Davide Rondoni, “e come il vento”, Fazi Editore

di Edoardo Sant’Elia

Vivere “con l’infinito addosso”, come fosse un cappotto fatto di una stoffa invisibile ma resistente alle intemperie, una stoffa cucita con misteriosa esattezza, che ti protegge e ti seduce e ti cambia.

È una scommessa forte, la scommessa di una vita, quella di Davide Rondoni che, in e come il vento, si misura con L’infinito di Leopardi, “questa poesia tremante come una rondine chiusa nel palmo, un carbone ardente, o un cristallo di kryptonite”. Una poesia di cui opera una rilettura ampia e divagante concedendosi, alla sua maniera, lunghe riflessioni e brevi illuminazioni, spazi per ricordi personali e paragrafi di puntuale analisi. Un libro-conversazione che di pagina in pagina pone domande, suscita interrogativi, allarga in cerchi concentrici il discorso per ricondurlo poi non ammaestrato, non domo ma vivo e pulsante all’origine e alla foce: all’infinito. L’irriducibilità a qualsiasi formula, a qualsiasi interpretazione, del pensiero poetante di Leopardi è nei fatti, nei suoi versi, non c’è chiave critica che tenga perché i versi, sempre, costituiscono un’apertura al mondo che precede la razionalizzazione, come ripete Rondoni sulla scorta di Borges: “Cosa sono infatti le poesie se non corruzione necessaria dei concetti, o meglio, corruzione della rigidità dei concetti per riportarli alla loro infanzia, alla loro ‘apertura’, che sola permette il concepimento, la concezione?”.

Un’apertura al mondo fatta di slancio e malinconico stupore, lieve e profonda, “che è il contrario di quella ‘recitata’ da Calvino nelle Lezioni americane”. Un’apertura metafisica eppure ricondotta alla misura di uno sguardo che, accettando il limite naturale della siepe, ricrea nel pensiero un più vasto orizzonte e in esso si rinchiude senza negarsi nulla, avvertendo la musica del vento come la forza del silenzio come la potenza del ricordo. “Poesia magnete”, è detta qui L’infinito, poesia che diviene strumento per saggiare la consistenza immaginifica del mondo, dei suoi luoghi, dei suoi linguaggi.

Un approccio certo non scientifico ma non per questo meno razionale. Un approccio basato sul ritmo e sulla qualità della parola, senza riduzionismi linguistici ma piuttosto recuperando la centralità di tutti e cinque i sensi e la storia magmatica delle parole stesse, che “sono in un certo senso il corpo del pensiero”. Un corpo da comporre coreograficamente, come nella danza, più volte paragonata alla poesia, spazio assoluto in cui la forma coincide con la sostanza e la sostanza fluttua di gesto in gesto. Soprattutto, come insegna Leopardi, occorre non smettere mai di pensare l’inconoscibile, di là da ogni negatrice evidenza: “Il fatto che una cosa sia impossibile, che sia impossibile conoscerla o esprimerla, è un buon motivo per smettere di pensarla? Per cessare di ammetterla nello spazio del pensiero? E del pensiero ritmico?”. Domande, ancora domande. Il libro-conversazione è un monologo aperto, difficile da irregimentare perché rifiuta i consueti steccati, le consuete, ormai vetuste gerarchie disciplinari.

E poi perché, alla fine, anche questa poesia volta a volta si rimette in gioco, si affida alla lettura – complice, parziale, imprevista – del lettore, “esce indenne e sempre nuova. Corre via come una ragazzina. Poi si volta e ti fissa. ‘Infinito’ mormorano le sue labbra imprendibili”.

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