Di getto e di nascosto. Per Biagio Salmeri

Tutto l’essere del mondo, se sogna, sogna di parlare.

Henri Bosco

 Quella di Biagio Salmeri, poeta e psichiatra catanese, è una poesia ad orologeria, un meccanismo fonico-semantico strutturato quasi in forma sillogistica ma nutrito e segnato da segmenti, da fori, spiragli, voragini nel senso di chi legge che si declina, appunto, nella folgorazione improvvisa di chi scrive di getto e di nascosto,/ come pisciando nei vicoli, sui muri. Necessità dunque fisiologica – e fenomenologica – della poesia che si attesta già, ineludibilmente, nel breve e densissimo incipit proemiale de “L’ombra chiara”, la raccolta recentemente edita da Passigli e arricchita da un aderentissimo risvolto di copertina di Angelo Scandurra.

E’ una folgorante luminosità espressiva a rischiarare il personale ritorno dalle tenebre interiori di Biagio Salmeri; una risalita che l’occasione della parola raccoglie ed impone quasi come un cimento: Non sempre è offerto un ritorno dai propri/ nascondimenti, dalle arie dove ci si indova,/ dalle gallerie malferme nei terreni argillosi. Fedele a questa indicazione, il libro si articola quasi a rebours: da “Il quarto desiderio”,  sezione d’apertura che accorpa le liriche più recenti, fino alle composizioni della conclusiva “Maternità africane”, che include quelle composte tra il 2004 e il 2008.

E’ uno sforzo immane di autoestrazione da una condizione – insetto nella resina che si dibatte – evidenziata dal campo semantico del viaggio e dell’attraversamento: passaggio, binario, traghetto, stretto, spinta, risalita, discesa, tunnel, uscita.

Salmeri traccia una rinascita a tutti gli effetti, una ricostruzione dell’io dalle proprie macerie interiori, tale da consentirgli di vedere nascere il grano dai solchi profondi/ delle ferite: e, in questo frangente, la ricerca dello psicoanalista attraverso la poesia mira a trovare una testimonianza di questo essere perduto, anzi: ‘rimosso’.

E se perciò, nella prima parte della raccolta, pare palesarsi un rigurgito memoriale – nitido, oggettivo, privo di qualsiasi connotazione larmoyant e slegato dalla facile evocazione all’ubi consistam – nella forma della reverie bachelardiana così presente nelle sezioni successive (tra le quali “Anima”, sorta di delicata e androgina parentesi in forma di abbagliante canzoniere d’amore, si ritaglia un posto assolutamente centrale), la parola poetica diventa in Salmeri cibo, bolo, da consumare e da offrire, laico e indispensabile sacramento: Non sono un poeta,/ ma come un mugnaio (…) spezzo le frasi come una forma di pane.

Questo percorso non è però mai rettilineo: il conflitto tra il vecchio io resistente e le nuove istanze determinano un attrito, implicano la dolorosa percorrenza di un nervo, il distacco cosciente da un vissuto che si riverbera e si fa paradossalmente sostanza e oggetto di poesia sul vuoto di una sagoma impressa: la metamorfosi di un uomo si realizza nelle sue parole. Il dono della parola, dunque, per riscaldare le oscurità glaciali, al di là del falso movimento della Storia, segna così un cammino irrinunciabile, seppure frastagliato e malfermo nel senso che lo sorregge. “L’ombra chiara” è un doloroso confronto con se stesso lungo il nero tragitto (…) che conduce alle sponde dell’occhio; non certo a caso ricorre spesso, in tutta la silloge, il tema dello specchio, dell’impronta, della traccia: “l’ombra chiara” dunque anche come radiografia, immagine “altra” e alternativa di sè.

Accompagna il poeta un’inquietudine che procede, come insegnava Sereni, “di tunnel in tunnel, di abbagliamento in cecità”, entro le camere oscure/ e rosse, fra le cose negative in attesa di sviluppo. La parola diventa perciò quel continuo lavorio di spostamento, di riscoperta, nell’aderenza dell’ombra chiara, di ricollocamento della mobilia interiore compiuto in maniera alineare, con l‘asincronia del passo e grazie ad una lentezza nella quale – come sottolinea con la consueta arditezza Angelo Scandurra – risulta “inesorabile perdersi o ritrovarsi, giacché tenebra e chiarore afferrano”.

Anzi a volte è proprio il rimpianto di una sosta perenne, di un nulla appagante – perché il nulla,/ come la morte, predilige le cose che non si muovono – ad attrarre il poeta, determinato però a raggiungere un altrove in cui trovare quel nutrimento – la parola che diventa la poesia – per la sua resurrezione nel mondo. Ed è questa poesia, questa controparola, questo auto-ridefinirsi da un codice disperso, che Salmeri trasforma e ricompone in graduale e lucidissima autocoscienza. In questa progressione, i versi di Salmeri – già da “L’esatta cubatura del vuoto” (Manni, 2002) a “La pace e il dissenso” (Passigli, 2007) – mantengono costantemente una loro coraggiosissima ostinazione pur tra precarietà ed esitazione: la parola è spesso ciò che affiora da una linea/ di galleggiamento, con una parte non visibile,/ sommersa sotto il peso del contenuto e rispettano un baricentro ad un tempo violento e doloroso. Non sfuggono ma permangono inquietamente in agguato.

In questo divincolarsi, allora, più che l’ombra, più che il suono ferito che il poeta raccoglie come relitto su una riva prima del definitivo affondamento, è proprio la sua ineluttabile chiarezza – quella fiamma ascensionale cui allude il Bachelard tanto caro al poeta – a sorprenderci: e questa poesia si fa allora luce polarizzata che giunge con un salto siderale dallo stesso sconfinato passato di chi la compone.

Giuseppe Condorelli

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