DAVIDE RONDONI su ”L’ombrello rosso” di Sarah Tardino

Sarah Tardino,  L’ombrello rosso, Raffaelli editore

Sarah Tardino è poetessa ironica. So che questa definizione potrebbe stupire e forse pure infastidire chi ne ama le quasi barocche cromature lessicali, le ampie volute di sensi e di abbandoni, le micidiali saette di metafore. Ma è una poetessa della grande ironia, ripeto. Della più celestiale ironia. Lo conferma questo suo nuovo libro voluto e amato da Raffaelli editore e accompagnato da una sapiente e finissima prefazione del lucido Morasso. Il quale peraltro nota una caratteristica non secondaria di quel che chiamo ironia della Tardino. Ovvero quella “irruzione baldanzosa sulla scena mentale del(la) poet(ess)a di tutto un corteo di dèi, eroi, scrittori, profetesse, figure araldiche e fiabesche…”. Tutte cose, appunto, che costituiscono un uno dei motivi, come nota ancora il Morasso, della distanza di questa poesia dalla “pedestre prosaicità metafisica di tanta poesia confessionale di oggi” . E io appunto credo di vedere in questa suprema ironia la forza che strappa l’autoritratto continuo che questa poetessa dà nelle pagine in cui parla di amore e di vita, da quel mesto confessarsi di minuzie e poco interessanti biografistiche poesiuole a cui accenna il prefator cortese. Insomma, la Tardino considera se stessa con la ironia di cui son capaci solo le regine. E questo permette alla sua poesia di viaggiare nei territori infidi della riflessione e del riflesso d’amore, di memoria (un testo tra i miei preferiti è “mio nonno aveva una barca”) degli omaggi letterari ( bello quello alla tomba della già molto omaggiata Vittoria Guerrini/ Cristina Campo che inizia con:” Scassinatrice di cimiteri”) senza mai perdere la fatalità e l’eleganza di gesti poetici tesi e vividi.  Ci sono poesie davvero belle, come “L’irreparabile accade” o quella dedicata alla “Pensione Irene” e a Isabella Leardini, poetessa e sodale. Ironia celestiale mai acida, sempre attiva nel frugare tra le pieghe di esperienze e apparizioni minime – come quella dell’amante con l’ombrello rosso che dà titolo forse un po’ minimalista al volumetto.

Ma da dove, appunto, questa coraggiosa ironia, che sa convocare, e mettere in scena se stessi in pose senza posa? Certo conta una non. mai rinnegata radice sicula, tipica di chi si sente regale pur in una bizzarra marginalità, come chi viene dall’isola sempre capitale e sempre vilipesa. Conta pure, va detto, nelle radici della ironia della Tardino il suo stare, senza passo incerto, davanti alla letteratura non come a una bibliotechina di libri promossa  da editori, giornali e festivalini, bensì come a una città di giganti, di ospiti pazzeschi, per cui vale la pena scriversi poesie della Achmatova sul frigorifero o di Rilke sui muri di casa. Non si tratta di una venerazione alla letteratura, ma di una considerazione che non si sta giocando con le parole, con le pubblicazioni, con le figurine: ma si ingaggia una lotta necessariamente ironica con il senso del vivente – vista la sproporzione che ci fa tutti mendicanti dell’essere, con buona pace di Nietsche e, più modestamente, di Severino.

Ma in fondo, la forza che rende la poesia della Tardino una voce che sposta, che chiama e coinvolge senza mai cercare il “do di petto” se non con naturalezza disarmata, né l’effetto di sperimentazione esibitoria, è la sua libertà nell’assunzione del grande rischio. La libertà di chi si butta nella bocca del vulcano divino e umano della poesia con la levità di chi sa che lì sta la consumazione, il fuoco e ciò che scalda il mondo e attira le stelle. Nulla di meno. È l’ironia superiore di chi non ha niente da perdere, la letizia del profondo, lo sguardo più in là.

Lascia un commento