Cosimo Damiano Damato, L’ultima sequenza di un film di Jarmusch

di Anita Piscazzi

Cosimo Damiano Damato, L’ultima sequenza di un film di Jarmusch, (Libreria Dante&Descartes, Napoli pp. 99)

È un alito irrequieto che passa tra le voci insistenti di un palcoscenico popolato da figure a volte evanescenti a volte visionarie come le passanti di Brassens, un don Giovanni in frantumi divorato dall’amore, Verlaine e la follia dei vecchi amanti sotto un cuscino, le note di Chet Baker sul sagrato di San Pietro, il vagabondo di Chaplin e la sposa di Achab al limite di un’esistenza che reclama un ordine da dare a sequenze sparse di inquietudine amore, incapaci di decidere autonomamente il proprio destino, alienati da una vita sempre uguale a se stessa che cerca di risolversi in quell’ultima sequenza onirica e disillusa. Ci accompagna così Cosimo Damiano Damato, regista, poeta e drammaturgo ne “L’ultima sequenza di un film di Jarmusch” il suo nuovo lavoro poetico per i tipi Libreria Dante&Descartes di Napoli.

Come Jim Jarmusch nel cinema è solito mettere in scena persone che vivono ai margini di umanità d’appartenenza e stati d’animo degli individui che si muovono su un piano-sequenza e su una staticità dell’immagine, così Damato riproduce gli ambienti e gli spazi che ospitano le azioni dei suoi personaggi: “Sono finito in un libro/il mio nome scritto a matita/il pianto di un merlo deforme” presentandoci un io frantumato e deviato che cerca vigore nel mito del sogno: “Mi proteggo con un filo di seta/una benda sottile non basta per la voragine del cuore aperto/e vorrei essere un baco per curarmi da solo”. Ed ecco che l’autore offre senza veli tra un atto e un’attesa le sue ossa, la sua carne e la sua voce in una scatola: “Onirica e complice/Arrossiamo al cielo oscuro/Io sono solo parola, pelle e voce/E tu sprazzo di ispirazione sacrificata”.

Si coglie un’inquietudine carsica e sottile sotto la quietudine, l’inevitabile quesito interiore sul senso profondo dell’esistenza: “Ho smarrito i giorni/il tempo chiede le tue mani/Tu dormi in una febbre di sentimento barocco/e fuori ancora non piove […] Consolami la notte/e custodisci le colonne di libri/rovine del tempio crollato/riapri il sipario/e scompari nel freddo”. Damato diventa il cantore e il viandante solitario alla ricerca del legame tra l’eterno disagio interiore del vivere nei luoghi sociali e negli spazi predefiniti e l’affanno a un movimento interiore che riesce ancora ad incantare: “e scrivo il nostro piano-sequenza/entrami per sempre/nell’inquadratura delle mie stimmate immeritate/funamboli nella linea che chiamano amore”.

Si pone così costantemente l’interrogativo: restare sempre fedeli a se stessi nell’immobilità, e quindi sentirsi fuori posto e infelici, o è il moto interiore artefice d’infelicità che ti porta a fare cose fuori luogo? “Ho perduto le poesie dei vent’anni/che narravano il lisergico dolore./Le ho lasciate nella cantina della casa sul porto […]/il frigo è pieno di cadaveri/il pianoforte è senza sgabello […]/E mi salvano solo i tuoi occhi stretti/che hanno ceduto alla mia follia/e consolano la mia fronte pura e gelata”. Questa vena inquieta cerca però d’innovare, sorprendere e incantare fino alla trascendenza e alla morte: “Non morirò dove sono nato/il patto con il mare è infranto/come quel cuore divorato dal gatto/che non riesce a far promesse/al marinaio incapace di nuotare/dimorato nel faro cieco di stelle e desideri”.

Ma spesso quegli stessi luoghi portano di nuovo verso il disagio dell’immobilità: “Sto cercando una stanza in un hotel qualsiasi/sulla via adriatica/Dove nessuno può amarmi e farmi male/Metterò una cassettiera dietro la porta/E aprirò l’acqua calda nella vasca/Immergendo i fogli sporchi di storie/che evaporano fantasmi”. Tutto questo può sembrare l’accettazione della quietudine e della mediocrità e di far combaciare il fuori posto con il fuori luogo: “Ogni sabato ho due biglietti del teatro e ci vado da solo/seduto in prima fila/scrivo una poesia per qualche sconosciuto/e la lascio sulla poltrona vuota del loggione/Scucio le tasche delle giacche/e lascio il mio odore di incenso”.

Ma c’è un sommovimento salvifico nel finale, una rivelazione gentile, profonda che porterà l’autore a farsi curare e custodire dalle mani di una nuova Euridice, Sibilla presenza poetica costante alla quale l’autore deve tutto, tanto da scriverle Non sono io il poeta sei tu la poesia: “Ci tiene insieme solo un abbraccio distratto/La pelle fugge e io con lei/devo andarmene e lasciare il libro a metà/piove e il treno sta per fischiare/[…] mi rimane solo la leggerezza del tuo viso sulla mia spalla/Quando cercavamo un rifugio per far danzare il sangue e il /sudore/ quando il mare ci ospitava/e ci custodiva i segreti delle onde”.

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