Anna Buoninsegni, “Scuotere l’infinito”

ho un’età scientifica

ho un’età scientifica

che siede a tavola
assaggia i sogni
lasciando briciole sparse

ho un’età imponderabile

diffusa ovunque
quella di un polpo alieno
dai grandi occhi spaventati

età inafferrabile

nella traiettoria fratturata
dell’elettromagnetismo
di Einstein passando per Keplero

ho un’età disarmata

per qualcosa che non torna

pur avendo studiato teorie relative
e clamorosi errori

nel finale
mi ostino a scrivere
il trionfo dei granelli di sabbia
salendo e scendendo

nell’universo

sembra essere un vento

sembra essere un vento

estremamente pericoloso

quello che si apre alle tre di notte
il bordo del sonno diventa
una trappola del tempo
invecchiato sulle molecole
dei nostri umori

respiro rabdomante
ferraglia cosmica

del viaggio dantesco

al centro del nostro

disimparare

è il modo inconsistente e dolce
del reale di cui non facciamo parte

scampati all’eccidio suicida

nello specchio melanconico
del suggeritore universale

non muoio per consunzione

non muoio per consunzione
né per approssimazione

muoio per completare un fascicolo

aperto a mio carico

per esplorare i confini di una vita
senza poter andare oltre

anche il viso più affine si dissolve nel tempo
non voglio dimenticare di aver vissuto

per questo io muoio

scuotere l’infinito

scuotere l’infinito

lasciar cadere qualche atomo storto
una formula matematica liquefatta
per comprendere

il calor bianco

di un apparire giovane
del secolo in rivolta

codici senza materia cercano casa
una stella cadente
troverà la strada per arrivare ai miei piedi?

percuotere l’universo

hic et nunc

Einstein aveva ragione
l’inverno celeste
ha il colore della paura

i battiti i giorni sono

incapaci di vedere

fino alla fine dei molti delitti

alleva il vento grave

alleva il vento grave
se vuoi doppiare il ritorno

in quel giorno d’estate

un passaggio d’effetto
quando urtasti qualcosa a bordo
versato sul pavimento celeste
e l’equazione fu capovolta
in un cieco mondo
un inferno dantesco

è un’idea mirabolante

convinti che il viaggio possa continuare
nel tenue reale

la porta d’ingresso

di cui facciamo parte
per il mutamento transgenico

che cos’ha il nulla

che cos’ha il nulla

per essere così vivo e umido
da attrarre ogni infinito?
eppure il nulla si modifica
ed è crudele nella inviolabile connessione

mi prende per le braccia

mi scuote nel profondo dilatato
tutti escono dal mondo possibile
cadono nel silenzio
l’unica gloria concessa

senza nome senza storia

la notte il corpo

la notte il corpo

le piccole allergie per giustificare il giorno
si pensa in fretta per mascherare il silenzio

la notte

il corpo

non ha pudore
tutto diventa bianco preistorico
il mio amore per il mondo è così perduto
da ammutolire ogni morire

la notte

è popolata di passi senza voce

lasciano un vuoto di promesse

dammi la mano
perché tutto esiste di ciò che è stato

dovevamo vederla insieme

dovevamo vederla insieme
la città celeste dei monaci angeli
ricordi Maria Luisa?

oggi sono qui

sul pavimento tridimensionale della Certosa
risuonano i passi leggeri della tua ombra
mi volto

sorridi

nella penombra allungata dei tuoi occhi di gatto

quanto li amavo

pensavamo di sostare insieme nelle celle
tanto spazio tanta meraviglia per pochi eletti

ti divertiva

la rima tra certosino e petrosino
la bizzarra scala elicoidale
avvolta su se stessa nell’aria

dicevi

deve essere un rebus enigmistico
e la soluzione te la rivelerò dal cielo

questa notte di tigli e gelsomino

questa notte di tigli e gelsomino

insieme così violenti

aiutano a scendere
nell’insostenibile bisogno di chiamare

tutto per nome?

cerco un’identità nel caos
i colori i sapori i suoni le lingue gli odori
sono solo un altro millimetro di materia

e la vastità aumenta

la bellezza del mondo
è un lungo addio
un toccare la vita
prima che nasca

nasceranno sempre meno stelle

nasceranno sempre meno stelle

in questa parte infantile d’universo

e gli indizi dell’esplorazione
saranno noiosi residui improduttivi?
anche la nebulosa di Orione

occhio di dio

gemma d’universo
sarà pulviscolo antenato
di nuovi sbarchi?

