Attilio Lolini: se disturbo, non mi scuso

È passato poco più di un mese dalla scomparsa di Attilio Lolini, e fortunatamente non è stato ancora eretto nessun monumento in suo nome, complice il volontario deragliamento dai binari ufficiali della poesia del secondo Novecento.

Trapassato, non rinuncia a ricordarci che non si deve chiedere il permesso per scrivere versi, ma non è neanche obbligatorio abbattere così tanti alberi per una plaquette autoreferenziale, a volte rompere il silenzio tra le fila editoriali, appena si è giovani o pensionati, risulta del tutto irrilevante. Stratega di quella bronzea scemenza, cara a chi sa prendere le distanze dal mondo, sconfessa da sempre ogni impalcatura intellettualistica, e così in cielo come in terra, continua a modellare il vuoto, come se fosse silente sostenitore della sua solidità. Forse la vera rettitudine sta nel lasciarsi andare alla deriva, crollare sul divano reinventa l’autenticità del poeta, rispetto a subire il linguaggio caritatevole della legge Bacchelli.

Per Lolini non ci sarà mai il ritorno all’ovile, la totale mancanza di buon senso e l’assenza di alcuna teorizzazione, comporta in estremo la recisione del cordone ombelicale del  ” saper fare “,  del pragmatismo così distante dall’abilità permanente di ridere dei suoi punti morti, dei suoi borbottanti calembour

in debito d’ossigeno.

Insomma egli ha tutte le doti per poterle evitare, ricopre tutt’ora l’incarico abusivo dell’intrattabile, maledetto non per posa, ma perché lo maledicono, portatore di errori di calcolo, tanto da giocare spudoratamente coi propri infortuni. Egli è già in cassa integrazione – come poeta e come uomo -, molto prima che vengano proiettati i tristi andamenti delle banche, egli è ancora un oltraggio adiposo sui colli senesi, attentissimo a far rientrare tutti nella foto di gruppo ( poeti, critici, gazzettieri ), come zombi allineati.

 

 

Bambino

 

Quando ero un ragazzo

vissi da pazzo

 

ora da vecchio

dormo o sonnecchio

 

torna alla mente

una vita da niente

 

forse è un pianto

che si muta in canto.

 

 

Poesia tratta da ” Bestiario Gotico ” ed. L’Obliquo 2014.

 

Augusto  Maria Ficele

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