aprirebbero di colpo la tua mano

facendo cadere il bicchiere

riproponendo sul tuo tappeto

ciò che ho in mezzo al mio petto squarciato

Non accendere la TV,

non sai ancora nulla della polvere

che è nuvola che non si piove,

nulla delle grida

che serrano come cappi

cuori orecchie e sguardi,

nulla di bambole

che guardano fisse

armadi sfondati

e incesti improvvisi tra pavimenti e soffitti

Non accendere la TV,

non voglio che i singhiozzi di violini

sappiano di sangue e macerie,

che il tuo vino si confonda

con le campane cadute

Me ne sto andando

sul tappeto volante

di una barella scomoda

tra cinghie che mi stringono

e cielo che mi sfiora

Una corolla mi abbraccia

di caotico silenzio,

mani che spingono

che sovrappongo a quelle decise

di mia madre al supermarket

mani con flebo

che diventano di mio nonno

che travasava vino nel casolare di pietra

Vedo nella pioggia di sguardi su di me

che il mio tempo sta per mettere punto

sarò solo benzina sprecata a sirene spiegate

una fenditura superflua nel muro di folla

Non accendere la TV,

amore mio

finisci quel calice per me

per quel brindisi che domattina

saprai diventato per sempre impossibile,

leggimi di Verlaine una poesia qualsiasi

oppure quella contro la Natura ostile e cattiva

Pensavo di vivere abbastanza

per farti felice

E’ bastato appena un brivido di terra

per scardinarmi il fiato.

Quanto futuro sprecato.

 

Croazia , 21 marzo 2015

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