Charles Bukowski e Gregory Corso: naturalmente Beat

Una coerenza lunga una vita

di Dario Pontuale

Europa 1952: mentre a Stoccolma François Mauriac per merito del suo stile fluido e la rettitudine morale riceve il Nobel per la Letteratura e a Napoli muore l’accademico Benedetto Croce, in America, con il romanzo dal titolo Go, John Clellon Holmes getta le basi della prima opera della Beat generation. Sebbene il termine Beat debba ancora essere coniato da Jack Kerouac, poco importa, determinante, invece, è ricordare come in America, nei primi anni Cinquanta, sbocci quello stile, non unicamente letterario, capace di far udire il proprio “Urlo” fino nel lontano Vecchio continente.

Il Beat, e con sé la Beat generation, si presenta come un termine polivalente, camaleontico, brulicante di interpretazioni e congetture. Spulciandolo meglio assomiglia a uno stato mentale, a un’ascesi comportamentale e non a una striminzita definizione enciclopedica. Il Beat è la rivelazione di sé stessi, della vita on the road, per dirla sempre alla Kerouac, del sesso senza pregiudizi, dell’abuso di droghe, della difesa dei diritti umani, della ricerca del proibito e dell’inesplorato. Può considerarsi degnamente uno sputo in faccia ai sudici ambienti politici e alle logiche disumanizzanti, alla follia della guerra in Vietnam e al massacro militare. È a tutti gli effetti: «La libertà di essere sconfitti» come dichiara Allen Ginsberg, altro poeta Beat che ne avrebbe parecchie da raccontare.

Succede alle volte, casi rari, che alcune vite inciampino e precipitino dentro correnti di pensiero senza neppure saperlo, respirandone la sostanza inconsapevolmente. In casi rarissimi accade, perfino, che ne diventino successivamente l’icona, incarnandone l’emblema in ritardo, semplicemente perché il manifesto programmatico non è ancora stato redatto. Sono Beat prima che il Beat esista, alla malora qualunque discorso sulla tempestività d’azione. Questo particolare effetto di inconsapevole adesione al canone letterario affiora ancor più comparando vite che stazionano sulla soglia del reale, vite nelle quali una disposizione connaturale prepara all’autentico gesto artistico. Due modelli, due veri esempi di simile rarità intellettuale, indubbiamente, possono rispondere ai nomi di: Charles Bukowski e Gregory Corso.

Nel 1952, Charles Bukowski, detto dagli amici Hank, ha trentadue anni, un lavoro che detesta da postino a Los Angeles, praticamente zero pubblicazioni all’attivo e sulle spalle un mezzo decennio passato a girovagare tra New Orleans, San Francisco, Saint Louis dormendo in sudice camere in affitto e scolando fusti di birra. Tra una rissa in un bar e un arresto per reticenza alla leva, trova il tempo per leggere quegli autori che scrivono per davvero: Hemingway, Fante, Čechov e Céline. Bukowski viene alla luce nella cittadina di Andernach, in Germania, ma a soli due anni sbarca sul territorio americano, intuendo già i presagi di una vita dura come l’asfalto. La madre è tedesca, una presenza casalinga incolore, il padre, con addosso i gradi di militare polacco, ogni sera usa la cinta come una frusta sulla schiena di quel povero ragazzo dalla faccia butterata. I rapporti tra padre e figlio sono a dir poco terribili, così a diciotto anni, dopo l’ennesima violenta lite, il genitore gli prepara la valigia e lo butta fuori di casa. L’amore paterno, in ogni caso, rinsavisce qualche tempo più tardi, quando, grazie a una trasfusione d’urgenza, salva il figlio dalle conseguenze letali di un’ulcera perforante. Il troppo alcool ha trapassato le pareti dello stomaco. Insomma nel 1952 Charles Bukowski è già Beat, ma non sa ancora di esserlo.

