Barocca

di Irene Ester Leo

Come la celebre Rokovoko isola lontanissima a sud ovest segnata su... nessuna carta: tutto ciò che è vero e resiste non lo è mai, non ha mai una mappa da seguire. La vita è fatta di navigazione a vista e di buoni o pessimi marinai. Non si sceglie, non si è scelti, si avanza prendendo atto del viaggio e delle sue lezioni. E si impara. Si impara sempre molto. Ma mai abbastanza. E l'arte che viviamo quotidianamente ce ne offre occasione. Ogni giorno, durante i miei passati anni di studio universitari, ho avuto la fortuna di respirare lo spirito di una perla irregolare, densa di pietra bianca, scalfibile con una pressione dell'unghia, facile da proteggere con il succo della vita, il latte, che la rendeva impermeabile, liscia, quasi iridescente alla luce. Un Barocco differente da
quello romano, siciliano, unico forse più difficile: una scenografia viva che si trasforma nelle gradazioni del buio e del giorno, occhi di santi, puttini, maschere, accompagnano eco e passi, non si è mai da soli per le strade della città, un vento lieve sposta pensieri e nuvole, e porta avanti e indietro profumi e ricordi. Il cuore di Lecce racchiude circa quaranta chiese, altrettante storie, architetture uniche per contaminazioni e bellezza. Lecce svela un Barocco fiorente, intenso, è l'ossimoro puro della pietra che diventa ricamo, morbidezza. Osservare la Basilica di Santa Croce, ad esempio, simbolo riconosciuto e universale, ad altezza uomo, la rende imponente, affastellata di figure, curve, simboli, nel suo soliloquio di magnificenza.
Poi però basta verticalizzare lo sguardo per dare a questo - esoterico - Barocco un nuovo contesto: il cielo. Ecco i pieni e i vuoti che si incastrano con la luce e gli azzurri, si compensano e si innalzano in una danza vorticosa. È un invito ad abbracciare una dimensione maggiore, nella quale l'uomo e Dio si incontrano tendendosi la mano. Si ricompone il disegno ed è perfetto. Questo stile va vissuto così: guardandolo nella cornice del cielo, senza limitazione alcuna, dimenticando ogni nozione, liberando noi stessi dalla percezione terrena: e tutto si trasforma e si apre ci conforta, e leva il fiato. Un vestito magnifico”, scrisse Ungaretti dopo aver avvolto con lo sguardo di Poeta, quest'aria barocca, che è la veste di un mondo, che si presenta e si mostra, imbellettata ma di radice antica e profonda. Era il 1947 e questa storia avvenne davvero, raccontata dall'articolo di Vittorio Pagano dal titolo “Ungaretti tra noi” - Libera voce, il 24 maggio, e non fu un caso. Il Poeta Ungaretti infatti intratteneva corrispondenza e rapporti con i colleghi di quel tempo, in un clima leccese letterario, vivo, raffinato. In un altra lettera non databile aggiunse: «Sarei tanto lieto, caro Pagano, di riabbracciare Lei e gli amici, e di rivedere Lecce di cui serbo il ricordo più felice». Questa felicità, che si pone oltre la mera architettura è caratteristica che spicca. Visitare taluni luoghi, lascia addosso la sensazione di stupore e accoglienza che spesso i bambini provano innanzi alla meraviglia, e che poi svela il calore di una terra, pur nelle sue contraddizioni, vicina, a tratti persino dolce.

Spesso spingendomi verso Piazza Sant'Oronzo, (dove svetta la statua del santo e Vescovo autoctono, che spodestò la protettrice precedente, Sant'Irene, salvando la città dalla peste), ho toccato la luce zenitale, tagliente e bellissima, intrufola tasi nelle pieghe azzurre dell'alto e nel candore che invola al basso, dell'essere terre ni e di pietra scolpita. Ricordo ancora la voce del mio professore di storia dell'arte moderna in Puglia, dire agli studenti, qualche tempo fa: «Imparate a "leggere", che sia un quadro da cavalletto, una scultura, una cattedrale, fissate i codici visuali, cercate di tradurli, cercate la linea di forza essenziale, gli equilibri o il contrario di questo, e poi liberatevi dalle gabbie strutturali, una volta assorbite. Lasciatele in secondo piano, e spostate voi stessi e la vostra sensibilità innanzi all'opera, dialoga te con l'arte, ascoltate l'indicibile».

Ecco, più o meno così era il senso delle sue prime lezioni, il motivo per cui scelsi di approfondire la mia tesi poco dopo, proprio nella sua materia, e di cominciare un viaggio mai conclusosi, cercando, un po' come il capitano Achab, il senso del proprio destino. Così, sfogliando libri di poesie sulla gradinata della Chiesa di Sant'Irene, vicino a Corte dei Cicala. In un pomeriggio di tramontana in quella città, Lecce, che profuma di antico, ho sentito l'indicibile cantare.

Oh mortale equilibrio,
misura, tempio rigido
dei suoni e delle cose più impossibili!
Nel rombo della terra,
dalle libere forme già pervasa,
divenne ombra e figura tutto ciò che la spada dell’arcangelo
doveva conficcare in cuore all’uomo.

Vittorio Pagano

Salento - René Aubry/Ophris cover

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