DAVIDE RONDONI, ”controrisposta a Milo”

Grazie M.

L’afflato dei vecchi professori del Gonzaga, ahah, no dai….Non credo sai, se fosse così, mi ascolterebbero solo vecchi tromboni o giovani spentini…. E poi non so, forse sono altre oggi le retoriche dominanti, altri i professori, i Gonzaga, altri i gonzagheschi riti di retorica poetica, e altri gli alunni ligi e quelli scavezzacollo. Comunque, se puoi, non inchiodarmi a un immagine antipatica (e comoda) – lo fanno in tanti- per non ascoltare bene. Potrei tacere e cavarmela come fanno in molti con un “bravo Milo”. Ma si fa poesia qui, non politica, non sport, non corporazione, non club.
Io è te siamo di quella razza (un po’ rara se mi guardo intorno) per cui l’amicizia non è un con-senso, ma una sfida continua.
Di certo non fisso l’orizzonte invece del testo. O forse fisso tutti e due.
Forse mi sono spiegato male, o hai fissato il tono ( o i tuoi incubi del Gonzaga) e non il mio testo 🙂
Il riferimento a Mallarmè nella mia lettera non è ovviamente una citazione di carattere genealogico o stilistico -so bene che non è nelle tue corde- ma, come ho scritto, di funzione poetica.. Il mondo, non importa quanto -hai ragione-, che esiste per essere scritto in un libro. Proprio perché non essendoci non dico Dio ma nemmeno il mare, la navigazione è solo tra le cose, e la poesia resta l’unica meta-fisica, l’unica parola, essendo che purtroppo per tutti i Salinari l’uomo non è solo fisica. Qui è il rischio di sacerdozio della poesia ( che io stesso definisco immagine sbagliata): sta nell’essere l’unica cosa a cui aggrapparsi. Questo è nel tuo testo, Milo, e non in mie immaginazioni.
Poesia che certo può nutrirsi -si vede bene- di esperienza. Ma nutrirsi, come in un onnivoro pasto, un consumo, non come in una dipendenza, un inseguimento, una devozione, un viaggio di conoscenza (non c’è il mare, navigare non necesse) verso il segreto dell’essere delle cose, del vivente. O il segreto che in loro appare, finalmente, è solo la morte.
Oggi mi ha raggiunto la notizia che il figlio di amici è morto improvvisamente a 12 anni. Io chiedo che la poesia parli di questo, e a questi due genitori. E non dirò aggrappatevi alla poesia. Dirò altro, correndo il pericolo totale, di pronunciare menzogna o verità di fronte alla morte di un innocente.
Ti ho sempre ammirato perché per te la poesia è una questione di verità, non di decoro. Perciò -come vedi bene, parlando a te e a me stesso, fanno così gli amici- dico: cazzo, Milo, guarda bene. (Non lo dicevate al Gonzaga, vero ?)
È certo il tuo libro più pieno di magistrale ritrattistica della realtà. Ma appunto la parola esperienza ha invece dentro la radice di pericolo. E se non c’è Dio e non c’è il mare, che pericolo c’è? Per questo, a mio povero avviso, si tratta del tuo libro più bello e più tranquillo. E sarà ovviamente il preferito da tanti che cercano nella poesia un modo tranquillo per vivere l’inquietudine del reale. Per fare il ritratto della vita, azione resa superflua e pur motivata al tempo stesso dalla morte e invece insufficiente se motivata dal prodigio dell’esistenza. Un ritratto basta alla morte, non basta alla vita. Io sono di quelli che cerca la vita nella vita. Perché ne ho sentito il sapore e non mi dà tregua. Come un ragazzetto che ha visto una volta il mare. E non lo può dimenticare e lo cerca, sa che c’è, anche quando non si vede nulla. E dicendo tutto questo, sento salire la amicizia per te che dai occasione a me e a tutti di riflettere su queste cose.
Un abbraccio, a presto.
D.

Lascia un commento