“Con le stampelle a festa”, la poesia di Massimo Pedroni

 

Lo sguardo di Massimo Pedroni è scabro, uno sguardo da necroforo, che guarda il corpo della realtà senza apparente coinvolgimento, con un distacco che sembra rievocare da vicino quello di Gottfried Benn di fronte ai suoi pazienti. La lingua è appuntita, violenta, produce una melodia capace di farsi carico di tutto il disincanto del poeta, in alcuni passaggi sembra quasi metallica, impermeabile.

Anche Roma, spesso presente nei suoi versi e non come semplice  corredo geografico, diventa arena di un racconto macerato, andato in scena dall’inizio dei tempi, dove tutto passa e tutto rimane, così fedele nella rappresentazione all’indolenza di una città eterna, spesso suo malgrado.

La forza di visione di Pedroni, di spoliazione della realtà, è ancora più potente se si pensa alla condizione in cui vive, malato di sclerosi multipla, il “balocco formicolante che presidia i miei spazi”, di fronte alla malattia il suo disincanto non cede, anzi, diventa ancora più feroce, capace di vestire a festa le stampelle, perché “una prece e una stampella non si negano a nessuno”.

 

Daniele Mencarelli

 

Vanghe e badili a disposizione

 

Ricciutamente a portata di mano.

 

A portata di buona lena

 

Lena non più acerba.

 

Ogni giorno pronti a seppellire

 

Quello appena trascorso

 

Terra e zolle ricoprono l’indecenza del passato

 

Oggi sarò da Festival

 

Festival del necroforo

 

In un colpo solo seppellirò un anno intero

 

Un’altra lapide a disposizione dei nostri rincrescimenti.

 

Le mani saranno sporche di fango e di sudore

 

Anche questa volta abbiamo fatto il nostro dovere.

 

Con lungimiranza puntellati sulla terrazza di fango.

 

Ma qualcosa cede, si smotta sotto di noi

 

Prevedibilmente.

 

Benvenuto nuovo arrivato dal sapore scarlatto.

 

Chissà quanti di questi giorni riuscirò a seppellire.

 

Il dubbio è d’obbligo, non l’aspirazione.

                                                                                          

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I pruriti di fine luglio svuotavano i luoghi

 

Strade piazze e palazzi

 

L’uomo di piccola statura

 

Sembrava ancora più sparuto

 

Nello slargo di passaggio.

 

Tracollato dalla bisaccia

 

Vendeva giornali

 

L’aria dell’ uomo era particolarmente mite

 

Con il piccolo desiderio di raggranellare in quell’afa

 

Qualche soldino.

 

Non aveva certo la stazza dello strillone

 

Pacatamente dava a richiesta dei viandanti informazioni.

 

Sapeva di essere osservato

 

Traboccava di sigaretta in sigaretta

 

Con la serenità di chi vive il futuro a breve

 

Strillone mancato hai riempito di serenità

 

Un attenzione svagata dal caldo e dalle

 

Bocciature della vita.

 

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Si vive a Roma, nel centro di Roma, da anni inoltrati.

 

Si esce di casa scendendo delle scale,

 

attraversando un androne di aria.

 

Al centro di vigenti allegorie si sguazza nel rione.

 

Occhi di pietra, annegano in colliri damascati a puntino.

 

Transita di tutto in quei vicoli

 

Come se già fosse tutto passato.

 

Non c’è neanche bisogno di avere un qualche ricordo.

 

Si mangia il cornetto mattutino, si legge il giornale quotidiano.

 

In quella disperazione alla “volemose bbene”

 

Che ha amputato anche la statua del Pasquino.

 

Missive per le spicce pendono da quei monconi.

 

Tutto è passato e tutto è rimasto.

 

A Roma non è mai morto nessuno,

 

nessuno può morire qui. Non esiste questo errore.

 

“Fatece largo che passamo noi…” è tutto a cielo aperto qui

 

anche il sole.

 

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 Sporadicamente incontravo il dottore

 

Quello che fu il mio dottore

 

Ebbe modo di prendersi cura di me

 

Aitante usciva dal portone del suo studio

 

Non ci si salutava, per imbarazzo, per imprevedibili reazioni

 

Mi diagnosticò con leggerezza saturnina

 

Il balocco formicolante che presidia i miei spazi, i miei aneliti

 

Tutta roba dai colori appassiti, dai sapori muffiti.

 

Uscendo da quel portone entrai nella storia,

 

la storia umana, quella in cui c’è chi tifa per un Dio vendicatore

 

chi per l’assenza di Dio, chi per un Dio che ci venga a prendere all’uscita

 

di ogni tormento.

 

Per mano ci sostenga nel percorso dovuto

 

E ci faccia capire che il Padre non è mai morto

 

Non morirà mai. Coraggio.

 

 

 

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Si tornava in quegli anni a casa la notte

 

Furtivi guardinghi acquattati sulla minaccia sul pericolo.

 

Una spensieratezza armata di armi

 

Colmava tasche bisacce sussulti di cordoglio.

 

I grandi gli adulti orchestravano con prodigalità

 

Lo sventramento del nostro futuro.

 

Incatenata la Vespa al lampione sotto casa

 

Si pensava di essere liberi placati.

 

Ci abbiamo creduto in tanti tutti

 

Di qua e di la ci si credeva.

 

L’orrore di quelle giornate radiose

 

Crepita ancora sotto i passi dolciastri

 

Di un potere senza patente.

 

Annaffiamo le piante con perizia ora.

 

Abbiamo vinto i mondiali ancora una volta.

 

Viva l’Italia ancora una volta.

 

La bandiera della nostra gioventù

 

E’ rimasta nelle catacombe del niente.

 

Siamo stati cattivi forse

 

Sicuramente senza essere dei maestri.

 

Avevamo ragione comunque

 

Perché dovevamo vivere

 

In qualche modo dovevamo

 

Anche noi i sopravvissuti.

 

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 Vestito con le stampelle a festa

 

Giro intorno a questo porco mondo

 

Giro giro in tondo.

 

La veduta si annebbia.

 

Tutti giù per terra.

 

Una prece e una stampella non si negano a nessuno.

 

Bofonchiò il bagnino dell’altoforno con la brocca rotta.

 

 

 

 Massimo Pedroni, risiede a Roma città dove è nato. Laureato in Giurisprudenza, diplomato come Attore alla Scuola di Arti Sceniche di Alessandro Fersen.
Ha  pubblicato Ferdinand ed, Serarcangeli presentazione di Francesco Grisi. “La sfacciataggine dei sogni” ed. Gangemi, presentazione Renato Minore. “Alla salute” ed. Memori presentazione Giorgio Albertazzi. Con questa pubblicazione ha vinto ha vinto il premio “Bertoli” presidente giuria Arnaldo Colasanti.
Nell’Antologia Poesie d’amore, pubblicato dalla Newton Compton, curata da Fancesca Pansa, sono presenti alcune sue poesie.
Collabora a Radio Vaticana e, al quotidiano online L’Indro. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                            

 

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