Concorso ordinario scuola. Una storia

di Melania Panico

Per essere una buona insegnante di scuole medie avrei dovuto sapere che nel 1075 fu emanato da Gregorio VII un Dictatus Papae che enunciava una riforma della Chiesa e del clero. Non lo sapevo. Mea culpa. Per passare il concorso abilitante che ci avrebbe aperto le porte alla prima fascia di graduatorie, noi docenti precari avremmo dovuto rispondere a domande specifiche di informatica e inglese, pur non dovendo insegnare informatica e inglese. Per saper insegnare a ragazzini di 11 anni avremmo dovuto sapere che la battaglia di Leuttra fu combattuta nel 371 a.C., eppure non ci è stato chiesto in alcun modo di contestualizzare, né di confrontarci con una commissione che decidesse se fossimo capaci di stare in una classe, di organizzare una lezione. Nulla. Un computer ha deciso automaticamente in 100 minuti che dovevamo restare precari perché non avevamo risposto esattamente ad almeno 35 domande su 50. Eppure noi precari siamo da anni nelle graduatorie e insegniamo senza abilitazione. Ci chiamano a inizio anno e restiamo – se tutto va bene – con pochi diritti e tutti i doveri, per tutto l'anno scolastico in una scuola dove instauriamo rapporti solidi con i ragazzi, parliamo di poesia, di letteratura, raccogliamo informazioni che non vorremmo sentire, catapultati negli universi famigliari più disparati, diventiamo confidenti, educatori, punti di riferimento per famiglie. E a fine anno salutiamo tutti come se non fosse successo nulla per aspettare la chiamata in una scuola nuova.  Quindi siamo capaci o non siamo capaci? Un concorso a cui ci siamo iscritti due anni fa le cui date sono uscite venti giorni prima della prova scritta. Il programma concorsuale riguardava tutto lo scibile umano dalle origini ai giorni nostri. Tutto. E non mi si dica che avremmo potuto studiare durante questi due anni perché intanto stavamo lavorando. Stavamo portando avanti i nostri rapporti con gli studenti, stavamo preparando le lezioni e in alcuni casi stavamo facendo in modo che alcuni dei nostri studenti si sentissero coinvolti, stavamo lavorando sulle individualità, cercando di tirare fuori da ognuno di loro quello che potrebbe essere definito “talento” mentre la DAD metteva a dura prova ogni cosa.

Cosa c’è di veramente sensato nell'universo della scuola italiana dei nostri tempi? Ci dicono che non siamo abilitati eppure ci chiamano alla responsabilità ogni anno, ci dicono che per diventare professori abilitati dobbiamo avere una memoria delle nozioni senza tenere conto che in aula le nozioni valgono meno di nulla. La modalità concorsuale è uno schiaffo ai nostri anni di studio: assegnare punti a ogni domanda e fare in modo che un computer decida se siamo capaci o no, stabilire che va avanti chi ha un buon rapporto con la memoria delle date o chi sa come funziona il desktop di un computer. Eppure tutto questo apre a tante riflessioni che riguardano ognuno di noi, non solo il presente ma anche il futuro della scuola italiana. Si parla tanto del concorso ordinario perché è qualcosa che sta avvenendo in questi giorni e perché è eclatante che 8 su 10 tra i candidati non sia riuscito a superare la prova a crocette e chi è riuscito a superarla si dichiara “fortunato”, ma come si può pensare di migliorare le cose se non cambia radicalmente il metodo di reclutamento del personale docente? Fare in modo che chi insegna da anni sia dichiarato “automaticamente” abilitato o almeno cambiare le procedure di ammissione. Questo è il minimo. Cosa pensiamo di comunicare ai nostri ragazzi se lo stesso Ministero non tutela le menti che stanno dietro alla loro formazione? Siamo davvero sicuri che un computer debba prendersi la responsabilità di questo?

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