e la luna si stancherà di esistere

quando smetteremo di guardarla?
in tutto c’è azione a distanza
nel tessuto del cosmo
e l’enigma quantistico di Einstein
è inquietante schema complesso di correnti

piano piano la postura dell’anima sfiderà

la gravità del dettaglio

e le catene muscolari umane

prenderanno forza
dai resti di supernova
una dose di emergenza
ci spingerà oltre il cataclisma

è praticamente magia

se le particelle si affacciano
nel medesimo istante

come accogliere il profumo della pioggia?

come accogliere il profumo della pioggia?
l’odore pungente dolciastro
dalla terra

assetata

inondata di gocce copiose

geosmina

oli resine effluvi dissolti nell’aria

petricore linfa degli dei

per noi stupiti ancora
da millenni
benedicenti al miracolo del vapore dell’acqua
anche i cammelli
fiutano il temporale raro nel deserto
nell’oasi distante

annusiamo l’aria

respiriamo l’anima
tratteniamo il vento che ogni tanto
a bassa quota
ci vortica radiosi

al culmine dell’estate

ti prego fai piovere
a terra le nostre inettitudini
da troppo tempo a mezz’aria

forse qualcuno ascolterà il fragore

ho raccolto rami di rosmarino

ho raccolto rami di rosmarino

per riempire le stanze dell’addio
il lutto va colmato di memoria
lo sapeva Ofelia che nel distacco dice

ecco del rosmarino per la rimembranza

il profumo accende i ricordi

di chi ha abitato l’orrore

perché non siano morti davvero e inutilmente

per combattere l’odio la negazione
profumiamo le stanze di rosmarino
pianta gentile tenace

dai piccoli fiori di cielo

dove sbocciano i sogni di chi è eternamente

respiriamo il rosmarino a pieni polmoni
in orti giardini terrazzi

per non dimenticare

per ricordare di essere vivi

dove siedono gli angeli di Kiev

dove siedono gli angeli di Kiev
il tempo rallenta

su in alto

le lacrime si asciugano

prima di toccare terra
e così nessuno ascolta
quella mietitura di dolore
che proprio dalle ali

cade nel cielo

il match
non terminerà
zero a zero
tremano gli angeli di Kiev

sulle alte colonne

frugo nelle assonanze

frugo nelle assonanze
delle lingue rilevanti
per indagare il rito tramandato

dal nero all’oro

ho trattato le parole da nascondiglio
l’uragano ha infranto
la traduzione del cosmo

nei nomi

indagati
per pregare
l’ultima agonia

compaiono nell’ordine

compaiono nell’ordine
mentre ci avviciniamo

al rifugio polare

alla sequenza impassibile
la pioggia il vento le chiavi
i tetti rannicchiati
i gatti veloci
il sole che sussiste oltre

quando la interroghiamo

la parola

farfuglia resta muta
ci sfugge dalle mani

uno stormo in volo

che di colpo cambia rotta
i gesti le parti del corpo
hanno una sovranità nuda
rappresa su una storia vandalica

scelta per ammirare

il nostro irresistibile sgomento
ci svegliamo solo per
il brusco scrollone della neve sugli alberi
la massima difesa dello stare al mondo

quando Edison

quando Edison

inventò la luce

non fu un giorno buono per le falene
l’esplosione in piena notte
le stordì

morirono a migliaia

andando incontro
al tradimento
di quello che credettero
troppo ardore

tanti di là

tanti di là
dispersa Atlantide
irriconoscibili le nostre vite

per delicati che siano i veleni

di giorno in giorno tornano a galla

in questa storia di demone malnato

tutto è diventato confine minore
ammanco da qui al nulla del precipitare

come confesso
una bestemmia che non so abitare?

l’ho sempre ascoltata la pioggia

l’ho sempre ascoltata la pioggia
le sue variazioni orchestrali

prestate alle cose cadenti

tetti grondaie strade
o meglio alberi e cespugli
fiori di mandorlo a primavera

con quel suono bianco

che solo la pioggia delle altezze
fa scorrere sulla pelle delicata

ma ora ora

la pioggia ha una pena grave dilatata
nel silenzio vuoto d’impronte
una bellezza esiliata dal troppo desiderare
la pioggia questa sera
è un coro di angeli sterminatori

la vita è vita

anche fuori da noi
fuori dalla nostra
presuntuosa mancanza
di speranza

Un pensiero riguardo “Anna Buoninsegni, “Scuotere l’infinito”

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