BARBARA HERZOG, ”Gli occhi negli occhi”

RACCONTO II

Facevo l’infermiera nell’unico ospedale nel raggio di centinaia di chilometri.

Per diventare dottore i soldi non sarebbero bastati.

Nella mia zona erano molto attive le milizie del governo. Reclutavano a forza i maschi, e per lo svago prendevano le femmine. Soprattutto le sorelle e figlie dei maschi che si rifiutavano di eseguire gli ordini.

Qualche volta eseguivano punizioni esemplari.

Si divertivano a mutilare. Ma non in modo da far sopravvivere. Bastava quel poco tempo che serviva per arrivare strisciando piano per terra, fino all’ospedale, con la vagina esplosa. Cosi’ noi tutti sapevamo che non bisognava resistere.

Ero una brava infermiera. Ma in certi casi non ci puoi fare nulla.

Un giorno, tornando a casa dal lavoro, mi hanno presa.

Mi hanno buttato dentro ad una stanza buia e puzzolente. Sentivo che c’erano altre donne, ma non potevo chiedere perche’ avevo la faccia tumefatta e la mascella rotta.

Per due anni sono stata li’ dentro.

Ogni giorno quindici uomini entravano nel buio e mi prendevano o a turno, o insieme.

Anche quando avevo ancora la mascella rotta.

Sentivo che attorno a me succedeva la stessa cosa.

Poi, col tempo, hanno incominciato ad usarci anche per i lavori. Cosi’ ho visto come hanno sotterrato una donna col grembo gonfio. Viva. Dicevano che fertilizza i campi.

Una sera erano tutti ubriachi. Ormai non ci richiudevano piu’ fino a tardi. Ridevano tanto che non si stavano accorgendo di nulla.

Sono riuscita a scappare. Ho corso per chilometri. Ho camminato. Sono collassata vicino ad una macchina.

L’uomo che era dentro si e’ preso paura alla mia vista.

Mi ha caricata nella sua macchina, e mi ha fatta lavare da sua moglie. Mi hanno dato un vestito. Mi era mancato aver un vestito. Ho mangiato tanto.

Mi hanno detto di un cugino che sapeva come ottenere dei documenti e biglietti per un aereo. Non so perche’ l’hanno fatto.

Sono arrivata qui.

So che sono in Europa.

Dove sono?

Vi prego, aiutatemi.

 

RACCONTO V

“Non devi portarti appresso gli spettri altrui”.

Si può passare una vita a farsene inghiottire, in piena impotenza.

O paura. Di non riuscire a sopportarne il peso.

Avere un pungiglione costantemente conficcato nel diaframma per uno stupro letto sul giornale, la grazia esotica esposta sui viali, i massacri raccontati alla radio.

La prima volta che si ascoltano le memorie di un rifugiato l’universo si squarcia.

La terra sotto i piedi perde consistenza. Cose e persone attorno si perdono dietro all’aria che traballa come nel deserto.

Non è l’aria. E’ acqua salata che offusca contro ogni miglior giudizio la vista e non si ferma per parecchio tempo.

Nulla torna più al posto di prima. Ogni cosa inizia a collocarsi nel suo posto naturale.

Sono.

Posso.

Voglio.

Al lavoro.

Il pungiglione non sparisce.

Si smuove. Fa male. Ma piano si gira. Ora è la sua base ad essere appoggiata sul diaframma.

La punta non ti fa perdere la bussola. Indirizza verso quello che si può fare.

Talvolta, guardi il cielo e alzi le braccia in preghiera di aiuto.

Giri a vuoto su qualche autostrada oltre ogni limite, con gli ACDC che ti spaccano i timpani.

Torni alla “tua” vita e dal tramonto all’alba sei mille persone.

Ma poi ti alzi la mattina e sai perché ti sei alzato. Cammini e riconosci il cammino.

Non sei più impotente.

I miracoli non li facciamo. Io. Non posso. Fare miracoli. Un mantra. Duro da accettare.

Vorrei la pace nel mondo. Come una miss qualunque. Se potessi metterci le mani, prima.

Meno male, mio malgrado, non mi è dato. Arrivo dopo il danno. Dove non importano numeri, colori, latitudini.

Lingue, credi.

Diritti.

Un’ora di ascolto di parole infrante, e poche proferite con intento vero, a volte possono sembrare una magia. Dove nessuno pare vedere. Volere.

Spettri altrui.

O nostri?

Di fatto il cuore si colma al sommesso che drizza la schiena.

Allo sguardo perso che diventa presente.

Alle parole: “pregherò Allah per te”

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