L’estasi linguistica nelle “Coppie minime” di Giulia Martini

di Davide Rondoni

Il denso libretto di Giulia Martini, Coppie minime (Internopoesia), è un'opera erotica. Con ciò non intendo solo evidenziare l'elemento tematico che, sotto il segno dell'abbandono, tipicissimo dell'epoca ma con illustri precedenti nei secoli, percorre il libro. Bensì indicare il livello sorgivo della proteiforme e sbalorditiva ricchezza linguistica e direi quasi della allegra, bulimica tensione dell'opera. Già sant'Agostino dopo i greci delineava un legame tra tensione dell'eros e creatività linguistica, a indicare una propulsione sorgiva e "inarrestabile". Non solo in quanto protesa a un irraggiugibile oggetto amato ("con quanti giri di parole giro / l'isolato dove pianeggi e abiti...") ma come identificazione del tempo-luogo, dell'accadere stesso dell'amore ("Amore mio, che inverno lungo / che brivido la scritta sta scrivendo"). Pure quel rimare semplice, o apparentemente tale, che hanno portato alla ribalta le poesie della Martini nella loro versione più breve, quasi approntate per facebook e istagram, e che spesso paiono poco più che giochi, sono per così dire, cosa diversa lette all'interno di un libro serratissimo e costruitissimo, citazionista e occhieggiante ai vari lati della poesia italiana (dalla Cavalli a Bigongiari, da Petrarca a Poliziano con sfoggi di erudizioni e studi); ecco, quel rimare semplice e ludico, come nota bene Francesco Versari nella prefazione, è rivolto come arma (ma quasi disperatamente, aggiungiamo noi) al far "rimanere in rime" l'esperienza. Il che, sia detto da chi petrarchesco non è, è non solo impossibile ma fallace e prima causa del posizionamento della poesia tra le cose "postume" del vivente. Accade spesso questa eterogenesi dei fini agli amanti un po' idolatri della poesia: la idolatrano come rima-rimanere e così la preparano alla irrilevanza. Non che compito della musa non sia anche la memoria della esperienza, massimamente quella amorosa, si sa. Ma un conto è la memoria e un conto le spoglie, e un altro il "doppio". Così che infatti, mentre Dante, per stare sui massimi esempi, include una chiara metafora erotica al termine del suo dire/non riuscir a dire dinanzi all'esperienza suprema della visione ("in che sua voglia venne" Par XXXIII) in Petrarca e giù giù per li rami fino alla prima forte e ancora acerba per accumulo prova della Martini, il poetare viene tutto incluso e identificato nel suo titanico sforzo di Canzoniere nel tentativo di far permanere in "lettera" la verità dell'amore che non c'è, o la sua ombra linguistica, invece che viaggio "in spirito" aperto e avventuroso negli spazi aperti dall'amore "assente", o meglio dall'amore divenuto alterità, esilio dal possesso. Le cose, ovviamente, non stanno così distinte e opposte, ma tracciano due direzioni. Intendo che il canzoniere della Martini, lontano dall'idea di poesia come viaggio per cui Dante inizia il cammino per "dire il ben ch'io vi trovai" s'arresta invece in una sorta di estasi o specchio o doppio linguistico di festa di parole per poter "dire bene", come conclude nell'ultimo testo, ricadendo quindi dentro al dire come unico orizzonte possibile. In un eros che decide d'essere linguistico e intransitivo, potremmo aggiungere. E ancora: lo fa con un disagio malcelato, e in questo disagio vedo la cifra più interessante e futura del suo lavoro.
Si tratta di questioni grosse, ed è merito indubbio del libro sollevarle, ponendosi come voce rappresentativa di talune caratteristiche di un'epoca, se un lettore è attento e non si arresta, senza coglierne il movimento unitario, ai funambolismi, alle astuzie, alle concessioni, insomma alla varia retorica erotica che anima le pagine con una disperazione dissimulata. Una musica verbale e solo verbale, mai delle cose o del mondo, sale da queste pagine colte e stipate, da questa tensione sincera e letterariamente travestita per sopravvivere. Un libro teso e con qualche ridondanza, specie laddove la Martini esibisce le sue trovate (il congiuntivo e la congiuntivite) o la trafila di citazioni, ma sincero nella sua quasi folle ossessione, nella sua energia di arto amputato. E di muta richiesta, o forse supplica, tra mille e mille e mille parole.

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