Parola… essere stati e restare

di Davide Toffoli

Antonio Bux, Sasso, carta e forbici, Avagliano editore, 2018

Quello che mi ha sempre impressionato di Antonio Bux è lo spiazzante rapporto quantità-qualità del suo fare poesia: l’ho conosciuto col suo splendido e destabilizzante “Trilogia dello zero” (Ed. Marco Saya, 2012) e seguito poi in altri frequenti ed interessantissimi lavori, “Naturario” (Ed. Di Felice, 2016) su tutti, ma anche in quelli nati direttamente in lingua spagnola (“23. Fragmentos de alguien”, ad esempio, solo per citarne uno al quale mi sento particolarmente affezionato. E Bux sa essere traduttore attento dal castigliano: grazie ai suoi lavori ho avuto modo di conoscere autori affermati come Leopoldo María Panero ed emergenti come Javiér Vicedo Alόs. “È una poesia densa, oscura, allucinata, alta. [...] C'è una sacralità in quello che dici, in ogni interpunzione, in ogni orizzonte. E non è, il tuo, un cordone anatomico figlio di un Horror vacui, no; è più una dimensione stessa del vuoto, che in te si fa orrore, eroico errore, amore del soffrire, erranza di vastità” gli ha scritto Alfonso Guida, con grande acume critico, a proposito di Naturario e “Sasso, carta e forbici” (Ed. Avagliano, 2018) si colloca nella medesima fluidità versificatoria. Il lavoro è aperto da un doppio esergo, il primo da Pavese (“Traversare una strada per scappare di casa lo fa solo il ragazzo, ma quest’uomo che gira tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo e non scappa di casa”), che viene esaltato da un distico tutto buxiano che gli fa subito eco (“Un bambino gioca a fare ali, / a fare ali che gli volano via.”) quasi a delimitare e ad allargare al tempo stesso i contorni della sfida. Il campo d’azione è l’infanzia, che è poesia altissima, che procede tra ossessione, testimonianza, sogno e magia. Poesia senza tempo e senza scampo, che richiama l’infanzia e la dimensione del gioco anche nel titolo, tripartito come le sezioni che compongono l’opera. La prima sezione, “Sasso”, si apre con l’immagine di quanto di più fragile e spiazzante possa porsi dinanzi, ovvero uno specchio nel quale l’io è chiamato a sdoppiarsi, a moltiplicarsi, a confrontarsi con presenze ed assenze. “Può capitare, ma fai attenzione / a vedere oltre i fiori gli sguardi / e dentro gli sguardi in fiore”… Bux regala versi di spessore assoluto, animati da un ritmo interiore che ammalia e disperde, che intriga il passo e prospetta soluzioni istantanee e immagini potenti, aeree e materiche, senza mai esclusione di colpi. “Siete qui anche quando non vedo / che una distanza tra una mano e l’altra, / e non più millenni, passaggi / di mani che ritornano / a fare mani, abbracci, baci / e così pure armi”. Anche la parola “amore” è usata ben oltre il suo significato usurato: “Suolo azzurro, amore, / dove mi tieni le mani nascoste, tra la sabbia / e la metropoli che si apre, giungla dei sei anni / quando tocchiamo abissi sulle altalene”. L’infanzia è dimensione privilegiata, perché per esplorare bisogna avere per sempre sei anni; l’infanzia è spunto vitale, memoria e ricordo. “Ma servirebbe sognare lontano, sognarsi pensiero”, tra foglie fragili d’autunno e sassi dimenticati, tra presenze complici di nonni e ombre tangibili. “La partita che noi eravamo, / il mio sinistro come un angelo / spaccava in due il campetto”. Tra mare e anima, il paesaggio è di quelli che non si dimenticano, interiore e incalzante (“Il mare, vedi com’è calmo, / com’è vasto nel suo finire altrove. / È un’onda che si perseguita e resiste”; “Sì, c’è un’anima sola per sempre ma che è di tutti”; “Dorme qui da sempre un mare che si dice anima”). La ricerca di dialogo è un grido che sembra proiettato fuori e rimbombante dentro: “Mamma, dovresti sentire / i nostri granelli come gridano vento”. L’amore è forza vitale, creativa e creatrice. Morte e vita sembrano addirittura usati come sinonimi e prezioso è il ribaltamento costante del punto di vista (“Così sarà il mio funerale… […] / e dal cancello bianco verranno solo bimbi, / solo monelli a farmi pipì sul volto; ed io dirò loro / fate bene fratelli, tanto ormai