Con passo di cristallo. L’opera prima di Federica Scaringello

di Isabella Leardini

Federica Scaringello, Lupa, Capire edizioni, 2021

La natura selvatica e acuminata della poesia di Federica Scaringello è evidente fin dalla copertina di questo suo esordio ''Lupa''. Nella bella collana di Carta Canta siamo abituati a graziose e originali illustrazioni, qui si fa avanti uno spazio vuoto, quasi che la schiva belva sia appena uscita di scena o stia per affacciarsi da un momento all’altro sul bianco teatrale della copertina.

Fin dal primo sguardo avvertiamo l’inquietudine di un vuoto, una mancanza con cui questa poesia non teme di fare i conti. Il campo aperto della pagina bianca, ad ogni testo è anche l’ardua dinamica del rapporto con il nero della parola, che da esso riesce ad emergere.

Il primo potente simbolo che ci arriva tra le mani in questi testi è il cristallo: natura di precisione e durezza, non ancora matura per essere diamante. Il cristallo è uno stadio intermedio tra visibile e invisibile, è strumento di divinazione, caleidoscopio che si compone in forme minime e precise. Come piccoli cristalli che formano la creatura d’insieme, geometrici fratelli mai uguali, si compone la struttura del canzoniere d’amore di Federica Scaringello, disposto accanto al vuoto in cui la profezia ha spazio per risuonare, parca e non sempre chiara, non sempre incisa. Questo vuoto è una quinta teatrale fatta di muri e lenzuola bianche, vi si stagliano improvvise strane ombre: la caproniana bestia che mostra i denti e la strega; ma è un gesto, l’idea del volo, che percorre tutta la silloge. Questo volo non è ideale, è fisica metrica del corpo, è danza. La poesia di Federica Scaringello mette in atto nel suo movimento minimo e nella sua forma di insieme la metafora carnale della sua vita, compone una coreografia in cui ogni minimo passo è precisione inconoscibile finché non splende nel cristallo complesso dell’insieme. Così questa opera prima, poco accordata alle voci del suo tempo, si mette solitaria in una scomoda posizione d’avvio, nel solco calpestato da altri piedi leggeri, da Emily Dickinson a Cristina Campo, fino a Silvia Bre. Lo dice da sé in questi bei versi che sono anche dichiarazione di poetica:

voliamo
resistiamo a tutto
la danza è precisa
il respiro
un amuleto.

di Ilaria Santilli

Esplode nuda, silenziosamente. Ha fiori di camomilla per gli occhi dell'amato. Attraverso le pareti d'un quotidiano vorticoso, la prima raccolta di Federica Scaringello, "Lupa", mostra denti di poesia fuori della tana.

Una storia d'amore, un dialogo aperto e senza filtri, scandiscono il respiro bruciato della poeta, nella stessa aria di fumo che carezza e spezza il verso. Estremamente esatta e puntuale, finché ci siamo; la scrittura di Federica richiede di aprire tutte le finestre nell'ora buia, rivendicando il diritto d'amare in ogni istante vissuto.

Viene da chiedersi allora in quali lunghissime notti, il tempo segna il vuoto con un taglio perfetto, dritto alla radice e con la falce, riportandoci a forma primordiale. Forse – nello spazio che si altera al di là di un indefinibile flusso d'immagini sciolte, investendo ogni oggetto nel silenzio turchino – Scaringello risponde e si spoglia da ogni congettura artificiosa, che rischia di risultare un vago girotondo d'altalena.

Arrendevole e persistente alla domanda di una poesia vigile invece, la poeta è favorevole allo schianto, cosciente del fatto che per fermarsi serve un piccolo fuoco, disposto a mantenere accesa nella notte, la fiamma sottile della viva brace che persiste fino all'alba. Questo è indubbio: qui l'amore è onnipresente, perché dire “Ovunque// cambi nome// trasformi radici// gioia// nasconditi nell'ultima parola// vola” toglie il fiato come un giro al cardiopalma nell'autodromo più sperduto al mondo. Una sorta di sensibilità infinitesimale, asseconda impaziente il movimento frenetico dell'emozione. Conservata come pietra preziosa che innesta un processo d'avvolgere a ritroso, la poesia le concede di riconoscersi finalmente, figlia di una calda e preminente risata d'infanzia.

Amore e fame, poltrone nuove, ossa che ricostruiscono nel nulla del lenzuolo bianco un’unica via d’uscita: l’entrata a braccia aperte, l'accoglienza che Pavese chiamerebbe l’amore disperato// verso tutte le cose.

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