Appunti amichevoli (perciò spietati) sul Realismo Terminale

Alcuni appunti sul “Realismo terminale” e sulla antologia “Luci di posizione”

Da quando Guido Oldani ha messo in circolo il “realismo terminale” ho visto spesso tra poeti e lettori un atteggiamento sufficiente e ironico. L’aggettivo “terminale” ovviamente non suscita pensieri allegri e allora gesti scaramantici e sorrisini di varia natura sono stati a volte i primi (e unici) commenti alla comparsa del nome di quel che i promotori chiamano “movimento”. Ma ora che il fenomeno si autopresenta come storicizzato presso Mursia in un’antologia curato dal prof. Giuseppe Langella, ordinario di letteratura di una importante università che si definisce “Cattolica” e autoproposto come poeta nelle medesime pagine, non voglio sottrarmi a un serio confronto, per quanto nelle mie misere possibilità.
La sfida assunta dal manipolo dei terminali è importante e, come dichiarano, pertiene alla natura storica stessa del fenomeno poetico e artistico. L’arte vive nella storia e con le sue evoluzioni si confronta. Ma – ecco a mio modesto avviso la prima debolezza del movimento – compito dell’arte non è anzitutto, come invece appare da proclami e dal profilo stilistico qui esaltato, essere descrizione adeguata della storia o essere stilisticamente “attuale”. Ovviamente i RT non pensano esattamente ciò che imputo loro. E sottoscriverebbero certo un manifesto dove si dice che l’arte deve dare voce all’anima umana e alle sue scoperte e tribolazioni sempre e ovunque, e che il loro discorso (anche giocoso, e almeno un po’ di allegria ci vuole nella mestizia senza grandezza che ammala molte cose della poesia) è un discorso sullo stile che vuole opporsi agli stili dominanti. Ma a parte il fatto che tali stili dominati non ci sono, semmai dominanti sono una poesia bruttina scritta in varissimi stili, compreso questo, e imperanti sono le asfissiare accademiche, allora non ci si travesta da primonoceventeschi, non si tiri in ballo la Storia (idolo ottocentesco) e la capacità di interpretarla (l’han poi davvero interpretata bene le avanguardie comuniste e fasciste?)
Si abbia semmai il coraggio di guardare in faccia una realtà che deve rivalutare la storia (e la umiltà dura di un lavoro poetico non ridotto a slogan sentimentali) ma in altro modo. Siamo in un cambio d’epoca, dice autorevolmente qualcuno, e quindi anche modi e letture devono rinnovarsi. Ma già Carducci, vero sperimentatore in poesia ai suoi tempi con la sua metrica barbara, metteva in guardia contro gli “odiernissimi poeti”. Ovvero contro la presunzione di essere contemporanei al lettore solo perché si impiegano termini o elementi metaforici (la “similitudine rovesciata” di cui parla il RT) che attingono da parole oggetti o sensibilità attuali. La contemporaneità del gesto poetico, ovvero la forza di presenza di un testo a un lettore, si gioca a un livello diverso. Mi dispiace, ma la maggior parte dei testi antologizzati sono meno contemporanei al lettore di Myricae di Pascoli. Non che manchino testi interessanti, alcuni peraltro in netta contraddizione con quanto dichiarato nei manifesti, e questo rende più simpatico il RT. Ad esempio “Latte” di Oldani, o la quasi favola “Cortile di periferia” di Giusy Cafari P., o “Lite con lei, per colpa di un bicchiere” di Marco Pellegrini, nonché la dolente ironica “Ridi di me, ti prego” di Valentina Neri, mentre di Dionesalvi e di Langella, che pur stimo come lettore e critico, fatico qui a trovar testi convincenti che non si risolvano in pur stimabili arguzie.
