Campana nel racconto di L.Pariani

Laura Pariani: Questo viaggio chiamavamo amore (Einaudi, Torino 2015 pp.191)

 

Memorie del sottosuolo verrebbe da dire per Dino Campana, il Rimbaud della Romagna, al quale il vagabondaggio in Sudamerica, unico legame col passato della sua giovinezza, lo vide ventenne spensierato e segnò una sbronza di vitalità nel buio dell’inferno a cui si era affacciato gli ultimi anni della sua vita terrena, per calmare i suoi nervi e per urlare ancora una volta che l’unico canto di salvezza  per tutti è: «Creare poesia dalla nostra vita» e che se questo motivo avesse per titolo amore o altro, al poeta sarebbe bastato farlo sentire vivo. Nonostante gli anni internato al reclusorio di Castel Pulci, dove le sagome in bianco e il dottor Pariani, il «pitone che lo faceva sentire un topino spaurito», gli fecero credere che, certo canto fosse stato causa del suo fallimento che lo portò fuori dal solco e lo fece loco, matto. Fibra madre e filo dominante della tela cucita in Questo viaggio chiamavamo amore, recente lavoro di narrazione romanzata in trentuno capitoli di Laura Pariani per i tipi di Einaudi. Campana, come l’ultimo Dante degli infermi, cantore malsano degli abissi continua a rovistare nel sottoterra della negra reclusione e a sbatterci dentro gli sciacalli che lo hanno tradito e reso giullare stonato dei suoi giorni: «Per continuare a ricordare con benevola severità al povero Dino il dovere di cantare». Cantare, cantare sempre, cantare forte di quella notte orfica che è dentro di sé in mezzo alla mente, in mezzo al petto e che rulla come un tamburo al bando, a metà delle rovine del suo umor liquor delirante che lo porta a dire: «Amo star solo in questo buio, fuori c’è troppo sole, la qual cosa rovina i pensieri». Pensieri che gli segnarono per sempre le viscere della coscienza toccate da un giro di tango al caffè La Giralda di Montevideo in America Latina che lo sprofondarono in un risucchio vertiginoso di singhiozzi e crisi di panico, dove la terra crepa sotto i suoi piedi, tanto da aprire zolle e renderlo folle da ricovero e dire: «Io continuo a cantare sull’abisso, anche se da solo». L’autrice, come un’esperta cantadora, reimmagina il viaggio sudamericano di Campana e riesce a evocare la figura del degenerato, del visionario, dell’errabondo. Il poeta in mezzo al grido inarticolato dei suoi compagni di stanza continua con le visioni oniriche che lo vanno a trovare di notte, quando il piede scivola nell’umido selvatico dei suoi ricordi e finalmente esce dal chiuso del cronicario, per immergersi nei ricordi di viaggi lontani, nel tempo in cui, col carro da antico gaucho, immerso da polvere e da nuvole, attraversava la Pampa uruguayana a respirare: «Quella terra incognita e mai domata» che lo faceva sognare «Come le curve morbide di una donna sdraiata» o lo invischiava in qualche sudicio bordello del barrio di Rosario tra le cosce di Maria Bebè che lo accoglieva cantando: «Ya viene la noche triste/para mí que ando penando/derman los que sueños tienen/yo la velaré llorando» fino a portarlo tra i balli dei criollos danzassero, dallo sguardo perso nel vuoto e dalla mano destra sul petto o al suono del pianoforte del café chantant di Bahía Blanca e di Manuelita, il suo amore. Ma il fiore del male dei suoi nervi, come malerba sempre verde, mette radici nel corridoio manicomiale, risucchiandolo e restituendolo al solito posto a colpi di manganello dello spietato infermiere Calibàn, alle suggestioni delle onde dell’elettroterapia che gli escono dalla testa con l’odore di pampa secca bruciata a mettergli in bocca che: «Noi esseri umani siamo viscere dominate dal cervello o cervelli dominati dalle viscere. La carne è il nostro terribile motore, tuonano i preti dai pulpiti […] È l’immaginazione che ci rende schiavi». Ma Campana, insalubre Orfeo perso nel suo infero, cercava non altro che la Pampa infinita, «senza termine tranne che il cielo» e Manuelita unica e irripetibile Euridice. Desiderio, seduzione, brutale sofferenza, febbre, amore: «Ché amarti, Manuelita, non è stata mai una cura per me, piuttosto l’acutizzarsi della mia eccitazione, Dolorosa palomita/Clavelito de ilusión […] che mi fa ancora tremare e affermare che ti ho amata più di qualunque altra donna dei due mondi».

 

 

                                                                                 Anita Piscazzi

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