“Asbestos”, una preghiera di Pietro Cagni

di Lorenzo Rapisarda

Pietro Cagni, Asbestos, Le Farfalle 2022

La vita è fatta di nomi. Nessuno si è dato il proprio. E ogni nome – si dice – porta un destino.
Asbestos di Pietro Cagni – già dal nometitolo della raccolta – è sofferto martirio, polverizzazione di nomi, destini in-versi.
Torna in mente la vastità di Luzi “il non dicibile / tuo nome. Poi il / silenzio, / quel silenzio si dice è / la tua voce”. Ed è in quel silenzio che s’incarna la voce, il respiro della poesia di Pietro. Un dono mai scontato, per cui essere grati in quest’oggi sempre più distratto dall’essenziale, dove anche il nome spesso smarrisce la propria consistenza.
Già dal primo verso – memoria dantesca – ecografia del dono, condotti in ginocchio davanti al tabernacolo del mistero “nel suo ventre, non eri lei né me /nella beta hcg nell’aria / di tua madre che hai preso / e coagulato, giù, come respiro / deglutire, ora, senza nominarti”.

Senza nominarti.
La poesia accade come la sorpresa di una nascita, anatomia della presenza – molly – epifania del corpo “ti svegli, stendi le mani. nel buio / appare la schiena, nelle pieghe / e si allargano le orbite per contenerti”.
E ri-accade come la perdita di una morte, anatomia della mancanza – alberto – sottrazione del corpo “è che perdo il suo volto. le braccia / intatte, tienimi le vene sotto terra”.
Accade nel corpo ri-composto in forma di poesia, appello di nomi – tutte le donne di una vita – anche loro frammenti di asbestos, sparse particelle d’amore.

franca consuelo marisa daniela
chiara Annabella beatrice marina
carla giovanna wenting carmelina
giulia silvia lilia cinzia pina elisa

vale

paola

Un graffito sul muro della pagina, anatomia di nomi. Arte. Destinata da sempre a percorrere ciò che rende umana l’esperienza dell’esserci: dono e perdita, sorpresa e dolore. Che in Asbestos non è mai dicotomia ma fusione sorgente dallo stesso “dio che mi hai dato il suo volto, dio / che mi ha tolto”. Nessuna via di mezzo. Nessuna banale consolazione. Solo ferita. Che ci conduce al limite, attratti dal segnale nascosto dove la voce diviene città stessa “c’è tutta la città nella tua voce / anche questo si perde, la forma / dei tuoi occhi dove accadi / sei altrove, altrove, al limite /del giorno. tu

Altrove, al limite del verso dove regna un’unica presenza/assenza: tu.
Precipitiamo nell’indicibile evocazione, quella di sentirsi chiamati – ancora – per nome da quel tu: “pietro (ecco la voce)”.
Ed è forse qui, nella parolaverso che la poesia di Cagni approda al suo culmine e s’invertigina in ciò che da sempre scuote il verso. Tra questi squarci affiora il respiro di chi - per altri versi – ha già sfondato quel culmine del quotidiano “A l’alta fantasia qui mancò possa”.
Che in Cagni si declina in frantumazione del verso come amianto, in parole esposte nel loro essere essenziali. Una voce che si offre e soffre, convoca e mendica. Che nel dono e nella sottrazione è urgenza. Come quel respiro – evocato nella poesia “A prayer” dell’artista Jean-Michel Basquiat riportata in apertura di libro – lungo 2000 anni che urge, adesso. Nel presente. Come una poesia che in fondo è preghiera.

“Ma il tuo volto è ancora sfocato / vieni presto”.

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