È la tensione che anima il linguaggio, avvertiva Ungaretti, non il linguaggio (e le sue trovate stilistiche) a operare il prodigio della poesia. Tensione che dà vita a un lavoro infinito, mai fisso in premesse stilistiche da rispettare, in pronunciamenti apriori, in bandiere da portare. Tale tensione è il luogo in cui storia e anima si incontrano, senza ridursi mai l’una all’altra. Primo modo per difendere l’anima è non ritenere che solo certi modi possano esprimerla. La lettura storicistica del fenomeno artistico – quella per cui qualcuno si sente più “avanti” perché aderisce a un manifesto, è il primo colpo inferto all’importaza dell’anima. Tra storicismo e senso storico infatti corre una sottile ma importante differenza. È evidente la matrice spirituale del RT, si tratta di una difesa della grande assediata dal mondo reificato: l’anima. Ma come spesso accade agli spiritualisti, la contesa in cui credono di mettersi in realtà si svolge altrove. Insomma, questi scrittori di versi portano una sfida sacrosanta, ma sbagliano il campo, poiché orientati, in fondo, da una lettura storica parziale e inabile, e proprio nel momento in cui si propongono come più avanzati interpreti della storia. I manifesti infatti spesso usano una lente ideologica o sociologica che non permette loro di vedere autenticamente i problemi di oggi. In questo caso ci si ferma a costatazioni che potevano avere una urgenza negli anni 50, già superate e cantate e digerite dalla poesia di quegli anni e dei successivi. Mai letto “Urlo” di Ginsberg? O, più indietro persino, Poeta en Neuva York di Lorca? Bisogna avvisare i presunti avanguardisti di accelerare il passo, siamo tutti già altrove da un pezzo. Lo capirono i Luzi, Zanzotto e altri a metà degli ‘80 – i nostri RT facciano due chiacchiere con i neuroscienziati milanesi… Con simpatica ironia Langella stesso registra che si tratta di un manipolo di non più giovani, al contrario di quanto avvenuto di solito per le autoproclamatesi avanguardie. Come dire: facciamo ora, ai limiti della pensione, un’avanguardia con le idee che avevamo a vent’anni… Avanguardia allora, o forse tentato risarcimento, rilettura, riassunto, riscrittura personale di percorsi che si presumono poco apprezzati? Gli avanguardisti veri sono confusi, contraddittori, casinisti. Giovani appunto. Già il fatto di descrivere la vita del movimento come una pagina di manuale di storia di letteratura, in fondo all’antologia, non è un gran segno di fermento. E, volendo ironizzare, perché questi a differenza d’altri avnguardisti di metà ‘900 sono almeno ironici, anche la copertina che porta un…? Chiodo? Una tardiva erezione? Un cambio di automobile? (non si ha notizia dell’autore, sarà Guidaccio stesso?) non aiuta il movimento a muoversi e a chiarire la propria reale direzione.
Con tutto ciò guardo al meraviglioso “fallimento” con una certa e sincera simpatia. Della quale ovviamente possono pure dolersi o rispedire inacidita al mittente, cosa che non auspico, se non altro per l’impegno profuso a leggere… La pretesa teorica dei “terminali” (li chiamo così giacchè i poeti sono tutti realisti, cioè cercano di conoscere ed esprimere la realtà anche con fughe iperuranie) è infatti al tempo stesso superba e balenga nella intelligenza che la muove. E nel proporsi – al di là dei singoli esiti artistici – costringono tutti a riflettere dinanzi alla questione circa il contributo che la propria poesia sta dando al tempo che viviamo e alle questioni dell’anima contemporanea, ai travagli odierni della natura umana. Con i miei ultimi libri ho provato a rispondere. E come me anche alcuni altri poeti, con prove diverse ma per me interessanti – può darsi che i RT non se ne accorgano, può darsi, che amino altre cose. E va bene lo stesso, basta che non amino solo gli specchi sempre deformanti del circo della letteratura.

