Asmundo, Cagnetta, Santoliquido: “Trittico d’esordio”

G. Asmundo, F. Cagnetta, V. Santoliquido: TRITTICO d’esordio, (Edizioni Cofine, Roma 2017, pp.30)

 

Bisogna avere gli occhi degli alberi e le radici profonde dei carrubi per raccontare la propria terra, avere negli orecchi i lamenti di prefiche, i canti dei carrettieri che ritornano a sera, le nenie delle madri negli scialli neri, a volte streghe a volte menadi, avere nei polsi le correnti confuse dei mari che si mescolano e la vertigine dei venti grecali, avere il bagliore meridiano della controra che approda davanti ai demoni delle cattedrali e i giorni sempre uguali che nascondono un’inquietudine incofessata davanti agli affreschi bizantini sotto alle edicole votive. Ti arriva così il “Trittico d’esordio” di Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta, Vito Santoliquido per le Edizioni Cofine di Roma a cura di Anna Maria Curci. Tre giovanissimi poeti del sud: siciliano Asmundo, pugliese Cagnetta, lucano Santoliquido.

Asmundo, l’ultimo odisseo lacerato dalla malinconia del ritorno, figlio dello scirocco e dell’approdo degli dei a piedi nudi e a gola secca intona il canto di montaliana memoria: “e se la calura volgerà in carezze/e gelsi bianchi solcheranno un cielo/e il mare rumorerà oltre i limoni,/staremo meriggi a schiacciare pinoli/callosi, al migrare d’aironi/al durare d’estati.” La sua eco di nostalgia continua: “Se e quando rivedrò la secca sponda/tornato a una trina di luce e di cotto/alle rughe legnose del mio tavolo/sfiorerò con amorevole cura ceneri/ e sabbie dietro le persiane chiuse”.

Forte e ruvida come la radice dell’ulivo nero è la voce di Cagnetta : “Lasciate in pace i morti/lasciateli nel loro pensiero./La linea longitudinale/si stende sui loro corpi./[…] Ma i veri morti/ sono linee verticali, respirano./Assolvono con diligenza/ le funzioni vitali. Tacciano, accusano”. La sua potenza viene dal basso della notte a declamare con “forza bruta” la verticale di un tempo col “fiato corto”: “Ho due serpenti lungo le braccia/che s’avviluppano come edere/piatti, capillari, una sola testa/che porta acqua alle falangi nude[…] Toglietemi il fetore che mi portate/i giorni immensi a scongiurare il sonno./Toglietemi la vostra assenza/quell’irripetibile presenza del nulla”.

A chiudere il trittico la parola immaginifica di Santoliquido dalla terra dei “Fuochi del Basento” infestata da streghe, lupi e “silenzi del cielo”: “siamo cortecce/lupi glaciali. Succhiamo l’umida/vita dalla terra-la resina la luna”. La sua carne e il suo sangue si trasformano in “cervi negli abissi”: “così. Qui ora-nell’occhio nel pozzo selvaggio e nero/tutto-demone nero-latte-(«In the gloom the gold…»), / e tu così scintilli/tutto e ti incendi ecco divora mio («…gathers the light about it»), mercurio cuore argento,/ mio stupendo mio feticcio onirico e glitterato” .

Ma le tre voci poetiche, inconsapevolmente si portano dietro le lunghe strade fuorvianti di Salvatore Toma, leggere e polverose che non portano a niente. Lo squasso d’aria di Antonio Verri e della sua vita a caso, l’architettura solare delle giornate perfette di Girolamo Comi, la voragine scavata nei sassi di Rina Durante, del “qui, se mai verrai” di Vittore Fiore e del “sempre nuova è l’alba” di Rocco Scotellaro. Forse perché la poesia che nasce in un tempo, in un determinato luogo e spazio supera quel tempo e quello spazio per riaffiorare ed essere restituita attraverso la pluralità viscerale di giovani poeti che non vogliono morire in un paese dove tocca esserci, così sbagliato, così sgradito da doverlo maledettamente amare, così come è inciso nell’urlo sanguigno di Cagnetta: “La caduta è questo Sud che tace/cede e tace sotto la mitraglia/[…]Questo sole che raggruma l’ulivo/questa terra che soccombe/alla notizia del giorno/al fatto che non accade”.

 

Nota di Anita Piscazzi

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