DAVIDE RONDONI su Piersanti

I sentieri personali e universali di Piersanti

La poesia migliore è quella che ti muove e sgomenta. E che ti va vedere cose sconosciute, e le conosciute in modo nuovo. Di Umberto Piersanti, anche in questa nuova prova, mi convince e mi chiama -se posso dire- in una amicale discepolanza, la forza della visione, la terribilità e l’incanto. E così avviene anche in questo “Nel folto dei sentieri”, pubblicato da Marcos y Marcos, che ha fatto bene a ospitare il libro di Piersanti, ora che la “bianca” ormai troppo pallida Einaudi sembra aver perso in parte la sua grinta. Libro di passeggiate e visioni, di “tempo che precede”, le memorie e di “tempo che procede” il senso del fluire inarrestabile delle cose. E al centro le visioni, i fiori nel bicchiere nella inferiate, le valli, gli alberi, il rammemorare che si confonde con il futuro, con il presente…I versi brevi, quasi sempre versi lunghi regolari rfanti, affranti, di Piersanti prendono il lettore fin dalle prime pagine e lo portano in sentieri che a volte diventano labirinti. Chi pensa che questo sia un poeta panoramico e aulico non capisce un tubo. I sentieri conducono tra memoria e futuro in un “Aperto” (termine caro ai filosofi delle radure e dei boschi – certo, Heidegger ma qui occorre forse tenersi vicino la Zambrano) in cui la vita ci sgomenta e ridice la propria dura verità. La dice e ridice nell’animale che ghermito dell’aquila vista “su per le gole del Furlo” che “soffriva sgomento/ e moriva in mezzo al cielo”. Lo dice la figura del figlio, bloccato in un altro tempo, in sentieri che sembrano non andare da nessuna parte, Jacopo. Lo dicono certe sospensioni analoghi a momenti di grazia delle poesie di Carver, ad esempio quando i tre, padre madre e figlio così irrefrenabile si fermano un istante intorno a un vaso con dei fiori ed è sera. Il vero della vita, il giusto della vita la poesia lo dice, con voce amara ma piena di incanti, in un Aperto minacciato dall’Assoluto, e in colloquio naturale mai esibito con i poeti che nella lettura del gran mistero della natura hanno messo a fuoco e affinato la loro voce, da Leopardi a Luzi. Una verità amara, quella di Piersanti, ma non cupa. E piena di incantagioni. E così come nel libro campeggia la luminosa e sofferta, amatissima con sgomento, del figlio, e come nelle pagine si alzano ombre del passato, a volte osservate da una posizione estrema nel tempo con struggenti note, così, in queste stesse pagine, nei medesimi brevi versi dolcemente martellanti, frazioni di lunghi versi narrativi, ci stanno quasi sospiri, forse meno, appare una preghiera o meglio una sua nostalgia. O ancor meno, una memoria di “profumo azzurro” di giacinti. Piersanti è poeta che non evita il morso del presente sociale e personale. Valgono più di mille brutte poesie “civili” le poche righe dedicate a un maratoneta, per stigmatizzare uno dei mali cotemporanei che è la grande distrazione tecnologica. E il suo guardare a volte da un appartato luogo di anni e memorie “il tempo che procede” non è uno sguardo ritirato, ma più esposto e semmai vigile sulle cose e sui fatti. Dei quali nell’ultimo testo Piersanti va a cercare, o meglio vorrebbe andare a cercare, l’aereo coloratissimo, misterioso inizio nell’arcobaleno come in una antichissima e sempre nuova favola. Non sono molti i poeti che oggi conducono il lettore lungo sentieri così personali e universali, dove la biografia personale apre alla comprensione di avventure e sgomenti generali. E pochi poeti oggi hanno una perizia del verso dove brevità, visionarietà lirica e il narrare mondi oppure nuclei minimi di storia vengono offerti con tale viva e continua forza.

 

(Comparso su Avvenire, maggio 2015)

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