CI SI SVEGLIA VECCHI. PER PIETRO RUSSO

Ci si sveglia vecchi

con quella cangiante ombra nel capo, sonnambuli

tra esseri vivi discendenti

Vittorio Sereni

C’è una parola – gravità – quella “tendenza naturale” che l’esergo di Sestov esplicita in tutta la sua tragicità, verso cui precipita e si incardina “A questa vertigine”, la raccolta che il poeta catanese Pietro Russo ha appena pubblicato per i tipi dell’anconetana “italic”.

Già il deittico del titolo ne circoscrive il percorso, sfrondando, da un lato, ogni trascendente deriva dell’agire poetico e, dall’altro, collocandone nell’hic et nunc di una condicio carnalmente e materialmente umana, ogni possibile orientamento.

Questo radicalismo espressivo ed esistenziale si disciplina per Pietro Russo nella prassi della scrittura. La poesia pare immediatamente inquadrarsi come ultima ratio, tentativo estremo – senza attenuanti nè incertezze – di potere essere, e diventa, nella metafora del tiro a canestro della lirica con cui si apre il libro, una “gioia che risale i millenni”, prassi che non contempla nessun tentennamento, nessun “tremore inopportuno del polso”.

Scaturigine e fine, momenti e passaggi che sostanziano la vita di tutti, sono attraversati dal vento impetuoso, esatto, della poesia di Pietro Russo, anche se a volte un “passo strabico” pare rallentarne l’iter, la forza propulsiva. Una lucidità di chiarissimo stampo leopardiano – e le due notevoli liriche del micropoemetto “Eravamo splendidi” lo confermano – gli consente, ad esempio, di esprimere un giudizio senza appello nei confronti del proprio vissuto in quel “risveglio dalla parte vuota della piazza” che diventa pure indicazione poetica di direzione di esistenza. La trasversalità delle letture e degli interessi culturali del poeta ha inoltre un suo specifico riverbero lungo tutta la raccolta. Russo, infatti, nella sua onnivora apertura alle contaminazioni artistiche e letterarie – da San Paolo a Sestov – non si sottrae nemmeno al fascino della musica pop: e lo stralcio dalla celeberrima “Father and son” di Cat Stevens – che apre la sezione “Gli anni non invano”- inquadra perfettamente uno dei temi portanti del libro: la presenza costante della figura paterna, su cui confluiscono (uno “sciame” luziano?) anche le voci e i gesti della figlia, in un rispecchiamento generazionale della carne e della sua memoria incardinato nella vita stessa del poeta.

Ma il nume che si agita lungo tutta la plaquette di Russo ci pare certamente il Sereni, specie quello di “Stella variabile” (la trascrizione di René Char non lascia dubbi su questa ascendenza): e proprio al poeta di Luino, Russo aveva dedicato l’intenso saggio “La memoria e lo specchio” (Bonanno, 2013). L’eco di Sereni, non certo a caso, si irradia in “Per testimonianza e linea di basso”, la sezione centrale della raccolta. Sono cinque liriche dal peso specifico quasi insostenibile, grumo luminoso che divampa sulle sconfitte di tutte le vite e sul disincanto di un tempo – “in quest’ora di carne e di paura” – che brucia indifferentemente dentro la sua fornace mediatica vittime e colpevoli: “Avanti il prossimo e che muoia/ sbranato dalle belve o nell’anonimato/ che differenza fa?”

In questo alternarsi di bellezza e orrori, “Onomastica” – la sezione il cui humus verghiano è più che evidente – pare delineare la concezione della storia del poeta: l’immagine della fontana ai Malavoglia, la scultura di Piazza Verga a Catania, esprime appunto tutta la tensione tra una risalita – “la chiglia che cerca l’alto” e il naufragio – “l’onda che li sommerge”. Una immagine forte, definitiva, che ricorda uno straordinario passaggio da “Noia a Catania” – città presentissima in Russo – il racconto di Sebastiano Addamo in “Non si fa mai giorno”. Qui, tra possibile salvamento e certezza della gravità, ognuno “arranca dentro la sua barca che sta per affondare e non affonda mai, che è poi il bilico siciliano sempre diviso tra l’essere e il non essere”.

Se c’è però una lirica nella quale si addensano i temi e l’energia di tutta la raccolta e in cui Russo coagula la necessità di dire quel vortice che sostiene il nostro “esserci”, ci pare di poterla individuare ne  “Il fallimento, padre, di queste mani”, contenuta nella sezione “Dove chiami”. Cinque strofe di diseguale lunghezza nelle quali, tra riaccensioni e assenze, Russo esprime il suo stupore di uomo e di figlio e pare giungere, nella martellante consapevolezza del tempo che scorre e trapassa, nella “vergogna/ per un altro giorno”, ad una terribile agnizione: “Ma le mani hanno visto l’amore/ quello che rimane/ scivolare come l’acqua a ottobre/ o in piena estate. Mani senza colpa,/ senza storia: le guardo/ ora per la prima volta. Sono queste mani// che non porto più agli occhi, padre.// Sono queste e non sono mai state”.

Nel tendere dunque inesorabilmente verso il suo centro, la poesia di “A questa vertigine” percorre coraggiosamente “l’attrito del corpo e dell’intelletto con il reale”, segnando il suo tempo esatto, il prodigio della sua inesorabilità, il nostro coincidere con “l’esatta misura del buio” che è però solo – parafrasando Sestov – la “penultima parola” poiché, alla fine,  risplendono solo il cuore di un figlio e la certezza delle sue cellule: “dal balzo dell’antilope al centro vivo/ della rosa”.

 

Giuseppe Condorelli

 

 

 

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