Dentro le parole e la carne. Dalle fondamenta di Paolo Lisi

di Pietro Cagni

Paolo Lisi, Dalle fondamenta, Il Girasole Edizioni - Le Farfalle, 2018

 
È possibile, con gli strumenti minimi della poesia, innescare la pienezza di un evento, restituire un accadimento, la sua presenza sempre disponibile nella lettura. Questa è la sfida di molti libri lievi e potenti pubblicati dal poeta-editore-incendiario Angelo Scandurra nella collana “Le farfalle”. Dalle fondamenta di Paolo Lisi fa spazio alla piaga rossa languente che affiora nei gesti, volti, corpi, e li spalanca. Non più che un’intuizione, così intima eppure così oscura, del suggello ardente nella carne. Un confine aperto travalica il limite evidente della fine, si oppone all’«attrito» del reale, e il corpo della donna è il vettore privilegiato di questa scoperta. È la percezione di un limes, un crinale scosceso dentro la forma dei corpi, dentro la storia di ognuno. La raccolta svela la parola come pietra raccolta dal fondo e lanciata nell’abisso, segno che può farsi preghiera, invocazione se vuole, perché chiede di graffiare la superficie, sentire distintamente il suono profondo del colpo, vedere la polvere alzarsi e riempire l’aria. Queste sono le fondamenta: parole-pietre di un dialogo commovente, a tu per tu con il mistero che sono le vene, le labbra, i capelli, le palpebre, la schiena, i corpi perimetrali che compongono tutta la geometria fisica del libro e che chiedono di essere attraversati. Perché le parole disegnano una carne che «ha solchi profondi» (p. 17) e non basta a se stessa: «Devo solo prenderti / tra le braccia // e provocare l’innesco» (p. 21). Dunque la vita va innescata, accesa, attraversata, perché non ci sia «mai più / un giorno da dissipare» (p. 49), perché non sia un correre a la morte ma, pur nella discesa, sia un’impossibile risalita. È questo forse il motivo della presenza – rischiosa per l’inevitabile appesantimento – del mito di Orfeo ed Euridice, e forse la lettura spietata di Pavese. Perché, certo, «siamo meno di niente», ma «in quel niente ci misuriamo» (p. 47), ci urla nel petto. Avvertire (ancora con Campana) l’odor di putredine è anzi la condizione perché al poeta sia data la realtà e gli sia concesso attestarla, testimoniarla, rendendo grazie perché c’è / Nel cuore della sera c’è / Sempre una piaga rossa languente. Soltanto la poesia trova la voce per questa nuda, lieta affermazione del reale. Un abbandono alla realtà, al “tu” intravisto nelle pieghe del corpo e dei visi, con la stessa totale immedesimazione del bambino, che è la madre davanti ai suoi occhi, le sillabe che gli fioriscono in bocca.

Allora anche noi dobbiamo aggrapparci ai pochi segni scritti della poesia e poi, inevitabilmente, “naufragare” nell’eco bianca della pagina, il fondale nostro e pure inafferrabile. La rigorosa condensazione dei versi ripete, chiede un’altra volta l’intuizione sorgiva, l’istante breve che ha lasciato senza fiato: la consapevolezza spezza il silenzio solo per pochi respiri, è evento anche la pagina vuota, che attende la parola. A poco a poco si fa spazio, come in Pagina che attendi: come nella raccolta precedente: appena prima della fine, le poesie cambiano passo e trovano un respiro più ampio.

Pagina che attendi
come una madre che sa
che il verso è nell’attesa

nello sciogliersi di un attrito.
Pagina che sorridi
come una donna che dà

il giusto peso al movimento
lungo la pelle nuda, bianca
come questa pagina

mai stanca di lasciarmi
da solo
a guardarti.

Quattro terzine, diseguali e irrelate. Il verso cerca una durata, in fine arriva quasi a spegnersi. La «pelle bianca» e la «pagina» sono un’unica attesa: il corpo e la poesia legati dalla metafora continuata. La sovrapposizione di due diversi moduli conferisce alla costruzione del testo il «movimento» (v. 7):
i due periodi, infatti, sono segmentati dal ritmo dispari delle terzine ma disposti, attraverso lievi enjambement, su una struttura pari e simmetrica, che assegna quattro versi al primo periodo e otto versi al secondo. A ciò si aggiunge un preciso schema sommerso di cesure interne, che permette di rileggere il testo secondo la misura di endecasillabi, novenari e settenari, insieme a quella di versi ipermetri e ipometri, sempre in stretto legame con il senso (così la prima terzina “dell’attesa” risulta costruita solidamente da un endecasillabo + un novenario e l’ultima, invece, “naufraga” con un verso di dieci sillabe e con un ultimo di quattro). L’«attrito» (v. 4) provocato dalla collisione di queste spinte restituisce pienamente l’«attesa» (v. 3), il continuo spostarsi dello sguardo, l’aprirsi inesausto del confine. L’andamento è dunque irregolare, eppure non disorienta. Un tessuto retorico di accenti ribattuti compensa la disarmonia: rime al mezzo («bianca», «stanca») anche distanti, l’anafora della parola-chiave «pagina», che torna tre volte, e l’incastro di identiche strutture sintagmatiche (vv. 1 e 4, vv. 2, 6 e 9). «Lungo la pelle nuda» e sul foglio bianco avviene il medesimo miracolo: il disordine è vinto, la dispersione mutata in sorriso dalla «donna», dalla «madre che sa». Il «giusto peso» non risolve, ma porta a compimento ogni sconvolgimento, come in un travaglio. «A guardarti» è il lieto abbandono al “tu”. In questa raccolta non c’è Dio, nome impronunciabile, ma il suo volto umano e carnale. Secondo le parole che Jean Paul Sartre, scrivendo uno spettacolo di Natale per i suoi compagni di prigionia nel campo di Hinzert, aveva immaginato sulle labbra della Vergine: «Questo è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e la forma della bocca è la mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». Ecco l’approdo che accade nella raccolta di Paolo Lisi, dentro le sue parole, la somiglianza che traspare nella carne: «Ti cerco nella paura della morte. / Dentro gli occhi / della madre di mio figlio» (p. 55).

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