Davide Rondoni

2 pensieri riguardo “Appunti amichevoli (perciò spietati) sul Realismo Terminale

  1. Tra tante acque chete e terre dei veleni, ben vengano le discussioni a viso aperto, tanto più se non si accendono semplicemente per difendere determinate rendite di posizione, ma per sincero amor di poesia. Ringrazio, quindi, il direttore di “ClanDestino” per questo franco intervento, perché dimostra di aver colto l’importanza della nostra antologia di tendenza, o almeno la funzione di stimolo insita nella nostra proposta. Il Realismo Terminale, che non a caso è sbarcato anche in America, presentato e tradotto negli “Annali di Italianistica”, e che oggi da noi si mescola con l’Outsider Art, non può essere liquidato con un gesto scaramantico o un’alzata di spalle, è un movimento con cui bisogna fare i conti, foss’anche soltanto per tentare di affondarlo. E Rondoni ci prende sul serio, riconoscendoci di aver “portato una sfida sacrosanta” (anche se, a suo dire, avremmo “sbagliato il campo”), e di aver costretto “tutti a riflettere” sul “contributo che la propria poesia sta dando al tempo che viviamo”. In effetti, in una stagione così povera di sussulti come quella odierna, la chiamata alle armi dei realisti terminali doveva fare per forza un po’ di rumore. Ci spiace se a qualcuno è venuto anche il mal di pancia.
    Ma veniamo al punto. Per disinnescare la mina vagante del nostro movimento, il poeta forlivese prova la mossa del granchio: con una chela pretende di insegnarci che la poesia non deve prefiggersi di essere “attuale”, perché compito esclusivo dell’arte è “dare voce all’anima umana e alle sue scoperte e tribolazioni sempre e ovunque”, mentre con l’altra ci accusa di essere clamorosamente in ritardo sulla tabella di marcia della contemporaneità. Forse sarebbe stato il caso che, prima di attribuirci questo o quell’errore, egli si fosse messo d’accordo con sé stesso, decidendo da che parte stare. Perché, delle due, l’una: o l’arte è universale, e allora nessuna poesia è anacronistica, o l’arte è espressione del proprio tempo, e allora non ci si può contestare l’intenzione di essere “attuali”.
    Peraltro, un qualche tagliando alla macchina del nostro detrattore io lo farei, almeno per registrare i freni e il bilanciamento delle ruote. Temo, ad esempio, che i promotori del Futurismo, del Dadaismo, del Surrealismo, dell’Espressionismo e simili avrebbero accolto a pernacchie o a sberle quel che sostiene il nostro amico, per mandarci tutti in “pensione”, sul conto dei veri “avanguardisti”, che dovrebbero essere, chissà perché, “confusi” e “contraddittori”. Rondoni, inoltre, ci iscrive d’ufficio, non so proprio su quali basi, nella categoria degli “spiritualisti”: accusa veramente curiosa, da parte di chi, nell’articolo, tira continuamente in ballo l’“anima”. Viceversa, si arroga poi il diritto di toglierci la qualifica di “realisti”, perché – afferma – “i poeti sono tutti realisti, cioè cercano di conoscere ed esprimere la realtà anche con fughe iperuranie”: che come tesi storiografica meriterebbe da sola una cattedra, ammesso e non concesso, beninteso, che a certe parole potessimo dare, a nostro talento, il senso che più ci aggrada. Ma la conosce la storia della poesia, lui che si compiace di farci scoprire “Howl” di Ginsberg e “Poeta en Nueva York” di Lorca? Non sa che a molti poeti del Novecento, al solo sentir parlare di “realismo”, veniva l’orticaria? Non per nulla, altri amici, che magari non hanno troppo in simpatia l’aggettivo “terminale”, hanno scorto proprio nell’opzione realistica la cifra più spavalda e temeraria del movimento.
    E veniamo ai nostri presunti modelli: sfido chiunque, dopo aver confrontato i testi dei realisti terminali con le opere citate di Ginsberg e di Lorca, a indicare, in onestà di coscienza, dei tratti comuni che siano minimamente stringenti in termini di poetica e non dei semplici, fortuiti, punti di tangenza. Gli equivoci son sempre antipatici. Va da sé che, se fossimo davvero rimasti a quel tipo di poesia e di denuncia, avrebbe ragione Rondoni di sberteggiarci, dandoci – come fa – dei “balenghi”. Ma su questo, mi sarei aspettato da lui una lettura meno cursoria e banalizzante. Intanto, da qualunque lato lo si giri, in un libro come “Luci di posizione” non c’è ombra né di surrealismo né di maledettismo. Più in radice, la nostra visione è lontana anni luce da quella dei due sullodati maestri, perché la svolta del millennio ha prodotto una slogatura epocale nel corso della storia umana, producendo dei mutamenti antropologici su scala planetaria. Tutte le vecchie distinzioni di genere, di classe sociale, di nazione, di razza, di ambiente, di paesaggio, appartengono al passato. Nulla o quasi, nei nostri stili di vita, obbedisce più alle leggi di natura, il dilagante strapotere dei beni di consumo e della tecnologia ha cambiato a tal segno l’esperienza del mondo, che la conoscenza del reale non passa più attraverso l’esemplarità della natura, ma assume a termine di riferimento l’universo artificiale fabbricato dall’uomo stesso. La “similitudine rovesciata”, che è la cifra saliente del Realismo Terminale e un segno evidentissimo di discontinuità rispetto a tutta la tradizione letteraria anche recente, è la forma che traduce questa visione in linguaggio poetico.
    Rondoni ci deve spiegare cos’ha di “ideologico” questa visione e quali sarebbero i veri “problemi di oggi” che la nostra “lente” non ha saputo intercettare. Sia chiaro, non ci sono mai piaciute né le monarchie assolute né le elezioni alla bulgara: se qualcuno ritiene di avere cose importanti da dire sul conto della “condition humaine” (o post-humaine, come da qualche tempo, non a caso, si sente ripetere) negli anni Duemila, si faccia pure avanti. Per quanto ci riguarda, mentre diversi poeti abituali vengono estromessi dalle antologie in corso, siamo convinti che la nostra “interpretazione” dei “problemi di oggi” sia sufficientemente perspicace e “avanzata”, da giustificare l’impegno di tutte le nostre migliori energie.

