Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento. L’antologia di Isabella Leardini

di Gianfranco Lauretano

Isabella Leardini, Costellazione parallela - Poetesse italiane del Novecento, Vallecchi, Firenze 2023

Questo libro comincia male. Peccato perché è animato da buone intenzioni, quelle di rimediare alla distrazione del canone italiano del Novecento, che ha lungamente ignorato le autrici di poesia, fino a pochi anni fa. Delle venti striminzite paginette dell’introduzione, le uniche critiche, Isabella Leardini ne utilizza ben cinque per motivare l’operazione, e persino, santo cielo, per scagionare l’utilizzo del termine “poetesse”, al posto di “poete” che va di moda: “La principale ragione di disaffezione e imbarazzo per la parola «poetessa», percepita inconsciamente come ingombrante e fuori tono…”, così attacca il paragrafo in cui si affronta la questione. Si tratta di una giustificazione di fronte ai diktat anglosassoni e radicali del politicamente corretto, all’accusa di razzismo a chi adopera semplicemente la grammatica, all’imposizione di un discorso, di temi, di visioni francamente stucchevoli. (Detto poi tra parentesi, i suffissi femminili sono pieni di dignità: dottoressa, poetessa, ma anche autrice, imperatrice, scrittrice; regina, ballerina; mentre “la poeta” è orribile, il suo plurale “le poete” suona addirittura romanesco, non quello nobile di Trilussa e persino delle periferie di oggi, bensì quello dei cinepanettoni o delle barzellette di Totti).

Leardini ha equilibrio nel mettere insieme i nomi di questa antologia. Molti di essi in realtà hanno già iniziato la scalata al canone: il loro sdoganamento, ancorché tardivo, avviene da un po’ di anni e nomi come Pozzi, Menicanti, Romagnoli, Guidacci, Spaziani, Campo, Rosselli, Merini, cioè il grosso del libro, sono imprescindibili per qualsiasi lettore minimamente attento alla poesia contemporanea. Perciò sarebbe stato utile dare più spazio a un’introduzione critica, a un numero più alto di commenti, a un maggiore approfondimento delle opere, esattamente ciò che continua a latitare in Italia. Anche in questo volume.

È un peccato perché Leardini, quando ci si mette, sa sfoderare le qualità del suo discorso critico. Ecco un esempio: “Il candore di Antonia Pozzi va letto nell’interezza del suo breve percorso, la frontalità con cui la sua poesia accorcia la distanza del pudore non deve essere interpretata come ingenuità perché è tutt’altro che senza strumenti. Pozzi va incontro al limite con delicata adesione alle cose; prima di altri il suo dettato compie un passo in avanti verso la lingua e la poesia di questo tempo”. Purtroppo su Antonia Pozzi è tutto. Si veda ancora la valida riflessione su “l’immaginario simbolico femminile” che “si potrebbe definire come il discorso di Euridice”, a partire dal libro d’esordio di Alda Merini La presenza di Orfeo, che incarna, come finemente osserva Leardini, l’archetipo femmineo. Ma, ancor una volta, rimaniamo con tra le mani solo alcune illuminazioni.

L’idea originale di valorizzare e contribuire alla canonizzazione delle poetesse è assai utile perché nel Novecento neppure i corifei di chi oggi rimprovera di bullismo l’uso corretto della grammatica si erano degnati di tenerne conto. Ci viene ricordato che nell’antologia di Edoardo Sanguineti Poesia italiana del Novecento, edita un anno dopo il Sessantotto, non compare alcuna poetessa; e solo Amelia Rosselli è presente nell’antologia troppo citata di Mengaldo.

Significativa qui la presenza di autrici “riscoperte”, al fianco di quelle il cui percorso di valorizzazione è già in atto. Nessun colpo va fuori bersaglio: Armanda Guiducci, Nella Nobili, Mariagloria Sears andavano certamente scoperte, pur nell’inevitabile diversità di valore. Ma la fretta dell’introduzione (e qualche imprecisione) arriva a fondere i lesti medaglioni accoppiando spesso le autrici su base biografica (Pozzi-Menicanti; Campo-Spaziani; Rosselli-Merini) e non consente di distinguere, vagliare, graduare i valori. Chissà per Leardini quale scarto stilistico esiste, dato che esiste indubbiamente, tra Aleramo e Campo; forse Daria Menicanti era già troppo sodale con la deriva diaristica e blandamente epigrammatica tanto in auge in Lombardia (“La morte giocò a lungo a rimpiattino/ tra noi due. Poi ad un tratto – così dicono –/ scelse il migliore”… dov’è la poesia?); non sono così sicuro che Guglielminetti possa essere annoverata come “fidanzata” di Gozzano.

Ma eccettuati questi peccati veniali dovuti alla scarsa concessione al pensiero critico e alle perdite di spazio in giustificazioni inutili, l’antologia si offre come un buon ripasso e una messa in ordine della costellazione parallela femminile che non può più essere ignorata. Qualche nome manca ancora (Helle Busacca, Bruna Dell’Agnese…) ma non esiste antologia manchevole e, contemporaneamente, troppo indulgente, e questa non fa eccezione. Essendo la riscoperta appena all’inizio, è un libro da tenere a portata di mano, per non interrompere proprio adesso la conoscenza delle grandi opere liriche del Novecento scritte dalle poetesse.

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