Cagni e la Tristessa di Kerouac

Tristessa è una ragazza bellissima, abusata e intatta. Tristessa è fatta, è una tossicomane che si vende sulle strade di Mexico City per procurarsi la morfina. Tristessa è una santa dagli occhi redenti. Jack Kerouac vacilla, sbanda furiosamente per le strade, si trascina delirante a forza di whisky. L’amore per Tristessa, per la sua vita, per il suo corpo magro, deflagra in lui e non è una questione di libidine, di possesso. Quando Jack riconosce i segni del desiderio che spinge Tristessa verso di lui, confusamente, senza capire, rinuncia a  possederla, la allontana. Dio solo sa con quanta tenerezza quella donna sarebbe stata sua. Sua! Forse, in questo estremo e confuso tentativo di purezza, Kerouac ha consumato l’amore, cioè ne ha raggiunto il culmine. Ha forse posseduto davvero Tristessa. Non c’è niente di “platonico” o di moralistico in questa scelta. Nella distanza a cui si è posto, Kerouac guarda Tristessa tutta, meglio e più profondamente di quanto non potrebbe altrimenti. Niente era più importante di questo. «Magnifiche increspature di pera modellano la sua pelle fino agli zigomi, e lunghe palpebre tristi, e la rassegnazione della Vergine Maria, e vellutata carnagione caffè e occhi di uno straordinario mistero con un lamento di dolore inespressivo come la profondità della terra». E cosa c’è nel fondo di Tristessa. C’è Dio. Non il dio-niente in cui annullarsi come bodhisattva al capolinea del cammino, ma il Dio incarnato, il Dio che fa della realtà il Suo sorriso, il Dio-colomba, il Dio per cui cadere in ginocchio e rendere grazie:

 

Alzo lo sguardo, mio Dio sbatte le ali e tuba nel suo biancore di colomba e guardo Tristessa per capire come mai ha una colomba e Tristessa alza le tenere mani inermi e mi guarda con triste affetto, come a dire “È il mio piccione” – “il mio bel Piccione bianco – che ci posso fare?” “Gli voglio così bene” – È così dolce e bianco […] “E ha due occhi guarda che occhi” e io guardo gli occhi e sono occhi di colomba – Eppure così simili a quelli di Tristessa che vorrei poter aprire la bocca e dirle “Tu hai occhi di colomba”.

 

Il sangue si schianta nelle vene quando ripenso alla domanda che Tristessa rivolge a Kerouac: «Perché sei così triste??». La risposta di Jack: «Muy dolorosa. Sono triste perché la vida es dolorosa». Non è la miseria rovinosa, né lo squallore, non è lo schifo della stanza, del cucchiaio in cui fare bollire la morfina. La vita è dolorosa perché ogni bellezza appassisce e muore, nasce per scivolare magra verso l’abisso, se la salvezza non mostra il suo volto:

 

nati per morire, NATI PER MORIRE potrei scriverlo sul muro e su tutti i Muri d’America […] le costole di Tristessa, belle costole, lei bella per imbruttire, viva per morire, felice per intristire, pazza per essere avuta.

 

La vita è dolorosa «perché Dio non mostra il suo volto». Con queste esatte parole Kerouac avrebbe risposto nel 1966 a un’altra donna, Fernanda Pivano, che in un’intervista (senza saperlo) ha dato voce alla stessa domanda di quella prostituta messicana. Chissà se in quel momento Jack ha avuto Tristessa negli occhi. Ma Tristessa dei Dolori non ha risparmiato a Jack la risposta, fatta di semplice carità per lui «“La Vida es dolor”, lei è d’accordo, dice che la vita è anche amore». Tristessa è quel volto, è la dolcezza di quel volto. Il suo corpo ne dà i lineamenti, i margini, i confini.

Questo fragile volto di Dio non ha salvezza per sé. Il corpicino di Tristessa è sempre più assente, sta male, va in pezzi. Tristessa non ha soldi per la morfina, adesso si fa di barbiturici. Jack non sa più nulla, si pente di non averla fatta sua: «Forse toccandola l’avrei salvata – Ora è troppo tardi». Ma non è tardi: può ancora abbandonarsi a lei, donarle ogni sua forza. La segue in silenzio, la accompagna in strada, dove «i suoi capelli si spargono neri, la gente la scavalca. – È la fine». Resta il tempo degli ultimi movimenti, una notte ancora per rincorrere insieme il buio della città, di un buco nel braccio. Il collasso, poi, la resa. La morte.

 

In Tristessa Kerouac tenta di mettere a fuoco il mistero di una esistenza, di accogliere nelle povere parole che riesce a mettere insieme «l’intero abbracciabile caos di una donna». Il mistero della presenza del volto di Dio nel suo volto. E la domanda dolente, irrisolta, sull’amore di cui è stato capace. Con questo libretto ci fa mendicare insieme a lui una salvezza, un compimento buono, e ci ridona l’urgenza radicale che quel volto si sveli, si lasci incontrare. Così Kerouac, consumando la sua vita in questo corpo a corpo, ha potuto raccontare a noi la consolazione di chi è stato guardato da Dio e ne ha amato, come ha potuto, i lineamenti carnali.

 

Pietro Cagni

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