Anne Carson, “Era una nuvola”, Crocetti

di Edoardo Sant’Elia

   “Era tutta una truffa. / Un bluff, un espediente, un imbroglio, una trovata, un gioiello di pensata. / La verità è / che una nuvola andò a Troia”. Già, una nuvola. Non lei, non Elena, non la moglie di Menelao, del re di Sparta, non la donna simbolo della bellezza in Grecia: ma una nube.

   A narrare questa versione alternativa del mito greco è Anne Carson, ben nota poetessa e saggista canadese, che tuttavia non si limita, sulla scorta dell’Elena di Euripide, a tracciare un diverso itinerario, beffardo e crudele, capace di condurre sulla base di una fantasmatica illusione migliaia di uomini ad un sanguinoso scontro di civiltà. Perché la poetessa sceglie di esprimersi attraverso un personaggio contemporaneo non di fantasia ma tragicamente reale, quella Norma Jean Baker, più nota come Marilyn Monroe, che fece sognare in sala schiere infinite di spettatori, un mito moderno che ha tutte le caratteristiche, luminose e imprendibili, dei miti antichi.

   Gioca su più piani, Era una nuvola. Nata come opera teatrale in versi liberi, vive dell’alternanza di figure che si contendono la scena opponendo l’una all’altra argomenti che intenderebbero chiarire ma non possono che aggiungere dettagli compromettenti, rivendicazioni, dubbi. Sono figure di un universo americano, cinematografico e letterario, dove conta anzitutto lo scintillio della personalità, l’impudenza rivendicata, il guizzo d’autore. E sono tutte proiezioni di Norma Jean Baker. Come Arthur Miller, “Il mio buon marito Arthur, / re di Sparta e di New York, / caro onorevole, antiquato Arthur, / che condusse un esercito a Troia per riconquistarmi”; come Truman Capote, “Posso ancora sentire la sua buffa vocina da ragazza – Truman / aveva una voce come un négligé, sempre / lì lì per scivolare giù dalla nuda spalla / giusto un poco”.

   Al centro di un palcoscenico vuoto, in apparenza separata dal mondo, continuando puntigliosamente il suo lavoro a maglia, Norma Jean Baker si concede, tra mille divagazioni, “Se c’è una cosa che ho imparato dalla psicanalisi è come fingere con gli uomini”. Ed anche la Carson, profittando della pagina scritta, si concede, interviene più volte, commentando, chiosando, proponendo nove lezioni di “Storia militare” che attraversano il testo e sono un coacervo di note erudite, considerazioni etiche, appunti grammatologici; dove emerge peraltro, anche nella prosa, la vena icastica della poetessa che, proprio come il suo alter ego femminile, descrive e giudica, con rassegnata fierezza: “Se cogli un fiore, borseggi qualcuno, se possiedi una donna, saccheggi un magazzino, se devasti una terra o occupi una città, allora sei uno che prende. Stai prendendo qualcosa”.

   Persona o nuvola, Elena o simulacro, Marilyn si abbandona al monologo, sempre sferruzzando, come se non avesse scelta, come se raccontarsi, affondando e riemergendo nei sarcastici, impietosi ricordi, fosse l’unico modo decente di proporsi, di essere per una volta almeno – ma sotto la lente di un proiettore invisibile, di un occhio che non smette di osservare – sé stessa. Non c’è compiacimento nelle sue parole; i paesaggi che attraversa, che rievoca, siano essi il terreno sotto le mura di Troia o gli studi di Hollywood minacciosamente enormi, sono testimonianze iconiche di un cammino comunque solitario, il percorso di una donna destinata a vivere la sua vita più vera nel desiderio degli altri, mentre “Nella notte, nel silenzio la presa si allenta piano piano e il silenzio vi trascina fuori da qualche parte su una riva del sonno”.

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