Nello stesso anno, Gregory Corso compie ventidue anni, partorito dall’asprezza della Grande Mela, figlio indesiderato di italiani, viene abbandonano in una galera che qualcuno chiama sfacciatamente istituto. Fugge, ma viene riacciuffato e rinchiuso per cinque mesi in un ospedale psichiatrico. Torna a piede libero, progetta una rapina, ma qualcosa va storto e sconta tre anni che difficilmente dimenticherà. Trova un impiego come cameriere in un bar dalle parti del Greenwich Village, accumula qualche poesia nel cassetto, ama leggere Shelley, Poe e Keats. Sembra cambiato, almeno all’esterno, ma ribolle nelle viscere intanto che la vena ispiratrice inizia a pulsare. Insomma nel 1952, anche Gregory Corso è già Beat, ma non sa ancora esserlo.

Evidente, quasi lapalissiano, come fin dalle origini questi due “autori sconosciuti” abbiano già qualcosa in comune, ma con l’arrivo della notorietà, ossia dopo il riconoscimento pubblico dello status di “Beat”, le convergenze si infittiscono.

Agli inizi la celebrità coglie alle spalle Bukowski, cala bollente come un sorso di whisky sceso di traverso, eppure lo tira fuori per un po’ dai cassonetti dell’immondizia e dalle liste di collocamento. Nel 1959 bivacca all’ippodromo rimanendo spesso al verde, si ubriaca quotidianamente e scribacchia poesie e racconti. Nessun periodico lo considera, riceve solo lettere di rifiuto, poi viene pubblicato ed esce sull’importante Harlequin. Stupisce tutti con quello stile sboccato e truculento, la direttrice della rivista, Barbara Frye, gli chiede perfino di convolare a nozze. Lui, senza particolare convinzione, accetta e puntuale il divorzio arriva dopo meno di due anni. D’altronde se lo aspettava, era durata fin troppo. Hank, perciò, riprende a lavorare all’ufficio postale, controvoglia, ma è un modo saggio per non finire di nuovo in strada o in cella. Un passo verso la celebrità, comunque, è compiuto, difficile crederlo, ma è compiuto.

A Corso, al contrario, la celebrità giunge frontale come un treno ad alta velocità. Mentre serve ai tavoli del bar, nel 1954 conosce Allen Ginsberg che, sbalordito dalla forza dei versi, lo presenta all’eletta schiera Beat, procacciandogli perfino un editore. Viene data alle stampe quindi la raccolta The Vestal Lady on Brattle and other poems, finanziata grazie a una colletta degli studenti di Harvard, pagine dalle quali spicca l’incommensurabile inno contro l’armamento nucleare: Bomb. La raccolta viene seguita, nel 1958, da altre liriche intitolate Gasoline e dall’unico suo romanzo, The American Express datato 1961. Negli anni seguenti Corso si sposa, ma il matrimonio è da subito un disastro, tenta la carriera dell’insegnamento con risultati ancor più fallimentari, infine, sentendosi l’America troppo stretta, nei primi anni Sessanta sorvola l’Atlantico e atterra in Europa. A Parigi abita quasi per un decennio, al Beat Hotel nel Quartiere Latino diventa di casa, lì sembra esser compreso, il suo nome è in ascesa, la celebrità per lui, è in decollo.

Nel 1969 Bukowski, dopo la nascita della figlia Marina Louise, avuta dall’unione con Frances Smith, lascia definitivamente l’odioso impiego da postino, pare esser riuscito, di fatto, a strappare un vitalizio di cento dollari come scrittore alla Black Sparrow Press, tanto da commentare: «Dovevo fare una scelta, rimanere all’ufficio postale e impazzire o giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame». Neppure un mese dopo termina il libro Post Office con il quale compie l’altro passo verso la celebrità. Il romanzo diventa un culto.

