Davide Frisoni e l’incontro con Dante

di Roberta Tosi

Metti insieme un poeta e un pittore e non potrà che nascere un incidente ovvero qualcosa che incide, che lascia una traccia e questa traccia segna.
È quello che ho fatto. Desideravo un in-cidente. Un incontro che potesse suscitare una pro-vocazione nel senso proprio di chiamarci fuori, di farci uscire dal bozzolo in cui in questi lunghi mesi ci si era rintanati, sia fisicamente che mentalmente. Se l’arte non rispondesse a questo, se in qualche modo non ci rimescolasse, non sarebbe arte.

L’occasione è stata quella dell’anniversario del Sommo Poeta, i settecento anni dalla sua morte, e l’artista coinvolto, uno di cui potessi fidarmi e affidarmi, un romagnolo sanguigno che sapesse accettare una sfida non da poco. Per la prima volta nel suo percorso artistico Davide Frisoni, che ha attraversato le strade di Istanbul, New York, Tokyo e della sua Rimini, si è ritrovato così a sprofondare negli abissi e a percorrere le vertiginose altezze della Divina Commedia. Non aveva mai dipinto opere ispirate alla poesia, me lo aveva confidato, ma trovarsi davanti alle cantiche di Dante, “entrare” nella Divina Commedia, era muoversi ai confini dell’esprimibile, nelle profondità dell’essere, percorrere la selva oscura che ci appartiene fino in fondo, sentirsi tremare, amare e commuovere fino alle stelle. A questo movimento, a una materia pulsante e visibile da incidere con la spatola, col colore, con la luce, Frisoni ha dedicato così il suo ultimo (solo di tempo) percorso e lo ha chiamato Come Dante, alla ricerca, com’è nella sua “cifra” artistica, di una bellezza possibile, di una bellezza tangibile. Lo ha fatto con l’azzardo di chi sa di mettere in gioco non solo la sua arte ma anche se stesso. Fare della pittura, diceva Merleau-Ponty, è levare la pelle alle cose. Levare, per scoprirne in profondità l’essenza, l’anima, l’impronta stessa che le fonda.

Quando, dopo alcuni mesi, sono andata nello studio di Davide per scoprire ciò che lo aveva mosso letteralmente all’incontro con Dante, ne ho percepito il viaggio che aveva compiuto, l’equilibrio potente, l’organizzazione formale. La visione che lo aveva raggiunto, l’aveva fatto sostare su ciò che si rivelava sì agli occhi ma soprattutto su ciò che ne traspariva, lo aveva fatto attraversare i gironi infernali tra le note cupe di cromatismi ardenti e soffocanti, e poi su, fino all’ascesa luminosa di velature opalescenti. Dipinti pieni come corpi, anche quando solo evocati. Ne è nato un percorso intimo e vibrante, a tratti abbagliante, un richiamo per tornare a lasciarsi incontrare dal “poema sacro” di Dante, come lui stesso lo chiamava, rispondendo, in fondo, alla sua stessa invocazione: «Fa la lingua mia tanto possente/ ch’una favilla sol de la tua gloria/ possa lasciare a la futura gente». (Par. XXXIII, 70-72).

Hits: 6

0 Condivisioni

Lascia un commento