COME UNO CHE NON SA RASSEGNARSI

Una nota di Iuliano Alessia per “Terre Apertedi Emanuele Franceschetti, edito da Italic Pequod (2015)

[…]

(Tu)

giudicherai?

O forse, come dicono,

sei di là dalla porta, e sai pazientare

come il tempo che non s’affretta.

 

Tu, tu chi ?

Un interlocutore tra parentesi, un interlocutore non necessario, o meglio, sottinteso  con cui Emanuele Franceschetti  intesse un’intimistica, ma non privata, conversazione per tutto il cammino che condurrà, che dovrebbe condurre, alle terre aperte, senza confini.

 

Un discorso inquieto, a volte malinconico, che oscilla come una sinusoide nella periodicità tipica di chi non accetta, non vuole rassegnarsi al compiersi, fuori portata, della vita; così la indaga e la invoca – “Non credo alle verità mancate/ ma all’urgenza della carne.”

 

La conversazione che a tratti uno potrebbe scorgere nei suoi versi si rivela essere un dolce, umile – ma umanissimo – monologo.

I tanti tu e quel disincantato io, che sembrano lontanissimi, si sovrappongono fino a coincidere gli uni con l’ altro, insieme si fanno domanda: “(Tu) / giudicherai?”

Nel rivolgersi al Tu, domanda a sé, nel domandare a  interroga la vita, tutta intera, nella sua totalità.

 

Così, quando pure si incontrano i versi “Starti di là dagli occhi,/ fosse anche tradirmi,/ fosse anche lo spaesamento del mio dire” inizia a correre sulla pelle il brivido delicato del senso di appartenenza, del ritrovamento con un io fragile, bisognoso di cura ma non per questo debole; e quando dalla prima sezione, Vocativo, si giunge alla seconda e conclusiva (che dà anche titolo alla raccolta Terre aperte), l’io, in quello che sarebbe dovuto essere un viaggio, si perde nel viaggio, si confonde e si sostituisce ad esso.

 

Emanuele non propone, come potrebbe sembrare, un percorso, un’ascesi ma, affidandosi ad altri sguardi, a melodie ascoltate e riascoltate, a città incontrate brevemente, al filo ultimo del giorno, arretra fino a confrontarsi con la ragione di un qualunque, eventuale, movimento, infrange la strada e si focalizza sul problema:

le terre sono aperte, sconfinate, come una non-meta, un non-luogo, o un luogo infinito, sempre presente nell’incompiutezza di qualsiasi tragitto. Come i Kyrie in viaggio all’incontro di un Christe eleison:

 

[…]

È mattina: c’è una foga di luce che ubriaca, febbraio è già lontano.

(Kyrie eleison,

non ho amato che le suggestioni e le parole scelte. Christe eleison,

forse la poesia è un anacronismo,

sigillo dell’incompiutezza)

 

testi:

Stanotte, la notte l’ho scesa giù

a sorsi, piano, come un dolore atteso.

Poi ho sognato di vegliarci,

senza il rimorso del possesso.

Così manca l’uomo a se stesso,

pur conoscendo le latitudini e l’universo.

 

(Tu)

giudicherai?

O forse, come dicono,

sei di là dalla porta, e sai pazientare

come il tempo che non s’affretta.

 

*

 

Starti di là dagli occhi,

fosse anche tradirmi,

fosse anche lo spaesamento del mio dire.

 

(Non l’avrei detto: certi suoni

fanno una bruma pesante, un veleno tenace)

 

Sarei per te più d’un ritorno,

un ricongiungimento.

Uno sfinirsi di spazi, di quelli

che non hanno che il male dell’impotenza.

 

*

 

Primo soliloquio

Ho visto questa terra stancarsi e ripetersi

come in un aforisma pronunciato

senza voce. Ma ho conosciuto la libertà

delle variazioni, l’aria che improvvisa

spalanca l’ultima feritoia, il linguaggio

della pietra. E la pietra mi parve guarigione,

respiro della forma.

Ho abitato il tratto profondo delle vibrazioni,

assecondato l’affanno impietoso delle ossa,

lo slancio delle fibre, la velocità dell’occhio.

 

È mattina: c’è una foga di luce che ubriaca, febbraio è già lontano.

(Kyrie eleison,

non ho amato che le suggestioni e le parole scelte. Christe eleison,

forse la poesia è un anacronismo,

sigillo dell’incompiutezza)

 

 

Emanuele Franceschetti  è nato ad Ancona, nel 1990. Laureando in Musicologia alla Sapienza, vive tra Montegranaro (Fm) e Roma. Chitarrista, studia (disordinatamente e incessantamente) da sempre jazz e improvvisazione, perfezionandosi, tra gli altri, con Roberto Zechini e Ramberto Ciammarughi, e frequentando numerose masterclass con musicisti di livello internazionale. Da sempre orientato verso la letteratura, il teatro (laurea triennale in storia del teatro con una tesi su Antonin Artaud) e la poesia: è del 2011 la sua prima raccolta in versi ‘Dal labirinto’ (L’arcolaio – Forlì), seguita da ‘Terre aperte’ (Italic Pequod-Ancona, 2015), presentata anche tra le nuove proposte poetiche al festival ‘Le parole della montagna’, con Filippo Davoli e Davide Rondoni, dove quest’anno parteciperà come chitarrista, proponendo musiche originali. Collabora stabilmente con diverse web riviste, scrivendo anche di teatro e melodramma. Tra queste Quid Culturae, periodico d’arte e cultura diretto da Filippo Davoli.

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