Da qui al termine dei loro giorni, poco importa ricordare gli altri titoli di tutti i loro romanzi, racconti, poesie, poco vale sapere come abbiano vissuto la notorietà, come abbiano percepito il talento ormai pubblicamente riconosciuto. Ciò che più conta è tentare di capire il loro lascito, il senso affiorante da simili esistenze, anime tutt’altro che convenzionali, personaggi accomunati dal modo di intendere la vita. In ogni loro opera si concretizza un’ostinata condotta personale, un rifiuto totale del conformismo, una battaglia quotidiana e acerrima alle regole. Un’ironia feroce, un sarcasmo cannibale, un modo provocatorio di mettere nero su bianco, uno stile sfacciato di riempire la pagina, un inchiostro più caustico dell’acido. Attaccano il sistema sociale vigente, non soltanto quello americano, sfidano i benpensanti, i bigotti, gli ipocriti; lanciando ortaggi e lattine vuote sul farsesco palcoscenico culturale. Non vogliono essere esempi, nemmeno eroi o guru, son soddisfatti di essere chiamati reietti, fieri di poter vomitare ciò che bevono, sentono e vivono. Bukowski bellamente dichiarò: «Il matrimonio, Dio, i figli, i parenti e il lavoro. Non ti rendi conto che qualsiasi idiota può vivere così? E la maggior parte lo fa». Un pugno nello stomaco farebbe meno male, darebbe meno fastidio.

Traspare spesso la decadenza dell’ideale, la disperata ricerca di libertà del singolo, intesa come disillusione da ogni pensiero precostituito, una denuncia gridata senza mezze misure, realizzata con una potenza espressiva senza precedenti. Con caratteri scontrosi, schivi e burberi, sia Corso che Bukowski, rifuggono dal banale, dall’ovvio, dal già detto. La scrittrice Fernanda Pivano affresca il poeta newyorchese con una frase che suona come un tributo: «Insolente al di là del sopportabile e strafottente nella più assoluta imprevedibilità qualunque cosa abbia detto o scritto, però, ha sempre rivelato il dono di non dire mai una sciocchezza».

Questi due autori vogliono fortemente scrivere, lo fanno contro tutto e tutti, resistono a qualunque tempesta, mettendo sempre la penna sul foglio, anche quando la loro vita è a un passo dal baratro. Scrivere è un antidoto al male, uno sfogo che nasce da dentro e strappa le carni. Scavando nella memoria, Corso ripesca un ricordo amaro, trasformandolo in impegno poetico: «Uscii di prigione amando i miei simili perché tutti quelli che incontrai là dentro erano fieri e tristi e belli e perduti, perduti». Bukowski non è da meno, guarda avanti e rilancia nel piatto della vita con l’impertinenza che lo contraddistingue: «Scrivere poesie non è difficile, difficile è viverle». Poche parole, ma pesanti più del piombo, risuonanti quanto un “Urlo”.

Una seppur minima biografia non può considerarsi conclusa, se non si esaurisce con la cronaca della morte, punto finale collocato al termine di un discorso lungo un’intera esistenza. E alle volte, come in questo caso, riesce a rappresentarne la sintesi.

Charles Bukowski, se pur da molto ammalato di tubercolosi, muore stroncato da una leucemia fulminante il 9 marzo del 1994 all’ospedale di San Pedro, pochi giorni dopo aver concluso la sua ultima opera: Pulp.

Gregory Corso, invece, si spegne per un cancro al colon il 18 gennaio del 2001, oggi riposa, per sua espressa volontà, nel cimitero acattolico di Testaccio a Roma, in compagnia dei suoi maggiori ispiratori: John Keats e Percy Bysshe Shelley.

Bukowski. Corso. Due nomi, due colossi oggi. Due storie, due vite ieri. Limpide esistenze Beat venute su per caso, cresciute per mezzo della loro innata natura e non per soddisfare una scelta artistica. Probabilmente una buona dose di fermezza e una grande quantità di convinzione possono supportare la coerenza, ma occorre anche una spiccata resistenza agli urti e molto disinfettante per le ferite. Chi mantiene simile patto, rispondendo tenacemente alle conseguenze che comporta, merita un rispetto del tutto particolare, quello cioè di chi si mostra fedele alla propria incorreggibile natura. Se in aggiunta dovesse accadere poi di ritrovarsi anche a scrittori di fama internazionale, l’effetto assumerebbe proporzioni eclatanti.

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