    Giuseppe Langella

  2. Infine, chiunque leggerà la articolata risposta del Prof Langella – a cui ho appena rivolto gli auguri di Natale pe rtelefono perché le discussioni si fanno anche augurandosi ogni bene- potrà vedere che prende granchi sui granchi ( la mia non è una contraddizione, infatti non dico che la poesia si valuta astoricamente, e quel che reputo comunque in ritardo è la analisi storica , non i testi, da cui muovono i RT. De testi dico solo che a mio modesto parere sono bruttini e se ne salvan pochi. L ‘invito a leggere Lorca e Ginsberg (e non per insegnare ai professori, ci mancherebbe – solo per i prof citare è insegnare- ) non è indicare modelli – che evidentemente non son quelli- ma indicare gente che era già oltre alle analisi socioculturali che i RT ci presentano come nuove e con testi un filo più interessanti.
    Forse non conosco la storia della poesia come il Prof Langella, anzi no di certo, ma so che di “realismo” nel Novecento se ne è parlato a stufo. E se ne continua a parlare. Inevitabilmente, e dunque non mi pare una connotazione significativa. Infatti significativo è l’aggettivo: terminale. Ed è su questo che colgo l’invito di Langella a spiegare meglio. Oggi il problema non è più una opposizione tra naturale e artificiale, e nemmeno come mi pare lui concluda, il fatto che oggi è solo tutto occupato l’orizzonte da una vita artificiale. C’è a volte una debolezza culturale nel dare per assodati schemi che ci vengono offerti per assodati. Lo fecero in molti con il marxismo quando si pensava fosse l’unico e più adeguato strumento per conoscere la realtà. Non era così, Così come non lo sono mai le ideologie. Anche il dominio della tecnica ( e dei suoi frutti tecnologici) è una chiave che ci viene data come cosa fatta, assodata. Mi pare nei nostri giorni sia da leggere piuttosto ( e ho provato a farlo nel mio modesto libro La natura del bastardo, Mondadori, in versi e in altri luoghi) un inquietodesiderio di natura, di naturalezza del vivere che per quanto confuso e a volte persino pervertito e strumentalizzato trova nuove strade per esprimersi e interrogarsi. Là secondo me bisogna osare. Senza sentirsi al termine ma sempre nella sfida di un nuovo inizio, e lavorare a prima dell’alba. Con simpatia e senza presunzione di avanguardie, termine che appartiene alla cattiva politica o alla cattiva sociologia. E molto spesso alla cattiva letteratura. Ma ovviamente la discussione è aperta a nuovi contributi. Con gli auguri di Natale per tutti. dr

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