sono tronco”). Una delle vette del libro è la bellissima “Lentamente” che regala versi indimenticabili sul tema della naturale ciclicità di tutto ciò che vive. Semi, spore nel vento, qualcosa che inevitabilmente, se vero, sopravvive sino a schiudersi nel poemetto che chiude e dà il nome alla sezione: “Quando ero piccolo credevo / amore tutti gli alberi. // Poi sono caduto ho visto / la radice fiorire sotto”. E il sasso sembra spaccare il vetro e sanguinare versi: “Pezzi che sono pioggia / e fanno vetro la mano se entra”. Ma tutto, come già detto, è ciclico (“ma tu sei morto e vivo nel pensiero”) e dal congedo dal sasso si passa alla “Carta” della seconda sezione e, di nuovo, si riparte da uno specchio, irriflesso e d’amore, magico come spazio capace di immaginare regni, sogni, tangibili realtà: “E da un giorno eterno tu sei venuta / qui per sempre come viene il mare / a darmi spazio e darmi foglia / o a darti come si dà il vento”. l’Io e il Tu dell’amata coincidono nel qui specifico di chi scrive, nel suo demone. “Nella parola amore c’è un bacio. / Invisibile trattiene le ere”. Splendida “Come una giungla”, selvatica e animalesca nel senso più vitale e positivo del termine. La parola stessa è d’amore e sembra accartocciarsi per esprimere, per descrivere, per trasmettere una percezione assoluta d’amore. Io e Tu si specchiano per comprendersi, spesso senza esito alcuno (“Tu prendi forma, ti fai carne qui dentro / e sei lo specchio dove non mi conosco”). E, carezza o lupo, si fa spazio il poemetto che, ancora una volta, chiude e dà il titolo alla seconda sezione. Poi, dalla “carta” si passa alle “Forbici” della terza sezione. E sono venti o laghi, lembi di terra, approdi, “sassi, fibre, forze della terra”: poesie materiche eppur evanescenti, intrise di precarietà esistenziale identificata e proposta come caratteristica peculiare del vivere. “Gli anni che sono marinai / e sotto l’onda insistono”, e ancora “pane che si sveglia ed è farina, / come il viso sotto un fuoco lento”. Pioggia, molta, e tanto mare… Melma e goccia, con una parola che scende e trascende. Acqua, come prova di varco, richiamo, notte in cui Io e Tu tornano ad incontrarsi, restando vivi nel sogno. “La colonia la chiamano terra / e così i terrestri non sono umani”, quasi un sapere esoterico, una condivisione di sapienza da iniziati, tra luce e lucciole. “Anche così un addio si imprime, / ed è deserto un uomo da solo, anche dio è qui / se dice l’addio, e un uomo da solo che scrive”. Sperimentale e dilaniante, “Lato B”, ci aiuta a ritrovare le coordinate del viaggio: “e se nel disegno il sasso è la mano, e la forbice sul foglio taglia, cos’è che ci divide? Il bambino dallo specchio? Le mie mani dalle tue? E la carta, dov’è che ride? Se il gioco torna indietro, il bambino torna dentro: e il foglio qui si rompe, ci gioca per dividere”. Chiude, ed è un taglio perentorio, ancora un poemetto, “ma la possibilità di un’anima esiste ed è reale”, forbice che recide e qui dove muori forse ritorni altrove… Ed è la parola l’unico strumento di r-esistenza, per entrare sulle frequenze eterne di quel tutto che dura, “dove un’anima guarda il mondo e soffia. / Allora è questa la possibilità, in questa metà / che ti rimane: di sperare che in mezzo al vento / esista una tua parola”. Quella di Bux è poesia alta e riconoscibilissima, fatta di terra e di cielo, chiama allo scavo e allo specchio, smonta e riassembla, detona e deflagra, impreziosita da una parola che è musica, armonia e dissonanza, insieme complesso e frammento diviso. La pioggia della terza, potente, sezione, è soprattutto di parole, indispensabili e necessarie, rivoluzionarie e salvifiche. È “l’immaginarsi breve, e a pieno in mezzo a nulla, / è ciò che si dice fluttuare, è probabile che esista / un fluttuare del pensiero, di essere stati e di restare, / è questo fluttuare in chi saremo e perché, / quest’ora ci costringe ad esistere”. Bux è un’ombra consapevole. E “un’ombra / lo sa bene qual è / il futuro da qui a per sempre”. Un presente e un futuro, sia ben chiaro, tutto da leggere.

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