Caro bar “Tre Stelle”

di Federica Ziarelli

La scena è una finestra spalancata da un vento benigno sul mare dell'esistenza, sui tanti pesci che lo solcano, alcuni insegnando l'andare libero, altri una bellezza di scaglie azzurre, altri ancora il dolore della libertà perduta, ingannati dall'amo.

È da una vita intera che mi affaccio a questa finestra, col busto sempre proteso in avanti, senza mai paura di sporgermi troppo, piuttosto con la volontà di lasciarmi contaminare da tutto quello che arriverà, detriti o conchiglie che siano.

Un tempo qui, si respiravano fumo e urla di giocatori di carte, contadini perlopiù, persone di calli fatti con la fatica della terra, irritate dagli umori delle stagioni ma abituate alla speranza.

Augurandosi un giro vincente, di frequente mi prendevano sulle ginocchia: “la bambina è innocente, attira il buono.”

Ed è il buono che ancora cercano tutti i clienti del bar, al mattino, impastati di sonno e nebbia, stringendosi fiduciosi nel cappotto, o sopraffatti d'estate dalle dita della paura, che opprimono le tempie e distanziano l'amore.

Con il buono rispondo io mentre spremo lucore insieme alle arance, mentre porgo sorrisi che schiudono dolcezza di crema come croissants.

L'aroma del caffè mi affianca sulla scena, aleggia sopra le mie mani, tra i capelli; diventa mio complice, un eau de parfume: mi avvicina a chi entrerà, a chiunque lo farà.

Sono pronta a tutto, l'ho detto: mi sporgo e non tremo.

Sono pronta al fagotto di stracci logori da lavare o al manto fiorito che germoglia primavera.

Sono pronta a sparpagliarmi sabbia calda, a diventare nuvola per ammorbidire il cammino stanco del viandante, a liquefarmi pioggia per la vampa mentale dei folli, a grattare parole dal fondo e appuntarle fiori di quiete sul taschino bianco del mio grembiule.

La gratitudine altrui è ciò che ho in dono, è il miracolo, la quercia gigante che ospita la mia fatica.

La mia gratitudine è quello che invece continuo a donare, sentendomi io, grandissima quercia.

Veniva dal chiaro

Veniva dal chiaro il vagabondo
che si è perso nell'ombra
e non rientra in casa
senza il suo carico di cristalli
la salvia vellutata che cancella
il buio dalla terra
la tenace fiamma che addomestica
gli insetti notturni.

Qui il cielo è il neon del soffitto
e il riposo del perdono
in un abbraccio di camomilla
che fuma e fuma dalla tazza
lesta, costante
a indicare il ritorno.

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