Antonella Anedda, Historiae, Einaudi

di Edoardo Sant’Elia

Geometrie, galassie, geografie. Parto da qui, unisco i punti come si fa nei giochi enigmistici, per tracciare una prima mappatura di queste Historiae. Geometrie: “Davanti alla dismisura delle cose cerco di provvedere, / scendo nel loro baratro”. Galassie: “Volevo raggiungere Saturno, il mio pianeta / di fuoco e piombo, dunque nutrivo la malinconia”. Geografie: “Giudico dalla mia geografia, qui non esistono vulcani / la terra non si spacca, le case restano / inchiodate sulle pietre”.
Sono icastici i titoli delle tre stanze e mantengono le promesse: i tormenti geometrici si traducono in “un sogno infantile di teorema”, il gioco delle galassie permette “di osservare la terra da lontano”, la geografia svela i contorni di un’isola che “scivola impercettibilmente come i continenti”. L’afflato cosmico riflette quello intimo e viceversa; il mondo e l’anima non sono entità separate, non viaggiano su binari paralleli destinati a non incrociarsi mai, al contrario si nutrono dei rispettivi palpiti, sbagli, desideri e pur entrando in conflitto non cessano mai di riconoscersi, di dialogare. Come sempre nei versi di Antonella Anedda l’osservazione non è mai disgiunta dalla partecipazione, il poeta che osserva e descrive e commenta non è un’entità estranea, non vive accucciato nel proprio Io, non offre un derivato di sensazioni libresche, nemmeno quando lo spunto di partenza è nei versi di un altro poeta, come in Quaderno, che prende l’avvio da un verso di Mandel’stam, “Guardavo, allontanandomi, un oriente di conifere”, lo rovescia, “Guardavo, avvicinandomi, un torrente di olivi”, e poi passa dalla descrizione lieve e allucinata del paesaggio all’impeto panico, alla preghiera pagana, “Samos, spolpami, sputami sulla sabbia / con un fondo di vetro”, fino all’anelito ultimo, all’incorporazione in se del paesaggio stesso, anzi al dissolvimento del corpo: “Scomponimi di atomi, lasciami attraversare dalle luci”.
Un dissolvimento non definitivo, però. Troppo scaltrita, la Anedda, troppo conscia degli idoli del proprio tempo, “Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome”, e per fortuna la dimensione dell’ironia prevale, con smagata amarezza: “Alla fine torno all’io che finge di esistere, / ma è una busta come quelle usate per la spesa / piena di verdure o pesce surgelato”. Altra cosa le radici, quelle geografiche e quelle famigliari, che sanciscono una definitiva appartenenza. La lingua sarda, con cui “prinzipia a investigare”; e gli affetti profondi, la figura della madre, accompagnata, assistita, ascoltata fino alla fine e poi trattenuta nella memoria attraverso i gesti semplici, la mano già debole che si alza e si abbassa, lei che spalanca di notte il frigorifero, “muta bevendo latte / come le anime il sangue”. Ma anche la figura del padre, che reagisce al dolore lasciandosi andare dapprima, in silenzio, in disparte, quindi tornando alla vita, al quotidiano: “Quando morì mia madre mio padre radunò i vestiti, se li mise sul petto, un cumulo di stoffa / e restò a lungo così, sotto quel peso di calore, / una notte e un giorno, / per poi alzarsi e innaffiare / le piante già secche sul balcone”.
Ed è nel quotidiano il segreto della poesia. Laddove Pindaro paragona il poeta al drago, feroce custode dei pomi delle Muse, Antonella si cala nei panni della scettica casalinga: “È chiaro che non c’entra il drago, / semmai ci vuole una gallina, / la bestia che cova l’uovo dei versi: / bianco di vuoti, rosso per le parole”.

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