Damiani ha fatto scendere Selene dal carro

di Gianfranco Lauretano

Quello di Endimione e Selene è un mito che mi lascia interdetto. Nello svolgimento che ce ne dà Claudio Damiani (Endimione, Interno Poesia, Latiano BR 2019) l’impressione finale è positiva, aperta, ariosa, profumata, anche se non scorda il dramma di un’esistenza, la nostra, che avrà sempre buchi neri: “Siamo qui e ci vengono dubbi atroci”. Ma mi chiedo, leggendo il libro: perché Selene, innamorata di Endimione, prega Zeus di farlo dormire in eterno? Capisco che Endimione, chiunque fosse – pastore, eroe o re – era così bello da far innamorare Selene, la Luna, durante il suo passaggio in cielo. Lei non faceva altro che scorrere così tutte le notti, ricevendo il cambio dall’Aurora e dandolo al Sole; non una bella vita. Invece nel libro l’esistenza della Selene di Damiani è molto bella: vive e profuma, guarda e fa quasi diventare corpo le parole. Smette di fare il mestiere più noioso e triste del mondo: l’osservatore esterno. È una donna innamorata, cioè una dea, come sempre lo sono le donne innamorate, per cui è scesa dal carro d’argento sul quale svolge la professione di osservatrice, si è avvicinata alla grotta di Endimione e lo ama. La vita vale la pena così, la vita che è anche guerra, dice Damiani, persino una guerra che non sappiamo neppure bene come è iniziata, né perché combatterla. Ecco una cifra costante di questo aureo libretto: vivere, prima di conoscere tutte le spiegazioni. Entrare nel mondo, toccare con mano l’amato, anche con quelle mani semplici – e in Damiani infantili, pascolianamente parlando – che sono le parole: “Mi piace pensare al tuo corpo/ senza guardarti/ solo pensarti, tenerti/ nella mia mente,/ catturarti nelle parole/ senza guardarti/ sentire che le parole ci legano/ e ci costringono a abbracciarci”.

Ciò che mi lascia interdetto è il sonno eterno del mito. Selene prega Zeus e il padre degli dei trasforma la morte di Endimione in un sonno ininterrotto. Ma che bisogno c’era di far dormire in questo modo Endimione? Che gusto prova Selene a scendere tutte le notti cinque minuti dal carro, guardarlo, coccolarselo un po’ e ripartire per impegni di lavoro? Sospetto che c’entri l’idea del tempo: lei è immortale e innamorata, lui no. Come tutti gli innamorati vuole che quel primo incontro, fatale, si eterni, che l’amore degli inizi, assoluto e gratuito, duri per sempre. L’illusione più bella e forse più tragica del mondo. E, siccome è una dea, fa proprio così. Ma non si accorge che in questo modo Endimione non sarà veramente cosciente di sé e lei tornerà a fare il noioso e triste lavoro di sempre, l’osservatrice, anche scendendo da lui. Quella breve sosta notturna è una squallida illusione.

Damiani la risolve brillantemente, invece. Entra nel sonno, diventa Endimione che sogna. In questo modo non rinuncia alla cosa drammatica e splendida che persino gli dei invidiano all’uomo: il tempo. Ma, passando dal sogno, lo scardina. Lo smaglia, ne allarga i confini, arriva a toccare l’eternità rimanendo mortale. È quello che ci ha insegnato Pavel Florenskij nelle Porte regali, che sono le porte dell’eternità nel tempo. La prima di esse è appunto il sogno, che lo incuriosì per la deformazione e la dilatazione del senso del tempo, cosa in cui vedeva una prova metafisica. C’è in questo libro di Claudio Damiani più di un passaggio luminoso. La sua Selene la smette finalmente di manipolare Endimione (e Zeus!), scende dal carro e si gode il mondo. Goduta lei stessa. Non è più english, distaccata, osservatrice: popola le selve, i prati, fiorisce letteralmente, ritorna ad essere mediterranea, coerente con la poetica di questo autore che è tra i più antimoderni tra i nostri poeti perché, per essere moderno, ha tradotto innumerevoli spunti di luce della tradizione più alta, rivivendoli nella lingua di oggi – l’italiano più pacificato che esista: “Camminiamo e ti regalo ogni fiore,/ te li colgo e te li do da odorare,/ tu li baci tutti e li metti /nel tuo seno, dove insieme riposano”: non c’è qui Pascoli, Caproni, Botticelli, persino Marino e Orazio (che abitava poco lontano da Damiani)? Il sogno di Endimione, dunque, è un modo per Damiani di riappropriarsi di un mondo che occorre vivere e persino soffrire pur non sapendone tutti i motivi. E nella dilatazione del tempo esso tocca la sua fine: c’è una poesia che è un autentico gioiello, dove il poeta bacia i suoi figli e si avvia, quasi ascendendo. Quando si gira a guardare quello che è successo, lo sa e ce lo dice: “Ho sognato la mia morte”. Ma in essa la tragedia di senso è risolta in bellezza: “magari me ne andassi così”. Se la vita è il sonno di Endimione, ci fa percepire il poeta, il sogno è essere amati dalla vita: nella guerra del mondo c’è un luogo in cui sappiamo che chi era impassibile si è fermato, è sceso dal cielo entrando nel tempo, per innamorarsi di noi.

77 Condivisioni

Lascia un commento