Lo smarrimento di A

di Davide Rondoni

Andrea Di Consoli, Diario dello smarrimento, InSchibboleth, 2019

Calore, solitudine, corpo, senso di colpa, figli, scarto guizzante del pensiero, trovata, storia. C'è tutto questo e altro nel Diario dello smarrimento di Andrea Di Consoli, potente libretto che esibisce in brevi prose poetiche un vissuto che si fa consapevole "in diretta". Scene di vita consueta, di oscuri presagi e soffocamenti, di tenerezze struggenti. C'è Roma, viaggi, figli, fotogrammi di storia recente e passata. Nulla è difficile da riassumere come un diario che nega se stesso: i diari si scrivono per fermare, rammentare, conservare. Invece qui si annota lo smarrimento. Di chi? Dell'autore? Certo, ma anche dell'epoca che in lui, violentemente e indipendentemente dalla sua medesima volontà, si incarna, senza chiedere permesso alle sue idee, convinzioni, e solo dovendo rispettare, lei epoca violentissima e smarrita, i movimenti primordiali di una esistenza... il nascere in un luogo, con dei genitori, facce intorno e poi svanite, il calore della passione, dell'amore, il senso del corpo proprio e dei generati da sé, il senso timoroso del sacro, lo stupore per gesti autentici e nient'altro. Ecco quel che non si smarrisce, semmai si offre forse si dilapida ma non si smarrisce. Tutto il resto, idee, ideologie, letteratura, gloria, tv, convenzioni, diventa preda dell'epoca dello smarrimento.

In tal senso è un efficace, libero diario dell'epoca, certo più autentico di quel che vediamo in scena negli infiniti diari quotidiani che ci vengono offerti dai media e dalla nuova proliferazione mondiale di narcisismo.  C'è del narcisismo pure qui? Nel libretto che un autore di nome pubblica in una nuova piccola (ma vivissima) casa editrice dal nome impronunciabile nata su un'isola? Forse, ma è talmente cribrato, ferito, "sconsolato" che non  pare nemmeno più narcisismo, purificato fino a quel livello in cui da autocontemplazione (rischio di ogni diario) diviene invece singhiozzo, paura di perdersi, come di un bambino nella culla al buio. Così infatti si chiude il diario.

Di Consoli ci sorprende, ci fa pensare, ci commuove. Va controcorrente su molte cose. Sa che c'è una oscura verità morale che viene prima dei tornaconti ideologici e del benpensare comune. Lo sa non per convinzione di moralista, ma di figlio di Lucania contadina. Il contadino sa che la terra non fa quel che dice lui, e nemmeno le viti, nemmeno le galline. C'è una verità nel vivente che si oppone al nostro progetto, al nostro tornaconto, alle nostre convenienze. Una verità con cui si lotta e che si ama duramente, con cui non si va d'accordo. Lo smarrimento è anche quello di fronte alla verità che non ti chiede il permesso di affermarsi. E devi decidere in quell'attimo di smarrimento di piegarti, di lottare o di alzare le spalle e cercare una buona idea. Ma le buone idee non sono sempre la verità. Charles Péguy e Pasolini avrebbero apprezzato questo diario di un realista, opposto ai sistematici.
Sono pagine tagliate via, ben scritte di scrittura consumata e quindi brutale e naturale.
Viene in mente Pavese più che Pessoa. Il diario dello scrittore, poeta, uomo di tv e di impegno civile e culturale diventa materia di un diario di solitudine, eppure in un certo senso corale, un diario di Italia di fine secolo e inizio millennio. È un diario che tra l'amore che si scopre sempre come collisione (ne sei sicuro, Andrea?) e la paura di una morte solitaria previssuta in molti distacchi, o notti, o ansie, tira fuori cose lontanissime tra loro ma legate: dalla scena di Almirante che va a farsi il segno della croce come semplice cittadino davanti alla salma di Berlinguer, alle battute dei figli, a certi momenti di sospensione o di follia nei caseggiati romani. Lo smarrimento qui sembra infine diventare non una condizione di indecisione, di dubitosità sistematica e corrosiva, non c'è qui lo smarrimento dei fighetti che non hanno più pensiero perché non hanno più né godimento né paura, ma solo piaceri e ansie. Non c'è lo smarrimento di chi non ha più nulla, ma di chi oscuramente sa. Perciò lo smarrimento diventa sperdutezza, prenascita, dopomorte, insomma una sorta di naufragio o sperduto affidamento a un grembo nero, misterioso. Lo sapeva Paolo di Tarso: qui non siamo in un giardinetto da salvare, siamo nelle doglie di un parto.

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