La oscura, lucente sconfitta

Per il libro di Antonio Riccardi, "I tormenti della cattività" (Garzanti)

di Davide Rondoni

Pochi poeti in Italia oggi sono capaci di operare spiazzamenti nel lettore. Ovvero di andare lucidamente contro a una aspettativa pre-confezionata verso la poesia, qualunque essa sia eccetto quella radicale, scomoda e quasi feroce di trovare in lei, nell'arte propria della poesia, chiavi e tracce per una calata nell'abisso dell'umana situazione. Pochi poeti, insomma, sono capaci di un lavoro che conduca il lettore, senza seduzioni secondarie, senza trucchi, a una interrogazione dura intorno ai movimenti primari e ai primari nodi dell'esistenza. Lo fa Antonio Riccardi con questo "I tormenti della cattività" (Garzanti) libro che si incorpora nel suo progetto e percorso di poesia (da "Il profitto domestico" a "Aquarama e altre poesie d'amore") con una forza speciale, esito di nove anni di lavoro, e soprattutto di una tensione estrema nel toccare, come annuncia il titolo, una serie di tormenti, una sequela di patimenti e di scandali del rapporto dell'uomo con la vita e con se stesso. Dico subito, forse azzardando, che questo libro è, in definitiva, uno dei più forti libri sul senso di orfanità in epoca postmoderna. La "cattività", condizione che il linguaggio corrente attribuisce agli animali, è qui applicata, senza scampo né possibilità di controcanto, alla condizione umana, alla vita reale dello scrivente, e confermata a ogni passo della galleria di condizioni vitali che l'autore ordinatamente annuncia in apertura e spietatamente attraversa: dall'amore al rapporto con la stirpe, dal matrimonio al lutto, al lavoro etc. fino a un enigmatico omaggio a un quadro di Rosso Fiorentino. La galleria comtempla cambi di panorama (dagli Usa all'appennino parmense e familiare, dall'azienda editoriale alle piscine luoghi di seduzione) senza mai cambiare di registro di fondo, offrendo testi perlopiù brevi, scabri, ricchi di rifrazioni linguistiche e semantiche, inanellati sezione a sezione in una composizione totale, in un libro interamente e precisamente misurato e pensato. Ma non mancano testi, come "Prescrizioni per la battaglia" che bruciano di incanto proprio, o sezioni come "Lachrimae" dove il battito dell'oscurità (fatto sentire nel ripetuto ricorso all'apertura "Oscuramente so") si fa assordante, violentissimo nella ritrosia con cui è espressa la dolorosa e dilagante orfanità, fino all'inevitabile serie di "Prove per un cenotafio", quasi ironico e malinconico specchio finale dell'autore, prima che compaia nell'ultimo rigo una figura enigmatica che potrebbe, lei sì ridotta in tremenda cattività, dare una chiave di lettura a tutto il testo quasi "a contrario" o meglio fare di questo percorso non un lamento funebre e cadente di una vicenda personale ma una meticolosa preparazione, un "apparecchiamento" come dicevano certi antichi libri, a un passaggio ulteriore, diventando, in enigma, "scena di una scena" finora seminascosta e potente.

Tale scena ulteriore viene indicata per indizio di un quadro che ha fissato nel cuore dell'autore una rappresentazione, una figura del destino, e che apre una chance: tale cattività va letta, per così dire, non solo nella chiave personalissima delle vicende del protagonista poeta, ma come  qualcosa che riguarda il destino, in tutti noi, di una "figura diabolica". Infatti lo strano scimmione incatenato, raffigurato tra i protagonisti di una deposizione di Rosso Fiorentino custodita a Sansepolcro, rappresenta la definitiva, tragica, cattività del demonio, unico ai piedi della croce, in mezzo ai dolenti, a comprendere quel che veramente sta accadendo, quale vittoria si celi in quella morte di croce, e l'unica figura dunque a esser veramente sconfitta. Questo tormento della cattività dunque, uscendo dalle sinuose e iridescenti figure di una vicenda personale, si allarga a essere una meditazione postmoderna sulla presenza del male, sulla sua condizione di prigionia, ovvero, in ultima analisi, di inevitabile presenza sulla scena della storia e del suo senso. Presenza legata, in cattività, e dunque sconfitta e perciò stesso inferocita, incrudelita. Apparente dominatrice della scena (così è nel quadro, unica figura che fissa lo spettatore) e però sconfitta.

Così, voragine dopo voragine, ma con ciglio asciutto e senza alzare inutilmente il tono, Riccardi conduce il suo lettore attento a un punto incandescente del mistero della vita. Lo fa con il rigore di antichi filosofi, con la ripetitiva acribia di scritture mistiche, con la fredda compassione della poesia di acendenza lombarda, e con le screziature che vi immettono la lezione bertolucciana e padana (dei Bacchini e dei Bertolani). Non va certo in direzione delle facili "religiosaggini" di molto linguaggio poetico odierno, che camuffa l'assenza di verticalità e di radicalità con goffi prelievi di linguaggio paraliturgico. No qui è tutto postmoderno, lucido, laico, e la scrittura mai si pavoneggia. Ma il pudore dell'accenno finale alla figura enigmatica del quadro contiene una energia che fa vibrare tutto il vario e composito edificio, tutta l'architettura dei versi e dei loro rimandi. Trema il bosco intero delle idee e delle epifanie, anche di quelle luminose, amorose (Riccardi è buon poeta d'amore, ma d'un amore barocco, con accensioni e repentini raggelamenti). Una energia che se il lettore non la intende potrebbe soffermarsi a pesar versicoli come chincaglieria gentile e raffinata, piccole trovate, intelligenti diversioni. Ma l'indizio contenuto in questo esplosivo pudore, ecco, dona tutt’altra percezione all'edificio. Amante dell'architettura e delle mobilia raffinate, il poeta di Cattabiano e di lunga esperienza editoriale - anch'essa numerata tra i tormenti delle cattività - sa costruire un libro con molti cassetti, alcuni occulti, e un edificio arioso, labirintico a tratti, ma solidissimo e irradiato, appunto, da una luce rivelativa e inquietante. Del resto, va detto, Riccardi non seduce il suo lettore sul piano dei sentimenti, ma erede dei depistaggi montaliani e della asciuttezza sereniana, come pure dello schiocco intellettivo e linguistico caproniano, cerca un lettore attento e curioso ai cenni, alle infracitazioni, alle prospettive di scorci inediti, alle campiture, alle direzioni più segrete del libro. Ho detto di un libro sulla orfanità post-moderna, volendo distinguere, in un certo senso, la coerenza che questo libro ha con il sentire di un'epoca apparentemente meno epica e meno metafisica di quella che, per intenderci, mette in scena l'orfanità e dunque la cattività dell'uomo moderno in un arco che va da Leopardi a Caproni. Ma non per questo in maniera meno ripida e sensibile. Non per questa meno inquieta e essenziale. E con un accento personalissimo che muove le maree delle commozioni profonde.

Libro che porta dunque un contributo di pensiero poetante come la poesia deve, se lo ha, consegnare in dote a tutti gli altri pensieri e al farsi della cultura di un tempo. Anche quando, come in questo caso, si tratta della fedeltà a una "quaestio" grave e centrale da cui, spesso stupidamente o per mancanza di strumenti di approfondimento, la cultura del nostro tenpo vorrebbe tenersi lontana o ritenersi affrancata. A un'epoca in cerca di facili vittorie, il poeta  ricorda  il costo, il rischio la dimensione vera del combattimento.

Rosso Fiorentino, La deposizione di San Sepolcro

La deposizione di San Sepolcro, particolare

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